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La casa in collina
- 288 pagine
- Italian
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La casa in collina
Informazioni su questo libro
Corrado, professore torinese quarantenne, durante la guerra - una guerra che diventa "cartina tornasole" dell'esistenza - si rifugia in collina, accudito da due donne, Elvira e sua madre. Lì ritrova Cate, amata anni prima e ora mamma di un figlio che forse è suo. Instaura un tran tran piacevole, bruscamente interrotto però dall'8 settembre. Composto nell'inverno 1947-48 e intessuto di forti elementi autobiografici, La casa in collina è un mirabile romanzo di sintesi, una delle prove più alte del Pavese narratore, in cui la storia di Cesare/Corrado diventa la storia di tutti, ne costruisce il senso e il destino.
Ne crea il mito, come soltanto i grandi scrittori possono fare.
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Informazioni
Print ISBN
9788804730217eBook ISBN
9788835706960ASSONANZE
La famigliaa
Una volta, quando veniva l’estate, andavamo in barca. La si prendeva al ponte, ci si metteva in mutandine, e si arrivava fino ai boschi. Ci stavamo tutto il pomeriggio. Allora che eravamo giovani ci portammo sovente compagnia, ma – come succede – ci stavamo male, e ci volle qualche anno perché capissimo che all’aria aperta queste cose non si fanno. Adesso, ripensandoci, Corradino se ne vergognava.
Quando fummo sui trent’anni, Corradino aveva messo da parte una certa esperienza e credeva di essere lo stesso di allora, ma il giorno che ritornò sul fiume, l’idea di mettersi a remare lo disgustò e, contemplate le barche dall’alto del ponte, risalì sulla bicicletta e tornò a casa. Andò invece il giorno dopo negli stessi boschi, per una lunga strada polverosa e, raggiunto il Sangone per dei sentieri molto più a monte che non fosse mai risalito con la barca trovò un ristagno chiaro e tranquillo, chiuso fra sterpi e cespugli. Il luogo gli piacque, e si spogliò in mutandine, si bagnò, si stese al sole, fumò guardando il cielo tra i salici – trascorse un’ora indimenticabile. Ci tornò con la bicicletta ben presto, e se ne fece – era il mese di luglio – un’abitudine. Il pericolo era di fermarcisi troppo e annoiarsi, ma Corradino che da un pezzo aveva cominciato a conoscersi, prese precauzioni e non ci venne mai che sul finire del mattino o un’ora prima del tramonto. Così gli toccava tornarsene con sveltezza.
Tuttavia, una volta giunto su quel greto, faceva sempre le stesse cose. Prendeva un po’ di sole, traversava a nuoto l’acqua sassosa, ne usciva gocciolante e, appendendosi al ramo orizzontale di un albero, si scaldava e irrobustiva con flessioni. Tutto ciò era per godere, con corpo e respiro più freschi, la sigaretta che poi fumava.
Nella vita ordinaria – tutti lo sapevamo – Corradino aveva orrore della solitudine. Viveva in una camera ammobiliata ma frequentava abitualmente le nostre case, e nulla gli faceva più spavento che una serata da trascorrere coi suoi soli mezzi. Fino all’ultimo sperava sempre di ricevere una telefonata o una visita imprevista, ma, per quanto queste cose accadano talvolta proprio nel cuore dell’estate quando la città è semivuota, in quel luglio nessuno si fece vivo e Corradino era abbandonato a se stesso. Perché non affrettasse le sue vacanze e raggiungesse subito al mare certe persone che gli stavano a cuore, non me lo disse. Viveva con un’ansia annoiata, nel lavoro e nelle occupazioni abituali, e rimandava di giorno in giorno le decisioni, avendo come unico punto fisso quotidiano la scappata tra i salici. Ben presto il suo corpo cominciò ad abbronzare, e ciò gli pareva desse un senso a quelle giornate, come la muda di certe bestie dà un senso alle loro stagioni. Corradino in gioventù era stato malaticcio e si era guarito con le sudate e il gran sole delle gite in barca. Era convinto che il corpo che giunge all’inverno senza essersi abbronzato, è inerme di fronte ai malanni. Ma la muda di quell’anno – mi disse sovente – gli pareva qualcosa di più che un’igiene: era un ritorno, un ripiegamento, su se stesso, condizione attiva di qualche avvenimento che lui sentiva imminente. Aveva di queste manie.
In quell’anno Corradino telefonava ancora di tanto in tanto a una ragazza – Ernesta – e se la portava in stanza la sera. La ragazza accorreva – era sempre libera – e lo lasciava stanco e mortificato. Era una conoscenza dei vent’anni; s’erano riveduti a lunghi intervalli e sempre l’incontro era finito in nottate senza séguito. Ma da quando Corradino s’era adattato a vivere solo, aveva più spesso cercato Ernesta che, sempre compiacente, era ormai diventata una amica fissa. I primi tempi Corradino la portava anche a passeggio, al caffè, a teatro: adesso, quando le telefonava, era inteso che venisse direttamente da lui. Naturalmente Ernesta, figlia di una merciaia, l’avrebbe volentieri sposato. Era una donna semplice, incapace di darsi bel tempo e cercarsi un marito, come lui la consigliava: preferiva fidarsi del ricorrente bisogno che Corradino aveva di lei, e lo guardava docile, con gli occhi spalancati, molli. Corradino s’irritava e viveva di malumore l’indomani di quegli incontri.
Dal principio di luglio s’era proposto di non più vederla. La solitudine dei salici gli dava una specie d’orgoglio, un bisogno di fare il vuoto intorno a sé, che non aveva più provato dagli anni dell’adolescenza. – Invece d’invecchiare, ridivento ragazzo, – mi disse. Ma la lunghezza delle ore adesso che quasi tutti ce ne andavamo, il rallentamento del lavoro, la scioperataggine e l’afa della stagione, lo indussero a ricercare quel piacere, per quanto monotono, ancora una volta.
Ernesta venne, come sempre, mostrandosi riconoscente che si fosse ricordato di lei. Fu inevitabile che gli vedesse la pelle fosca, e Corradino gliene diede una spiegazione evasiva. Ma quando uscirono insieme e presero il gelato – Ernesta ne era ghiotta come una bambina, e anche questo irritava Corradino, – il discorso ritornò sull’abbronzatura, e con la solita invadenza che metteva in queste cose, Ernesta disse: – Nessuno mi porta mai a prendere il sole in piscina.
– Perché non ci vai da te?
Ernesta sorrise. – Non sarebbe serio.
Corradino la guardò di traverso, fingendo di sorridere. – Non c’è niente di serio, – disse. – Divertiti fin che sei giovane.
– Non sono più giovane, – rispose Ernesta.
Dentro di sé Corradino gridava: «Quest’è l’ultima volta», e con la punta delle dita le sfiorò i capelli. Sorrise senza guardarla. Come un cane accarezzato Ernesta gli strofinò la guancia contro la mano. Quella sera Corradino non disse altro, nemmeno mentre aspettavano il tram. Tacque ostentatamente, perché Ernesta capisse. – Sei stanco, – disse lei quando fu per lasciarlo. – Ciao, – disse Corradino andandosene.
Tutti i giorni hanno un domani, e Corradino ritornò tra i suoi salici. Nudo al sole, fumò di malumore la sigaretta e si guardava intorno – gli stessi sassi infangati sulla riva, lo stesso silenzio, le stesse foglie immobili. Cominciò a pensare che di giorno in giorno nulla mutava in quella radura, che allo stesso frastaglio d’alberi sul cielo corrispondevano sempre uguali sensazioni e pensieri. Probabilmente le stesse cose aveva veduto e fantasticato molti anni prima, quando saliva remando fino ai boschi. Le stille d’acque, i salici, il passaggio di un uccello, il sole immobile sulla pelle. «C’è di nuovo, – pensò, – che non ho bisogno di compagnia e mi abbronzo da solo». D’estate all’aria aperta il malumore è solamente languidezza, e la gran luce lo smentisce. Tuttavia Corradino ebbe il tempo di accorgersi – così ci disse quella sera – che anche il suo congedo da Ernesta somigliava a tanti altri rancori del passato, a un desiderio di solitudine antico. Lo irritava quest’insistenza delle cose a presentarglisi sempre per lo stesso verso. Tornando in bicicletta per le strade deserte del mezzodì, gli parve che davvero la città fosse disabitata.
Quell’anno facevo delle escursioni e Corradino, uomo sedentario, non volle saperne di accompagnarmi. – Ti abbronzerai lo stesso in montagna, – gli dissi la sera che ne parlammo, – e se, come credo, questa mania è solamente scapolaggine, ti troveremo una distrazione –. Ma Corradino mi ripeté la sua massima, ch’era di lasciare che le cose succedano e guardò la tappezzeria tra me e mia moglie con un’aria desolata che ci fece sorridere. Il suo cipiglio estivo con denti e occhi bianchi, prometteva ben altro e, al dire di mia moglie, era quello di un uomo che ne prepara qualcuna, per esempio che rimugina di sposarsi. Ma Corradino che ci parlava sovente e con disgusto del suo contegno con Ernesta, quella sera non c’insistette. Disse invece un’altra cosa – più strana –: che se avesse dovuto sposarsi, l’avrebbe fatto soltanto dopo essersi ben abbronzato al sole. Mia moglie gli chiese perché. – Per diventare un altro, – brontolò Corradino. – Civettone, – disse mia moglie.
Quando noi partimmo, non aveva ancora incontrato Cate. Comunque, non me lo disse. Mi parlò a lungo, con una curiosa esaltazione, delle smanie diverse che si sentiva addosso, «smanie di tranquillità» come le chiamava, desiderio che gli accadesse qualcosa, che la sua vita cambiasse ma senza spostargli una sola abitudine. – Vorrei, senza accorgermene, diventare un altro, – mi spiegava. La cosa mi parve naturale, e glielo dissi. – Sei un uomo sulla trentina. Gli anni passano per tutti –. Corradino rimase interdetto. E subito rincarò la dose e si mise a spiegarmi che il suo non era desiderio di sistemarsi, di salire di grado, di cambiare di tavolo al giornale dove lavorava. – Queste cose le penserei se fossi innamorato. Invece no, me ne infischio. Penso al passato più che all’avvenire. Vorrei essere un altro.
Non seppe spiegarsi di più, e nemmeno con Giusti, nostro amico, che rimase unico a Torino in grado di tenergli compagnia, disse gran che. È vero che Giusti, uomo caustico, non era il tipo più adatto per fargli da confessore, ma quei due se l’intendevano e probabilmente Corradino avrebbe finito per servirsene, se l’altro non fosse venuto a raggiungerci. Tuttavia Giusti, nelle poche sere che ancora si videro prima dell’agosto, si accorse che qualcosa preoccupava Corradino. Non tanto dai discorsi quanto dalle occhiate febbrili che, stando seduti al caffè, gli vedeva lanciare sotto i portici, se portici c’erano, o nel buio tra le piante se sedevano all’aperto. – Tu non mi sembri estivo, – gli disse una sera, – la cura del caldo non ti giova. Se non fosse evidente che hai una donna per le mani, ti direi di cambiar aria, – continuava, davanti al silenzio dell’altro. – Non può farti che bene.
Ma già Corradino aveva trovato una risposta e scherzava sulla penetrazione dell’amico, non tanto spensieratamente però che non si sentisse la voce rauca.
– Bene, – diceva Giusti, – non voglio insistere; – e notava sulla bocca di Corradino una piega di dispetto per l’occasione sfumata. Perché naturalmente Corradino era quel tipo d’uomo che anche dagli amici, come dalle donne, andava pregato e cercato con insistenza.
– Secondo me è timidezza, – aveva detto Giusti una volta che discussero anche di questo. – Sarà bello lasciarsi amare. Lo dicono tutti. Ma senza santa sfacciataggine non può durare. Non è naturale. È dare alla donna il coltello dal manico.
– Che non sia bello è vero, – disse Corradino. – Si fanno delle disgraziate, questo sì.
– Fammi ridere, – disse Giusti, – quando una donna ti salta addosso, ha già fatto i suoi conti. È timidezza, ti dico.
Qui Corradino tacque un momento, poi disse ch’era questione d’abitudine e che c’era il vantaggio che, con una donna che fa resistenza, è tanto di guadagnato per il timido, perché così nulla succede.
– Dunque è una donna che fa resistenza? – disse Giusti ridendo.
– E nulla succede, – rispose Corradino.
– Ti piacerà la situazione…
– Infatti.
In agosto anche Giusti venne in montagna con noi e lasciò Corradino, come ci disse quando gliene chiedemmo notizie, solo e malissimo accompagnato.
– Quell’uomo è matto, – diceva. – Vedrai che quest’anno passa l’estate a Torino. Fosse almeno capace di portarsela al mare… – Ma Corradino aveva detto che forse al mare non ci andava, e ciò intrigò molto mia moglie che conosceva la *** con cui Corradino aveva fatto conoscenza in Riviera l’anno prima. – Che stupidi siete voi uomini, – disse. – Con una ragazza bella, ricca e distinta come Marina, che non chiede che di farsi conquistare, vi perdete dietro a chi sa che donnaccia. – Che magari non esiste, – obbiettai. In quei giorni non sapevo di Cate e tutt’al più pensavo a Ernesta che, per quanto conoscessi bene Corradino, non stimavo capace di guastargli i sonni. – Si vedrà, – concludemmo. – Purché non sacrifichi le ferie com’è tipo.
Imbucammo per lui una cartolina firmata da tutti, e pensavamo a tutt’altro, alle nostre escursioni, quando mi giunse in risposta una lettera. In essa Corradino premetteva che non era una risposta alla cartolina comune – anzi, mi pregava di considerarmi suo unico confidente e di non tradirlo – ma che la cartolina gli aveva fatto ricordare che aveva un amico e tanto valeva che si sfogasse. «Del resto, – diceva, – vado sempre al Sangone e sono solo come un cane. Ma quello per cui mi preparavo – tu capisci – è avvenuto. Comincio a credere che ci sia una Provvidenza. Qualcuno direbbe che basta volere intensamente qualcosa, perché qualcosa succeda, ma non è festa tutti i giorni e se l’ho indovinata a restare a Torino aspettando l’imprevisto – imponendogli di manifestarsi – c’è adesso uno scoglio, molti scogli, che mi tagliano la strada e mi romperanno la testa. Di più non posso dire. Mi succede un pasticcio inverosimile. Mi sembra però che la vita mi stia fornendo un’occasione unica per diventare un altro – sai come. Ho in mente al proposito idee chiarissime. Fino a ieri la mia disgrazia era che non sapevo uscire da me stesso, dal mio cerchio naturale. Se tutti capissero come ho capito io – stamattina piangevo dalla rabbia – che cos’è questa condanna all’identico, al predestinato, per cui nel bambino di sei anni sono già scolpiti tutti gli impulsi e le capacità e il valore che avrà l’uomo di trenta, più nessuno oserebbe pensare al passato e inventerebbero un detersivo per lavare la memoria. Nella vita giornaliera uno crede di essere diverso, crede che l’esperienza lo cambi, si sente giulivo e padrone di sé, ma pénsati che venga una crisi, pénsati che gli diano uno scossone e un calcio in faccia e la vita gli imponga “Sù, deciditi” – e lui farà infallibilmente come ha sempre fatto in passato, scapperà se vigliacco, resisterà se coraggioso. Sembra una stupidaggine, ma non è. Anche perché non si tratta soltanto di scappare o di resistere; le cose sono più complicate. Si tratta di capire, di pesare, di valutare: è questione di gusti, e i gusti com’è noto non cambiano. Chi ha paura del buio, avrà paura del buio.
«Ora io sono sul punto di poter fare cose che non avrei mai fatto. La vita in questo mi ha aiutato – non dico altro. Potrei anche fare una cosa che non ha nessun vero rapporto con quanto mi succede; ricominciare da capo. Vedi che valeva la pena di restare a Torino.
«PS. Se sono così giulivo, non credere che non abbia passato e non passi dei momenti ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione. di Antonio Sichera
- LA CASA IN COLLINA
- I
- II
- III
- IV
- V
- VI
- VII
- VIII
- IX
- X
- XI
- XII
- XIII
- XIV
- XV
- XVI
- XVII
- XVIII
- XIX
- XX
- XXI
- XXII
- XXIII
- ASSONANZE
- APPENDICE
- Nota al testo. di Antonio Di Silvestro
- Bibliografia ragionata. a cura di Eliana Vitale
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