POP TATE
«Una tempesta perfetta porta alla luce la ferocia»: ecco cosa diceva sempre mia madre.
«La ferocia di chi?» chiedevo, e lei mi rispondeva stringendosi nelle spalle, perché non importava: non riguardava una persona in particolare, bensì tutti noi; quella ferocia era ovunque, ma per fortuna si manifestava di rado. Questo, però, non significava che non si manifestasse affatto.
Mia madre aveva un debole per la filosofia, mentre io sono sempre stato un tipo più pragmatico. Ma a volte c’erano cose che… Be’, dirò soltanto che ogni tanto appellarsi alla razionalità non porta a nulla, che alcuni eventi sfidano la ragione e che in alcune occasioni persino un uomo pragmatico deve arrendersi all’evidenza dei fatti.
I membri della mia famiglia e io abbiamo visto parecchie cose. Parlarne non è sempre piacevole, però sta di fatto che noi Tate viviamo da queste parti fin dalla fondazione di Riverdale (anzi, da prima ancora, quando la città non compariva nemmeno sulle mappe). Potete rievocare qualsiasi postilla, positiva o negativa che sia, della complessa storia di questo posto, ma state certi che i Tate l’hanno vista con i loro occhi. Nel bene o nel male, che volessimo esserne testimoni o meno.
(Quando qualcuno chiedeva a mia madre qualcosa sul lato oscuro di Riverdale, lei rispondeva con il silenzio. Non amava parlare di argomenti scomodi. «Perché andare in cerca dell’oscurità?» diceva sempre.)
In ogni caso, accanto a tutti quei segreti cupi, ci sono state anche delle occasioni divertenti. Anzi, ci sono ancora. Alcune celebrità – tra cui Neil Armstrong: un tipo notevole, che però mi sporcò di fango il pavimento del locale, diventando ai miei occhi un po’ più umano – hanno avuto il piacere di assaggiare i nostri famosi milkshake al malto; dei cantanti pop mi hanno regalato biglietti per i loro concerti che non ho usato e che ho ceduto alle cameriere, ai clienti più giovani, a persone che avrebbero apprezzato serate caotiche e un po’ trasgressive.
Ma stavo parlando del lato selvaggio, della “ferocia”, per usare le parole di mia madre, che persino sul letto di morte disse di vedere delle figure che la tormentavano. Ombre che si annidavano a distanza, appena fuori dal campo visivo di tutti noi. Danzavano, ridevano e agitavano la coda, pronti a seminare scompiglio mentre lei si preparava ad abbandonare le spoglie mortali, a sprofondare nel sonno eterno che prima o poi giunge per chiunque.
Per alcuni prima del tempo. Anche quello era un aspetto della ferocia.
La morte che ci dà la caccia, nascondendosi negli angoli bui e nei recessi che abbiamo tentato il più possibile di evitare. Ci insegue, appostata nell’ombra che ci circonda.
Come Sweetie, il mostro acquatico di Riverdale, avvistato da pochi ma accusato da molti di essere il responsabile di numerosi annegamenti, sparizioni e scomparse… avvenuti soprattutto d’estate, quando i ragazzi trascorrono lunghe giornate afose a rinfrescarsi nello Sweetwater. Nel corso degli anni, più di un giornalista in trasferta ha sentito parlare di questa storia. E più di un giornalista in trasferta con la puzza sotto il naso è venuto a indagare, armato di registratore e bloc-notes, sperando di scovare uno scoop… solo per sparire a sua volta. Senza lasciare tracce.
Riverdale è fatta così. È la nostra città, è la nostra ferocia. Parte innata del nostro cuore pulsante. Ci riguarda tutti, ci tocca tutti.
Alcuni credono che quello di Jason Blossom sia stato il primo cadavere ripescato dallo Sweetwater, ma si tratta di gente ingenua, ignorante.
Forse, però, sono anche le persone più fortunate. Visto ciò che so su questa città, su quel fiume, sulla nostra immutabile storia all’insegna della ferocia, forse non mi dispiacerebbe pensarla come loro.
Una volta, sarei pronto a giurarlo, ho servito un cheeseburger al diavolo in persona. Sì, so benissimo che sembra un’assurdità. Eppure…
L’ho trattato con gentilezza, era il periodo in cui il piccolo Chock’Lit Shoppe rischiava di chiudere i battenti. Un periodo davvero duro, lasciatemelo dire. Che terminò all’improvviso.
Un uomo misterioso entrò nel locale e io lo servii. In pochissimo tempo, gli affari ripresero a gonfie vele. Ve lo giuro, è andata proprio così. Non mentirei mai su una cosa del genere, e in linea di massima non amo le bugie. Se gli ho venduto la mia anima? No, certo che no. Tuttavia non posso fare a meno di chiedermi se le cose sarebbero andate diversamente, se io quella sera fossi stato diverso, meno amichevole, meno cordiale. Il ristorante sarebbe ancora in piedi? Io sarei ancora in piedi?
Ma è meglio non porre domande di cui non si desidera conoscere la risposta, e quindi non ci penso troppo. O, almeno, ci provo.
Noi Tate, tutti noi, abbiamo visto un sacco di cose. Creature mitologiche simili a Bigfoot (alcune delle quali si sono rivelate fin troppo umane, come il Re Gargoyle); uomini eleganti in completo scuro animati da intenzioni morbose; la nostra città tormentata da Black Hood; il ricordo ancora vivo degli orrori compiuti da Maple Man: che si tratti di una leggenda o meno, il suo lascito pesa ancora sulle nostre esistenze.
Ecco una cosa che l’oscurità ci ha insegnato: per quanto in profondità si seppellisca il passato, quello resta lì, in agguato, appena sotto la superficie. Una parte del nostro passato, della crudeltà, dell’oscurità era immutabile. Immobile. Reale. Gli si può associare un volto, un nome. Come quelli di Clifford Blossom, che aveva piazzato una pallottola nella fronte del suo stesso figlio. Come quelli di Penelope Blossom, portata via da un orfanotrofio e costretta a vivere prima nel ruolo di sorella e poi di moglie di Clifford. Come quelli della povera Betty Cooper, il cui padre era stato il serial killer che terrorizzava la città, implorandola di inseguirla, di provare a fermarlo… o di unirsi a lui nei suoi giochi perversi.
La pioggia porta alla luce la ferocia, di questo sono sicuro.
Riverdale conosce l’oscurità, ma lo stesso si può dire di altre città vicine.
Non ne parliamo spesso, ma circolano storie all’insegna della pura follia. Stregoneria. Magia. Negromanzia. Cannibalismo. Il tipo di oscurità che va persino al di là di ciò che la nostra cittadina riesce a comprendere, che va al di là dei nostri demoni, per quanto angoscianti.
Le storie provengono da vari luoghi, naturalmente, ma soprattutto da Greendale. Non saprei spiegare il perché; a volte queste storie, questi eventi… capitano e basta. Un incidente, poi due o tre, e all’improvviso una città scopre di godere di una brutta fama. E, anche se non ne parliamo spesso, Greendale è uno di quei posti, lo sanno tutti.
Un’altra leggenda, questa volta più pacata. Custodita dalle ragazze, tramandata dagli amici. Sussurrata intorno ai falò, ripetuta come un monito a mezza voce davanti allo specchio del bagno. Condivisa e passata di mano in mano, con impazienza, come un rossetto o una lattina di Diet Coke durante un pigiama party. Una storia avvolta da strati di seta e zucchero, tenuta lontana dagli occhi e dalle orecchie degli adulti… Ma noi Tate?
Noi sappiamo. Siamo qui da così tanto tempo che potreste definirci gli occhi e le orecchie della città. Se siete superstiziosi, potete chiamarci “divoratori di peccati”. E, in questo frangente, mi sento superstizioso persino io.
Ecco la leggenda: una ragazzina, tormentata da quelle che credeva sue amiche, sue pari. (Però tra adolescenti funziona sempre così, non è vero? Soprattutto tra le femmine, innocenti e adorabili in fotografia, ma taglienti e violente, crudeli con le altre non appena l’obiettivo si sposta.)
«Era solo uno scherzo» dicono ogni volta. «Era un semplice scherzo.»
Lo dicono dopo, certo. Dopo che la vittima è stata portata oltre il limite.
Come se la parola “scherzo” fosse sufficiente.
Come se bastasse a definire il volto luccicante e marcescente della cattiveria che affiora in superficie quando la nebbia è svanita e il danno è ormai fatto. Fatto e nascosto sotto il tappeto, così da tornare fra le trascurabili note al piede della storia della città.
Come se esistessero delle giustificazioni, delle risposte o un modo per razionalizzare.
Come se non fosse troppo tardi, quando la storia appare chiara agli occhi di tutti.
«Una situazione innocua» strillano, sulla difensiva. «Un gioco, uno scherzo.»
Come se esistessero cose simili. Come se il “gioco” o lo “scherzo” non fossero esattamente ciò che alcune persone – le persone sbagliate, proprio quelle che andrebbero evitate – usano per dare fuoco alle polveri, come la tempesta perfetta di umiliazione e rabbia per risvegliare il diavolo in persona.
O, almeno, per evocare qualcosa di feroce.
Secondo i nostri satelliti, il nubifragio ha ormai raggiunto il massimo della potenza, e a Riverdale, Greendale e nelle zone limitrofe stiamo assistendo a vari allagamenti. Gli elicotteri hanno rilevato situazioni pericolose sulla I-95, tra cui alberi caduti e strade secondarie inondate dall’acqua. Per il momento consigliamo agli automobilisti di non imboccarla, salvo aggiornamenti. Cittadini di Riverdale, restate al sicuro!
—RIVW.com e reti affiliate
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Jughead: Ehi, Betty, ho appena sentito le ultime notizie dell’allerta meteo. Credo ke le cose si stiano mettendo male (anzi, ne sn sicuro, a giudicare da quello ke vedo dalla finestra). Hanno parlato d strade secondarie allagate…
Jughead: In ogni caso, immagino ke la nuova coach non v avrebbe portato lì se c fossero dei veri pericoli, quindi d sicuro va tutto bene. Però scrivimi quando leggi i messaggi, okay? Nn farmi preoccupare.
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Jughead: Arch, hai avuto notizie dalle ragazze?
Archie: Nn d recente. Ronnie ha detto ke la ricezione sarebbe peggiorata avvicinandosi al campeggio.
Jughead: Il fatto ke sia sensato nn significa che mi faccia stare tranquillo…
Archie: X il temporale?
Jughead: Già…
Jughead: Probabilmente sn solo paranoico. D sicuro nn sarebbero partite se fosse stato pericoloso.
Archie: Giusto. Insomma, queste decisioni le prendono degli… adulti, quindi…
Jughead: Certo, come no. Nn è MAI successo ke gli adulti di Riverdale ke “prendono le decisioni” c abbiano deluso, vero? O messo in pericolo, se è x questo.
Archie: Nn hai tutti i torti. Però cerca d nn preoccuparti troppo. Stanno bene, sn sicuro ke si faranno sentire appena potranno. Se ho notizie t avviso.
Jughead: Idem.
VERONICA
«Betty? Betty!»
La preoccupazione si fece strada nella mia voce mentre mi chinavo sulla mia migliore amica, abbandonata sul sedile, la testa contro il finestrino. Non sembrava esserci sangue, ma aveva perso i sensi quando l’autobus era andato fuori strada. Ero praticamente sicura che avesse un trauma cranico.
Mi allungai per darle un colpetto sulla spalla o per scuoterla delicatamente, nella speranza che reagisse in qualche modo, ma le mie nozioni di pronto soccorso (che, dovevo ammetterlo, erano ben poche) mi suggerirono che spostarla sarebbe stata una pessima idea. E così rimasi piegata su di lei, con la pelle d’oca per l’ansia, in attesa di capire se stava bene.
Intorno a me, le Vixens erano più o meno nella stessa situazione. La coach Grappler camm...