Il peggiore dei mondi possibili
eBook - ePub

Il peggiore dei mondi possibili

  1. 936 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Il peggiore dei mondi possibili

Informazioni su questo libro

Fiorirà l'aspidistria, Omaggio alla Catalogna, Una boccata d'aria, La fattoria degli animali, 1984: con queste cinque opere, tra il 1936 e il 1948, George Orwell è andato delineando un panorama sociale, politico e narrativo che si è nutrito insieme di suggestioni biografiche, grandi eventi storici, immaginazione letteraria, diventando uno dei grandissimi autori del Novecento. Questo volume li raccoglie, fornendo inoltre un agile profilo dell'autore e una curiosa sezione di giudizi critici dei contemporanei, a volte sorprendenti.

Domande frequenti

Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
  • Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
  • Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Entrambi i piani sono disponibili con cicli di fatturazione mensili, semestrali o annuali.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a Il peggiore dei mondi possibili di George Orwell in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.

Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2020
Print ISBN
9788804734901
eBook ISBN
9788835705864
FIORIRÀ L’ASPIDISTRA

RECENSIONI

SE DIFFICILMENTE UNA RECENSIONE è in grado di determinare il successo di un autore, le fortune di un libro – quali che siano – possono a posteriori illuminare di luce singolare le opinioni formulate intorno a esso. Verità generale che assume particolare pregnanza ove, come nel caso di Orwell, a essere oggetto di giudizio sia la produzione di un’indole satirica di genuino, swiftiano vigore. È dunque giocoforza che la lode o il biasimo espressi dalla critica militante, affrancati dalla loro costituzionale precarietà, si abbandonino all’indiscrezione legittima di ogni futura generazione di lettori. I quali, forse, saranno perfino tentati di servirsene come di altrettanti spiragli dischiusi su assai prossime Lilliput (ovvero Brobdingnag, secondo i casi).
A tale scopo abbiamo creduto opportuno premettere ai seguenti panorami orwelliani qualche esile «cartolina» dovuta alla penna di commentatori più o meno illustri (se non addirittura anonimi), ma sempre e comunque atta a favorire, con la riflessione, un confronto, un rapporto tra l’opera e la sua ricezione, facendone trasparire, quand’anche per via contrastiva, la dominante evidenza delle idee.

«Times Literary Supplement», 2 maggio 1936

SE QUESTO LIBRO CONTINUA A URTARCI, appunto perciò val la pena di leggerlo. Non sono molti i libri dotati di sostanza sufficiente a urtare il lettore. Ciò che per la maggior parte delle persone rappresenta un’esistenza razionalmente impostata e una vita ordinaria implicherebbe dunque di necessità le aspidistre, adoperate dall’autore a simboleggiare ristrettezza di vedute? Il nostro romanziere sembra pensare che una condizione agiata sia di per sé sufficiente a garantire immunità da ogni grettezza e angustia di prospettive – ciò che è ovviamente falso – e che, quando manchi la vera agiatezza, il solo sforzo fatto per vivere in condizioni di discreto benessere e dignità debba comportare l’esclusiva concentrazione sul tema del denaro. Ciò che in realtà – quand’anche possa verificarsi in alcuni casi, com’è ovvio – dipende in ultima istanza dal singolo individuo. Certo, è più facile condurre una nobile vita fondata sulle soddisfazioni dello spirito quando si sia liberi da preoccupazioni materiali, ma non c’è nulla di necessariamente più nobile nell’accettare di propria volontà un tenore di vita inferiore a quello di cui si potrebbe godere: inferiore non solo in termini di benessere, ma anche sotto il profilo d’interessi, cultura, amicizie personali.
Recensione anonima

«Life and Letters Today», autunno 1936

ORWELL HA RESUSCITATO L’ASPIDISTRA. Se tante penne titubano sospese a mezz’aria, esitando a vergare sul foglio una parola così scialba per adombrare l’opprimente mestizia degli alloggi piccoloborghesi, ecco che l’autore ce la restituisce di colpo. Ed è un po’ come se la Schiaparelli si fosse proposta di mettere a rumore la città intera svecchiando mode ormai tramontate.
Il libro parla di Londra. È un libro che parla orribilmente di Londra. Di quella Londra che sbirciamo per la prima volta dal finestrino quando, ormai quasi giunti in stazione, il treno preso appena sbarcati dal traghetto già rallenta sui binari a fianco della banchina. Della Londra che cogliamo di sfuggita in una frase sentita per caso, in una faccia sbiadita, nel bucato penzolante dagli stenditoi su fradice strade fuligginose e, naturalmente, nelle aspidistre scorte di là dai vetri di finestre dalle tende un po’ lacere, benché inamidate. È un libro che parla di una Londra opprimente, letale, non del lato sornione di Londra, ma del vecchio abito di Londra che può essere «ancora accettabile», della sua cravatta lisa, delle sue caviglie macchiate d’inchiostro per dissimulare i buchi nei calzini. [...] Forse il più straordinario dei tanti talenti di Orwell è la sua capacità di serbare un assoluto distacco nei confronti delle sue creature. E se tale atteggiamento già era evidente nei suoi due precedenti romanzi (La figlia del reverendo e Giorni birmani), qui di nuovo, senza tradire la pur minima simpatia o antipatia verso i personaggi del libro, l’autore sembra, come un Toscanini della letteratura, piuttosto interpretare che comporre, più fotografare che dipingere. Il che potrebbe anche rappresentare l’elogio più lusinghiero che sia lecito tributargli.
KENNETH MACPHERSON1
1. Kenneth Macpherson (1903–1971), romanziere, critico e regista cinematografico scozzese.
denaro
Se parlassi le lingue degli uomini
e degli angeli, ma non avessi il denaro,
sarei come bronzo che rimbomba
o come cimbalo che strepita.
E se avessi il dono della profezia,
se conoscessi tutti i misteri e avessi
tutta la conoscenza, se possedessi tanta
fede da trasportare le montagne, ma
non avessi il denaro, non sarei nulla.
E se anche dessi in cibo tutti i miei beni
e consegnassi il mio corpo per averne
vanto, ma non avessi il denaro, a nulla
mi servirebbe.
Il denaro è magnanimo, benevolo
è il denaro; non è invidioso, non
si vanta, non si gonfia d’orgoglio,
non manca di rispetto, non cerca
il proprio interesse, non si adira,
non tiene conto del male ricevuto,
non gode dell’ingiustizia ma si rallegra
della verità. Tutto scusa, tutto crede,
tutto spera, tutto sopporta. [...]
Ora dunque rimangono queste tre cose:
la fede, la speranza e il denaro.
Ma la più grande di tutte è il denaro!
PRIMA LETTERA AI CORINZI, XIII (adattamento)
«Quando non hai un quattrino la tua vita
è tutta una lunga serie di mortificazioni.»

I

L’OROLOGIO BATTÉ LE DUE E MEZZO. Nel piccolo ufficio in fondo alla libreria del signor McKechnie, Gordon — Gordon Comstock, ultimo membro della famiglia Comstock, ventinovenne e già piuttosto ammuffito —, oziava dietro il tavolo, aprendo e chiudendo col pollice un pacchetto da quattro penny di sigarette Player’s Weights.
I rintocchi armoniosi di un altro orologio, più lontano — quello del Principe di Galles, sull’altro lato della strada —, incresparono l’aria stagnante. Gordon fece uno sforzo e raddrizzatosi sulla sedia ripose il suo pacchetto di sigarette nella tasca interna della giubba. Avrebbe dato qualunque cosa per una fumatina; ma gli erano rimaste soltanto quattro sigarette. Era mercoledì e lui doveva riscuotere soltanto venerdì. Sarebbe stato atroce rimanere senza tabacco quella sera e tutto il giorno dopo.
Disgustato in anticipo all’idea delle ore senza tabacco dell’indomani, si alzò dirigendosi verso la porta, figura minuta e gracile, dalle ossa delicate e i movimenti nervosi. La manica destra della sua giubba era lisa e consunta sul gomito, e sul davanti il bottone di mezzo mancava; i pantaloni di flanella, non di sartoria, erano macchiati e sgualciti. Anche dall’alto si poteva vedere che le sue scarpe avevano bisogno di una risuolatura.
I quattrini risuonarono nella tasca dei pantaloni nell’istante in cui si alzò. Conosceva la somma precisa che possedeva: cinque penny e mezzo — due penny e mezzo, più una monetina da tre penny. Si fermò, trasse di tasca la miserabile monetina da tre penny e la guardò. Maledetta e inutile cianfrusaglia! E che razza di fesso era stato a prenderla! Il fatto era avvenuto il giorno prima, dal tabaccaio. «Fa lo stesso per voi un pezzo da tre penny, non è vero, signore?» aveva cinguettato quella sgualdrinella della tabaccaia. E naturalmente lui se l’era lasciato rifilare. «Sì, sì, assolutamente lo stesso!» aveva risposto, da quell’idiota che era!
Il cuore gli si strinse dolorosamente al pensiero di avere al mondo soltanto cinque penny e mezzo, di cui tre penny non si potevano nemmeno spendere. Perché, che cosa vuoi comprare con un pezzo da tre penny? Non è una moneta, è la risposta a un rompicapo. Fai una tale faccia da stupido quando la tiri fuori di tasca, a meno che non si trovi in un mucchio di altri spiccioli. “Quant’è?” dici. “Tre penny” risponde la ragazza al banco. E allora tu ti frughi ben bene in tasca e ne peschi fuori quell’assurdo oggettino, tutto solo, appiccicato alla punta del tuo dito, come un gettone d’avorio di tiddleywink.1 La commessa arriccia il naso. Ha capito all’istante che quelli sono i tuoi ultimi tre penny, tutto quanto ti rimane al mondo. La vedi lanciare una rapida occhiata alla monetina: si sta domandando se per caso non ci sia rimasto attaccato un pezzettino della torta natalizia. E tu esci con le gambe legate e il naso all’aria e non potrai nemmeno mettere più piede in quel negozio! No! Non bisogna assolutamente spendere quel threepenny-bit. Tutto quello su cui si può contare sono i due penny e mezzo residui: due penny e mezzo da far durare fino a venerdì.
Quella era l’ora più solitaria del pomeriggio, quando ben pochi avventori si facevano vivi. Lui si trovava solo con settemila volumi. L’oscura stanzetta, che puzzava di polvere e di carta ammuffita, e che dava nell’ufficio, era stipata fino al soffitto di volumi, quasi tutti molto vecchi e invendibili. Sugli scaffali più alti, vicino al soffitto, i volumi in quarto di enciclopedie estinte dormivano ammucchiati in pile come le bare sovrapposte nelle tombe comuni. Gordon scostò le tendine azzurre sature di polvere che facevano da tramezza e corridoio insieme tra la stanzetta e il locale seguente. Questo, meglio illuminato degli altri, conteneva la biblioteca circolante. Era una di quelle biblioteche “a due penny senza deposito” tanto amate dagli sgraffignatori di libri. Non conteneva altri libri che romanzi, naturalmente. E quali romanzi! Ma anche questa era una particolarità ovvia.
I romanzi — ottocento in totale — foderavano la saletta su tre lati, dal pavimento al soffitto, fila su fila di oblunghi dorsi sgargianti, come se le pareti fossero state costruite di variopinti mattoni messi verticalmente. I volumi erano disposti in ordine alfabetico: Arlen, Burroughs, Deeping, Dell, Frankau, Galsworthy, Gibbs, Priestley, Sapper, Walpole. Gordon vi lasciò scorrere sopra lo sguardo con una specie di odio inerte. In quel momento detestava tutti i volumi, e i romanzi in modo particolare. Era orribile pensare a quel ciarpame mucillaginoso, stolido, ammassato tutto in un solo posto. Un vero pasticcio, un pasticcio di sugna. Ottocento fette di budino, che lo imprigionavano: un carcere dalle pietre di sugna. Il pensiero era opprimente. Si spostò, oltre le cortine, verso la parte anteriore della bottega. E, così facendo, si lisciò i capelli. Era un gesto abituale. Dopotutto, potevano esserci delle ragazze fuori, davanti alla porta a vetri. Gordon non era un uomo dal portamento imponente. Era alto solo un metro e sessantanove e poiché i suoi capelli erano di solito troppo lunghi, la sua testa dava l’impressione di essere un po’ troppo grossa per il suo corpo. Non si dimenticava mai del tutto della sua statura mediocre. Quando sapeva che qualcuno lo guardava, assumeva un portamento rigido e impettito, gonfiando il petto, con un’aria strafottente, che ingannava talvolta le persone semplici.
Ma non c’era nessuno fuori. La bottega vera e propria, diversamente dal resto, era elegante e d’aspetto costoso, e conteneva circa duemila volumi, non contando quelli in vetrina. A destra, c’era un banco a vetri, in cui erano esposti i libri per bambini. Gordon distolse lo sguardo da un’atroce sovraccoperta alla Arthur Rackham, sulla quale dei fanciulli simili a folletti attraversavano una radura cosparsa di campanule azzurre. Guardò fuori dalla porta a vetri. Una gran brutta giornata, e cominciava a tirare vento. Il cielo era di piombo, i ciottoli della strada erano viscidi. Era il giorno di sant’Andrea, trenta di novembre. La libreria di McKechnie si trovava sull’angolo di una specie di piazza informe, vago quadrilatero in cui confluivano quattro strade. A sinistra, appena visibile dalla porta, sorgeva un grande olmo, spoglio ora, con la sua moltitudine di ramoscelli e di stecchi che formavano una trina color seppia sullo sfondo del cielo. Di fronte, proprio accanto al Principe di Galles, si rizzavano alte impalcature pubblicitarie di specialità alimentari e medicinali. Galleria di mostruose facce di pupazzi, rosei faccioni vuoti, raggianti d’uno sciocco ottimismo. Biscottini alla Crema Dolcevera (“I Bimbi esigono i loro Biscottini Dolcevera”), Borgogna Canguro, Cioccolato al Vitamalt, Bovex. Di tutti quei cartelloni era quello del Bovex che opprimeva maggiormente Gordon. Un commesso occhialuto, dal muso di topo, i capelli lustri come se verniciati, sedeva a un tavolo di ristorante, ghignando sopra un boccale di birra spumeggiante. “Il Tavolo d’Angolo ama pasteggiare con Bovex” diceva la didascalia.
Gordon accorciò la prospettiva del suo sguardo. Sul vetro velato di polvere il riflesso della sua faccia lo guardò di rimando. Non era una faccia simpatica. Non ancora trentenne, ma già rosa dalle tarme, ammuffita. Pallidissima, con rughe amare, inalienabili. Una fronte di quelle comunemente chiamate “nobili” — molto alta, cioè — ma un esiguo mento aguzzo, così che la faccia nel suo insieme era più a forma di pera che ovale. Capelli color topo, in disordine, bocca scontrosa, occhi color nocciola tendenti al verde. Estese di nuovo la prospettiva dello sguardo. Odiava gli specchi ormai. Fuori, tutto era squallido, invernale. Un tram, come un rauco cigno d’acciaio, scivolò lamentandosi sull’acciottolato, e sulla sua scia il vento spazzò un residuo di foglie calpestate. Gli stecchi dell’olmo turbinavano, protendendosi verso levante. Il cartellone che esaltava la Crema Dolcevera era strappato sull’orlo; un nastro di carta garriva a tratti come una minuscola fiamma ammiraglia. Anche nella strada laterale, a destra, i pioppi spogli che orlavano il marciapiede si piegavano bruscamente a ogni raffica di vento. Un vento rigido, nemico. Si avvertiva una nota minacciosa a ogni sua raffica; il primo ringhio dell’ira invernale. Due versi di una poesia agitavano nello sforzo di nascere la mente di Gordon.
… Acerbamente il vento qualche cosa, per esempio il vento torvo, bieco, minaccioso? No, meglio vento bieco. Il vento bieco batte, no, sferza, diciamo…
… I pioppi qualche cosa, i pioppi miti? No, meglio remissivi. Non ci sono troppi aggettivi? Non importa. I pioppi remissivi, pur mo’ nudi. Uhm, non c’è male, anche se ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Caro Mr Willmett
  4. FIORIRÀ L’ASPIDISTRA
  5. OMAGGIO ALLA CATALOGNA
  6. UNA BOCCATA D’ARIA
  7. LA FATTORIA DEGLI ANIMALI
  8. 1984
  9. George Orwell
  10. Le opere
  11. La fortuna
  12. Bibliografia essenziale
  13. Copyright