Che cosa c'è da ridere
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Che cosa c'è da ridere

  1. 312 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Che cosa c'è da ridere

Informazioni su questo libro

Immagina una stanza spoglia, molto ampia e illuminata. In questa stanza, la mattina presto, centinaia di persone sono state radunate per essere spedite lontano, in un altro paese, dove saranno ammazzate. Ora, però, la stanza ha cambiato aspetto. Il terrore ha lasciato il posto a un'atmosfera dolce di attesa, sulle panche uomini e donne chiacchierano tra loro. In questa stessa stanza, c'è anche un giovane prigioniero. È in piedi, al centro del palco, illuminato dai fari. Sa che deve concentrarsi soltanto sull'unica possibilità di salvezza che gli rimane. Fare ridere il comandante. Fare ridere il lupo seduto proprio lì, di fronte a lui, fare ridere il suo nemico. Quel giovane uomo si chiama Erich Adelman. E questa è la sua storia, quella di un ragazzino ebreo nella Berlino degli anni Trenta che cresce in una casa dove non si ride mai. Erich desidera solo due cose: l'amore di Anita, la ballerina ritratta sulla cartolina donatagli da un uomo senza gambe incontrato per strada, e diventare un grande comico, calcando il palco dei migliori cabaret della Germania. Sogni, i suoi, che proprio nel momento in cui sembrano potersi realizzare, si scontrano con la più abominevole delle realtà, la tragedia della Shoah. In questo romanzo Federico Baccomo riesce a tenere assieme comicità e tragedia, che si riflettono l'una nell'altra e a vicenda si illuminano e si potenziano. Grazie anche a un grande lavoro di documentazione, ci regala una toccante storia di formazione ispirata a quella dei tanti ossuti e stremati Erich che sfidarono il nazismo opponendo l'arte e l'intelligenza alla grettezza, all'ottusità e alla violenza, per continuare a sentirsi, nonostante tutto, esseri umani.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2021
Print ISBN
9788804722489
eBook ISBN
9788835706731
Parte prima

GERMANIA

E ancora è incredibile come tutto crolli senza opporre resistenza.
VICTOR KLEMPERER, Testimoniare fino all’ultimo

I misteri

Le storie, non tutte, le più belle, raccontano un mistero. Questa, addirittura due, ne racconta, i più grandi e i più difficili tra tutti i misteri. Ma corro troppo, prima di parlare di misteri e mica misteri, vorrei parlarti un po’ di lui, il protagonista di questa storia. Si chiama, anzi si chiamava, Erich. Erich Adelman.

Non ridere, non c’è niente da ridere

Verso la fine del 1928, quando comincia questa storia, Erich era un ragazzino di appena quattordici anni. Mingherlino e ossuto, più piccolo dei suoi coetanei, viveva a Berlino e passava le giornate affacciando il suo muso di volpe triste da una piccola finestra di un palazzaccio scrostato che dava su un cortile di sassi e pozzanghere. Tutto qua, non c’è molto altro da dire della sua vita fino a quel momento, lui stesso gli anni della sua giovinezza li metteva insieme in una frase semplice ma anche un po’ tremenda: “La mia famiglia, non ridevamo mai”.
Un’esagerazione, naturalmente.
Come tutti, anche a Erich era capitato di ridere. Per esempio, aveva riso a tre anni quando un giovane fisarmonicista di strada lo aveva preso in braccio e gli aveva fatto schiacciare i tasti dello strumento. Aveva riso a sette anni quando la zia Susanne, in punta di piedi per prendere una tazza da uno scaffale, aveva finito per tirare giù tutto il servizio, tazze, tazzine e piattini, un macello. Due anni dopo aveva riso vedendo una signora tutta paonazza scendere dal tram cercando di coprirsi una grossa macchia marrone che si allargava sulla gonna chiara proprio all’altezza del sedere e, recentemente, aveva riso quando un cavallo della polizia aveva starnutito in faccia a un prete. Insomma, ridere aveva riso, però è vero che, dopo ogni risata, il suo papà lo stecchiva sempre con la frusta del suo sguardo.
“Non ridere” gli diceva, “non c’è niente da ridere.”

La causa

Il papà di Erich, il signor Rudolf Adelman, ecco, lui sì che non rideva davvero mai, neanche una volta, neanche per sbaglio.
Si potrebbe pensare che avesse i suoi buoni motivi per non farlo. In fondo, che cosa c’era da ridere nella Berlino degli anni Venti del secolo scorso? Che cosa c’era da ridere in un tempo e in una città che la Grande guerra di pochi anni prima aveva gettato in una rovina di caos e morte, di scontri politici e lotte sociali, ma soprattutto di tanta, tanta povertà? Non si trattava, però, solo di queste faccende generali, che riguardavano la popolazione intera, il signor Rudolf Adelman aveva anche dei motivi tutti suoi. Per esempio: che cosa c’era da ridere per un cappellaio – il signor Rudolf era un cappellaio – che faticava a tenere aperto il suo negozio, ora che era arrivata la concorrenza dei grandi magazzini? E poi: che cosa c’era da ridere per un uomo di grande rigore morale – il signor Rudolf era un uomo di grande rigore morale – che doveva assistere alla proliferazione di bische e di bordelli? E ancora: che cosa c’era da ridere per un ebreo – il signor Rudolf era un ebreo – di fronte all’ostilità di tutti quelli che, ogni santo giorno, senza un motivo, attribuivano agli ebrei la colpa della sconfitta in guerra e delle difficoltà che la Germania stava attraversando? Che cosa c’era da ridere?
Non molto.
Eppure, la cosa strana, non era per queste faccende, l’incubo della povertà, la minaccia del razzismo, lo sconcerto provocato dalla perversione dei suoi concittadini, non era per queste faccende che dalla bocca del signor Rudolf Adelman non usciva una risata che fosse una.
La causa era un’altra.
La causa era Erich.

Che razza di compleanno

Erich nacque a Berlino la mattina del 28 luglio del 1914.
Non era un giorno qualsiasi, quel giorno scoppiava la Prima guerra mondiale. Tu pensa il caso, venire al mondo proprio il giorno in cui prendeva forma una tragedia come non se ne erano mai viste prima in Europa. Ma a rendere ancora più infelice quella data, a Erich successe un altro fatto, che era insieme triste e bizzarro: nacque da solo, senza che ci fossero la sua mamma e il suo papà lì con lui.
Ora, senza il papà si può nascere – in quel periodo il signor Rudolf era in viaggio per lavoro, era andato a Parigi per studiare le nuove mode in materia di cappelli –, ma senza la mamma, come si fa a nascere senza la mamma vicino? Si fa che la mamma c’era, ma era come se non ci fosse. Quella mattina, la mattina in cui nacque Erich, Lili, la sua mamma, stava sbrindellando delle vecchie camicette per tirarci fuori dei vestitini per il piccolo (o la piccola, maschio o femmina, ancora non si sapeva), quando all’improvviso sentì un dolore acuto nella pancia, poi un altro, poi un altro ancora, un’esplosione di fitte come tanti chiodi nel grembo, dopodiché, all’improvviso, sentì qualcosa di bagnato tra le cosce, mise una mano e trovò un ruscello di sangue nero, pastoso. In ospedale, quando l’ostetrica tirò fuori il piccolo Erich, che era piccolo davvero, minuscolo, visto che era in pancia da sette mesi soltanto, quando l’ostetrica lo tirò fuori, Lili era già morta, un’emorragia interna, non si capì mai bene che cosa fosse successo, ma a quel punto, anche capire, che cosa ci si guadagnava?
«Che cosa hai fatto, mostro?» furono le prime parole che gli disse il suo papà, rientrato di corsa a Berlino, quando si trovò di fronte il figlio. «Mostro, che cosa hai fatto?» Ma che cosa poteva aver mai fatto quello scarabocchio d’uomo, così leggero, così fragile, più simile a un uccellino che a un neonato, in lotta tra la vita e la morte, che cosa poteva aver mai fatto? Niente. Eppure, «Che cosa hai fatto, mostro?» gli urlò il signor Rudolf piegato sul suo faccino rugoso. «Si può sapere che fretta avevi di poggiare quei tuoi piedini da bestia su questo mondo schifoso?»
Prima ancora di una coperta, il suo papà gli aveva già messo addosso una colpa.

Non lo so, papà

Così, Erich era cresciuto come se fosse sempre sotto processo, un processo che terminava sempre allo stesso modo, con una sentenza di condanna. Dico cresciuto per modo di dire, visto che anche in seguito, proprio come quando era nato, Erich rimase sempre un po’ più piccolo degli altri, e un po’ più magro, come se il suo corpicino, tante ossa e pochi muscoli, avesse scelto di vivere in uno spazio ridotto, forse per nascondersi, forse per non dare fastidio.
Il suo papà, che era stato dispensato dalla guerra per restare a casa a badare al “piccolo assassino”, che delle volte è così che lo chiamava , “piccolo assassino”, il suo papà faceva il possibile per non fargli mancare una casa, un pasto e un’educazione, ma un po’ di calore, di affetto, quelli non riusciva proprio a darglieli. Non è che non gli volesse bene, gliene voleva, ma voleva bene anche alla sua Lili e, senza la sua Lili, quel bene non voleva più saperne di venire fuori. Così, se è vero che ogni figlio ha bisogno di un po’ di amore e di un po’ di disciplina, il signor Rudolf, incapace dell’amore, si diede da fare con la disciplina, e il risultato fu che Erich cominciò a guardare il mondo attraverso i precetti severi del suo papà. Imparò che la vita non era altro che una lista di regole. Si fa così! Non si fa cosà! Questo è consentito! Quest’altro è vietato! Devi smetterla! Devi vergognarti! Devi chiedere scusa! Vivere, pensava Erich, era davvero un’impresa difficile, figurarsi essere felici: impossibile. Bisognava stare attenti, tenere alta la guardia, essere persone serie, perché era un attimo cadere in rovina, finire male, andare a rotoli.
«La storia è piena di gente che è andata a rotoli» diceva il signor Rudolf, «vuoi essere uno di questi?»
«No, papà» diceva Erich, «io non voglio andare a rotoli.»
«E allora vedi di rigare diritto.»
Ma, per quanto si impegnasse, quello che era diritto per Erich era sempre storto per i gusti del suo papà. Passava un pomeriggio sdraiato vicino alla stufa a fare una torre di pigne? «Lazzarone!» gli diceva quello. Faceva cadere un guanto a terra? «Farabutto!» A scuola prendeva un voto non molto alto? «Mascalzone fatto e finito!» Poi, dopo il rimprovero, puntuale come la domenica, il signor Rudolf gli faceva una domanda: «Ma perché il cielo non si è preso te che sei un disgraziato e non mi ha lasciato la tua mamma?».
«Non lo so, papà» rispondeva Erich. «Perché non si è preso me che sono un disgraziato e non ti ha lasciato la mia mamma?»
«Se non lo sai tu, che cosa vuoi che ne sappia io? Levati di torno.»
Ora capisci perché quelle poche volte che aveva riso, Erich se le ricordava con precisione, così rare com’erano. Le volte che aveva pianto, di quelle, invece, aveva perso il conto.
Era un maestro del pianto, se fosse esistita la materia a scuola avrebbe potuto dare delle gran lezioni. Negli occhi aveva due brocche sempre piene di lacrime, così ogni giorno poteva versarne un po’, per esempio quando i compagni di classe lo chiamavano microbo e gli strisciavano la faccia contro i mattoni ruvidi del cortile, oppure quando il figlio del giudice gli buttava i libri nella vasca della fontana, oppure quando il suo papà, per punirlo, lo chiudeva di notte nel negozio e a Erich, nel buio, gli mancava il cuore e pensava che non era bello vivere così. Allora piangeva nel gomito, e poi dava i pugni al muro e a voce bassissima diceva: «Mamma, se mi senti, stammi vicino e poi dimmelo tu che cosa devo fare». E in questo modo la sua vita più o meno andava avanti.

Mal di schiena

E sarebbe più o meno andata avanti così ancora per chissà quanto se un pomeriggio di novembre, pieno di nuvole basse e nere che preparavano una notte di temporali, il signor Rudolf non avesse deciso di fare un salto dal dottor Dronke per un dolorino alla schiena che, da qualche mese, aveva preso a tormentarlo. Capirai, gli anni passati in negozio, stando in piedi tutto il giorno, dalla mattina presto fino alla sera tardi, andando avanti e indietro tra gli scaffali, e prendi questo, e prendi quello, avevano messo a dura prova la sua colonna vertebrale. A lungo il signor Rudolf si era ostinato a rimandare ogni controllo: “Che cosa vai a controllare”si diceva, “a pasticciare con il corpo si fanno solo danni.” Ma la mattina in cui si trovò bloccato mentre stava infilando la giacca, e per un quarto d’ora rimase incastrato, con una manica su e l’altra che gli pendeva dietro, girando in tondo come un cane impazzito, capì che rimandare, non si poteva più rimandare.
Per cui, via di corsa dal dottor Dronke, di corsa per modo di dire, visto che anche camminare era diventata una manovra faticosa. «E tu, balordo che non sei altro, renditi utile, accompagna il tuo papà.»
L’ambulatorio del dottore era al primo piano di un vecchio palazzo poco lontano, in un viale alberato senza alberi, che qualche poveraccio in cerca di legna da bruciare per scaldarsi aveva pensato bene di tagliarli, erano rimasti soltanto i tronchi segati. Quando arrivarono, Erich e il suo papà si misero ad aspettare il loro turno in uno stanzino freddo e umido con cinque sgabelli, tutti già occupati.
«Ecco» disse il signor Rudolf, «adesso mi tocca anche aspettare in piedi, io che ho la schiena a pezzi, con il rischio di rovinarmela ancora di più.» Lo sentirono tutti i presenti che continuarono a restare seduti ai loro posti. «Fai una bella cosa» disse allora il signor Rudolf a Erich, «vai giù, chiedi al portinaio se ha una sedia da prestarti, gli dici che è un’emergenza e che gliela riporti più tardi insieme a una piccola mancia, ci sarà qualcuno di onesto in questa casa?» E intanto guardò, uno per uno, tutti i presenti che non fecero una piega, continuarono a restare seduti.
Una sedia da prestargli il portinaio non ce l’aveva, ma aveva una cassetta di legno, come quelle per la frutta, bisognava solo stare attenti a un paio di chiodini che spuntavano su un lato. Erich se la caricò sulla testa e tornò dal suo papà, il quale, però, durante la sua assenza, tanto aveva detto, tanto aveva fatto, che aveva ottenuto di superare tutti ed entrare dal dottore prima degli altri, e così: «Riporta giù la sedia» gli disse, «non ce n’è più bisogno».
«Posso sedermi io mentre ti aspetto» aveva detto Erich.
«Tu sei giovane e perdigiorno, non hai bisogno di stare seduto. Riportala subito giù.»
«Mi dai la mancia?»
«Quale mancia?»
«Quella che mi hai fatto promettere al portinaio.»
«Allora, in primo luogo, ti pare una sedia questa? Non mi pare proprio una sedia, è solo una cassetta, ed è pure piena di chiodi, che sono pericolosissimi. In secondo luogo, non l’ho nemmeno usata, e allora devo mettermi a dare una mancia per qualcosa che non ho nemmeno usato? Ma è possibile che non ci sia nessuno di onesto in questo mondo maledetto?»

Qualcosa di proibito

Così Erich aveva riportato la cassetta dal portinaio, ma poi, invece di tornare nello stanzino in mezzo a quella gente che lo guardava come a dire: “Povero te, vivere con un papà del genere”, decise di aspettare in strada dove, a destra, c’era un cane che abbaiava a un merlo sopra un davanzale, mentre, a sinistra, un gruppetto di ragazzi era ammassato intorno a uno dei tronchi spezzati. Parlottavano tutti concitati, ogni tanto qualcuno di loro si guardava alle spalle, come per controllare che nessuno li sorprendesse a fare qualcosa di vietatissimo. Erich fece un passo indietro e si riparò nell’atrio per continuare a spiarli. I ragazzi avevano qualcosa tra le mani, se lo passavano, lo analizzavano, lo commentavano.
Che cos’è, che cos’è?, si chiedeva Erich. Sicuramente qualcosa di proibito e di preziosissimo, qualcosa che bisognava assolutamente scoprire cos’era. Provò a sporgersi un po’, ma non c’era modo di sbirciare in quel lontano gomitolo di mani. Poi, a un tratto, i ra...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. CHE COSA C’È DA RIDERE
  4. Parte prima. GERMANIA
  5. Parte seconda. OLANDA
  6. Parte terza. POLONIA
  7. DOPO
  8. Note e ringraziamenti
  9. Copyright