Nonostante le riserve iniziali dei villici, Archie riuscì a integrarsi relativamente in fretta. Il mattino dopo il suo arrivo, Yumi lo mise a sedere e ascoltò il racconto di come era stato bandito dalla tribù. Più tardi, lo portò in giro con sé e lo presentò a tutti gli abitanti, una casa alla volta.
Alla cruda luce del giorno Archie doveva sembrare molto meno minaccioso. Yumi aveva trovato dei vecchi vestiti da fargli indossare, semplici ma comodi, o così gli aveva detto. E ciò nonostante, erano comunque più belli di qualsiasi cosa avesse mai indossato nella tribù degli abitori.
Ora, la maggior parte dei villici che Archie incontrò sembrò gentile e felice. Persino coloro che l’avevano guardato storto la notte prima. Alcuni gli dissero addirittura: «Benvenuto nel nostro villaggio».
L’unica vera eccezione fu Salah. Si rifiutò di parlare con Archie. Cercò anzi di fingere che l’abitore non fosse lì mentre ringhiava contro Yumi. «Quella cosa che hai vestito come una bambola è un parassita» le disse. «Questo non è il suo posto, e ogni minuto che passa qui, mette a rischio l’intero villaggio.»
Yumi sbuffò e indicò Archie. «Guardalo. Ti sembra una minaccia?»
Salah volutamente non distolse gli occhi dal volto di Yumi. «È un abitore, non un villico. Solo i villici fanno parte del villaggio. Lo dice il nome stesso.»
E ciò detto, sbatté la porta di casa in faccia a Yumi. Lei socchiuse le palpebre per qualche istante, come se stesse valutando di tirarla giù a calci. Invece, si voltò e portò via Archie.
«Non preoccuparti di lui» disse mentre tornavano a casa. «Cambierà idea, alla fine.»
«E se non lo farà?» Archie temeva che l’uomo avrebbe fatto qualsiasi cosa per sbarazzarsi di lui.
«Allora se ne avrà a male, e non c’è nulla che tu possa farci.»
Durante le due settimane successive, Archie fece del suo meglio per rendersi utile. Accompagnò Yumi ogni volta che usciva di casa, soprattutto perché non voleva essere lasciato solo. Quando lei gli chiedeva qualcosa, scattava per obbedire. Voleva soltanto compiacerla e, come spesso commentava Yumi sorridendo gentile, guadagnarsi l’ospitalità.
Archie non riusciva sempre a fare bene ciò che gli veniva chiesto, ma si sforzava il più possibile. Terrorizzato all’idea che la benevolenza di Yumi potesse svanire da un momento all’altro, si era deciso a non fornirle alcuna scusa per farsi buttare fuori dal villaggio. Almeno, non se poteva evitarlo.
Tutto sembrava filare liscio. Archie si sentiva più utile che mai, e persino apprezzato. Anche se i villici non si fidavano completamente di lui (per ora, si ripeteva), lo trattavano meglio di quasi tutti i suoi compagni abitori.
Mentre gli abitori davano valore alla furbizia, alla malizia e alla forza, per i villici erano importanti l’armonia, il lavoro di squadra e la comunità. Archie non aveva trovato il suo posto tra gli abitori, ma i villici sembravano propensi a concederglielo, almeno finché se ne fosse dimostrato degno. Si propose di fare esattamente quello.
Conobbe gli abitanti del villaggio: i loro nomi, i loro lavori, le cose a cui tenevano e le persone che amavano. C’erano Xu (il fornaio), Wendy (la fattrice), Farouk (il sarto), Chandra (il fabbro), Zuri (il pastore), Nanuq (un mandriano), Liam (il cuoco), e molti altri.
All’inizio, molti di loro erano riluttanti nel condividere le cose con lui, ma Archie insisteva così tanto per aiutarli che alla fine cedevano, anche solo per farlo tacere. Nel tempo trascorso insieme, finivano per parlare con lui, rispondendo alle sue domande e raccontandogli le storie della loro terra e delle loro vite.
Nei suoi primi giorni al villaggio, Archie non si sforzò di farsi degli amici. La sua vita da abitore l’aveva preparato soltanto ad aspettarsi il peggio da chiunque, così si limitava a cercare di capire quanto poteva rendersi utile ai villici senza farsi maltrattare o cacciare via. Nella dimora degli abitori, Archie (così come tutti i suoi compagni) aveva deciso di non essere di particolare utilità a nessuno, perciò aveva passato il tempo tentando di evitare chiunque. Nel villaggio, però, non era possibile.
Innanzitutto, Archie si notava. Anche con indosso gli abiti da villico, non assomigliava per niente a uno di loro. Era la sua pelle grigia a tradirlo.
Seconda cosa, i villici provavano una legittima sfiducia nei confronti degli abitori, quindi, a prescindere, lo tenevano sempre d’occhio. Non aveva alcuna possibilità di non farsi notare.
Terza cosa, e forse la più importante, Archie scoprì di apprezzare l’attenzione. In quanto straniero, era qualcosa di curioso, certo, ma non come lo era stato per gli altri abitori. Quando i villici misero da parte i loro sospetti su di lui, mostrarono una sincera curiosità nei suoi confronti, per la cultura degli abitori e per il suo ruolo in essa.
Salah, per esempio, si mise a chiedere ogni dettaglio sulla vita da abitore. Archie sapeva che, almeno all’inizio, cercava solo di dissezionare la sua storia per scoprire che era effettivamente una specie di spia. Col passare del tempo, nelle loro conversazioni, che di solito si svolgevano con Yumi al fianco di Archie per farlo sentire sicuro, le domande di Salah diventarono meno inquisitorie e più filosofiche. Non voleva sapere soltanto se gli abitori avrebbero attaccato, ma perché.
Molte delle cose che i villici impararono sulla vita da abitore, guadagnarono ad Archie la loro pietà. O almeno così la vide lui, all’inizio. Gli ci volle molto tempo per capire che non era la stessa pietà di un abitore: condiscendente e sprezzante, colma di disgusto. Invece, derivava da un moto di sincera empatia, basato sulla compassione.
Man mano che i villici cominciavano a considerare Archie come una persona, lui cominciò a vederli non come delle anime scioccamente bonarie da cui implorare riparo e protezione, ma come compagni che un giorno avrebbero potuto volergli bene, e magari addirittura fidarsi di lui.
Ogni sera, Yumi riportava Archie a casa sua, gli serviva una deliziosa cena calda e lo lasciava dormire in un letto comodo e confortevole. La chiamava ospitalità, qualcosa che l’abitore non aveva mai sperimentato prima. Nella dimora del bosco, i membri della tribù avevano quello che riuscivano a sottrarre agli altri, il che significava, per Archie, non avere quasi mai niente. E chi aveva qualcosa in eccesso, la metteva da parte invece che condividerla. All’inizio non riusciva a concepire l’idea di ricevere delle cose gratuite da Yumi, e di poterle accettare senza rimorso.
Gli ci volle un po’ per abituarsi. Per sentirsi come a casa.
Nelle ore libere, Archie e Yumi chiacchieravano senza sosta delle loro diverse esperienze del mondo e dei loro luoghi di provenienza. Con l’andare del tempo, si confidarono l’uno con l’altra, e Archie capì che non stava più cercando di essere d’aiuto al villaggio solo per dimostrare di poter essere utile. Teneva al posto e ai villici che ci vivevano, soprattutto a Yumi, che gli aveva mostrato così tanta gentilezza.
Venne fuori che l’hobby di Yumi al villaggio consisteva nel controllare i golem di ferro a guardia del posto. I villici erano gente pacifica, al punto che tenevano le mani nascoste nelle maniche dei vestiti per indicare la loro mancanza di aggressività. Ma il mondo non era sempre altrettanto gentile, perciò avevano bisogno di qualcosa che li proteggesse. Ed ecco perché i golem.
Archie non amava passare troppo tempo vicino a loro. Temeva di venire scambiato per una minaccia e di essere attaccato, ma poiché viveva in casa di Yumi non poteva evitarli del tutto. Lei gli mostrò presto il suo errore di giudizio quando lo presentò ai protettori del villaggio. Si scoprì che i golem di ferro erano completamente pacifici, almeno finché qualcuno non attaccava i villici. Invece di prepararsi allo scontro, trascorrevano la maggior parte del loro tempo passeggiando nel villaggio e tenendolo d’occhio. A volte se ne stavano fermi a fissare qualcosa così a lungo da sembrare delle statue di metallo.
Un pomeriggio, il golem preferito di Yumi, quello che trascorreva molto tempo vicino a casa sua, si rivolse direttamente ad Archie. Il primo istinto dell’abitore fu quello di fuggire e nascondersi. Yumi lo acchiappò prima che potesse scivolare in casa.
«Non essere timido» gli disse ridendo. «Ha qualcosa per te.»
«Che cosa?» disse Archie, sorpreso. Sospettava che quel qualcosa gli avrebbe fatto del male, così si preparò per quello che sarebbe venuto.
Yumi gli sorrise. «Tendi la mano.»
Nonostante le sue riserve, Archie decise di fidarsi di Yumi, che finora non l’aveva mai consigliato male, e fece come gli aveva detto. In risposta, il golem di ferro tese la propria mano, dove stringeva un bel fiore, e lo mostrò ad Archie.
«Avanti» disse Yumi con un caloroso risolino. «Prendilo.»
Archie si protese e con cautela raccolse il fiore dalla mano tesa del golem di ferro. Apparentemente soddisfatta, la creatura si voltò e tornò ai suoi doveri. L’abitore si meravigliò della bellezza del dono.
Il villaggio, come venne a sapere Archie, era stato costruito dalle persone che vivevano lì, o dai loro predecessori, a mani nude. Avevano raccolto ed estratto le risorse necessarie e le avevano trasformate nelle case e negli edifici che punteggiavano quell’area della Costa Calamaro. Inizialmente si erano stabiliti lontani gli uni dagli altri, rivendicando ciascuno la propria parte di terra, ma l’inestinguibile minaccia dei non-morti e degli abitori li aveva spinti a raggrupparsi, se non altro per la propria sicurezza.
«Mi dispiace» disse una notte Archie a Yumi. «Per le razzie degli abitori, intendo.»
Lei sbuffò. «Hai mai partecipato?»
Lui abbassò lo sguardo. «Solo quando sono stato costretto, ma sì.»
«Hai mai fatto del male a qualcuno?»
Esitò prima di rispondere. Si stavano godendo una bella cena, e sarebbe stato un peccato rovinarla. «Ci ho provato» ammise infine in ogni caso. «Ma, per fortuna, ero una schiappa.»
«Bene» rispose lei con una risatina. «Meno male che eri una schiappa nel fare il cattivo.»
Lui annuì, d’accordo. «Ce la sto mettendo tutta per migliorare nell’essere buono, invece.»
«Continua a esercitarti» disse Yumi, cominciando a pulire i piatti. «Imparerai come si fa.»
Presto, Archie non si sentì più un ospite del villaggio. La considerava sempre più una vera casa, più di qualsiasi altro posto in cui fosse stato. Cominciò a rilassarsi, almeno un pochino. Abbastanza da non svegliarsi nel cuore della notte pronto a gridare per un qualsiasi insetto che grattava alla finestra della sua camera da letto.
Inevitabilmente, qualcosa rovinò tutto. Se prima avesse dovuto indovinare, avrebbe scommesso su Salah, che a volte era ancora rude e cattivo con lui, anche se non in ogni occasione.
Ma non fu Salah a infrangere i sogni di Archie di fare parte della comunità del villaggio. Di diventare un villico onorario lui stesso.
Fu tutta colpa dell’eroe.
O meglio, degli eroi.
Archie stava lavorando al giardino nel centro del villaggio quando arrivarono gli eroi. Quella mattina aveva già aiutato a nutrire le mucche e i maiali, e aveva passato il pomeriggio ad assistere le persone che sapevano il fatto loro quando si trattava di tosare il gregge del villaggio. Non vedeva l’ora di un’altra cenetta tranquilla con Yumi, ma a un tratto udì del caos ai margini dell’abitato.
Il sole stava calando quando arrivarono gli eroi. Rispetto ai villici, i nuovi arrivati erano rumorosi e chiassosi. Mentre parlavano tra loro, le voci si spargevano dappertutto, quasi co...