1
«Qualcuno ci riconoscerà» disse Locke.
«Abbiamo un aspetto orribile» osservò Jean con un sublime eufemismo. «Due dei tanti viaggiatori coperti di polvere e merda.»
«Ormai Volantyne dev’essere tornato. Sabetha avrà certamente messo qualcuno a sorvegliare le porte.» Locke si batté l’indice sulla tempia. «Noi l’avremmo fatto.»
«Questa è una valutazione generosa della nostra lungimiranza.»
I quattro giorni del viaggio di ritorno a Karthain erano stati duri. Il secondo giorno avevano saccheggiato il carro e l’avevano spinto in un burrone, per poter sfruttare tutta la velocità possibile dai loro cavalli senza giogo. I gendarmi di Lashain non erano una minaccia, ma il precedente occupante del carro poteva sempre assumere mercenari. Non valeva nessuna legge sulla lunga, antica strada tra le città-stato; una colonna di polvere che si sollevasse rapidamente nel cielo alle loro spalle avrebbe probabilmente significato che presto sarebbe morto qualcuno.
Ora la città, finalmente in vista, li aveva stuzzicati per mezza giornata con la prospettiva di una relativa sicurezza. Avevano risalito la strada costiera da est, attraverso colline e villaggi agricoli terrazzati, i corpi strapazzati dalle logore selle d’emergenza che avevano sfilato dal carro.
«Forse hai ragione, però» disse Jean. «Se non abbiamo possibilità di nasconderci, dobbiamo affidarci alla velocità. Forse riusciremo a fare una mossa prima che lei possa reagire.»
«Andiamo dritti da lei» disse Locke. Aggrottando la fronte sollevò piccoli sbuffi di polvere dalle pieghe del volto insudiciato dal viaggio.
«Per fare cosa?»
«Finire un certo discorso.»
«Hai fretta di tornare in mare? Io non posso gestire più di due dei suoi uomini alla volta. E ne ha più di un paio.»
«Problema risolto» disse Locke. «Conosco un tizio che non vede l’ora di aiutarci a superare le guardie.»
«Davvero?»
«Non hai notato che a Vordratha piacciono i calzoni stretti?»
«Che diavolo c’entra?»
«Ogni minimo dettaglio è importante» dichiarò Locke. «Tu aspetta e basta. Sarà una sorpresa divertente.»
«Be’, merda» fece Jean. «Non è che negli ultimi mesi io abbia fatto qualcosa di particolarmente furbo. Perché iniziare ora?»
2
Si infilarono nel traffico e nel solito viavai un po’ confuso di ispettori doganali, guardie, carrettieri, viaggiatori e letame di cavallo. Il selciato della Corte della Polvere, nonostante la generale pulizia di Karthain, si sarebbe potuto staccare e scambiare con quello di un’altra città Therin e difficilmente qualcuno ci avrebbe fatto caso.
Locke scrutava la folla mentre lui e Jean venivano rovistati e ispezionati da gendarmi annoiati. Gli osservatori di Sabetha molto probabilmente lavoravano in squadra, una persona di guardia mentre l’altra era sempre verosimilmente occupata in una qualche faccenda banale. Dopo aver contato cinque possibili coppie di vigilanti, Locke scosse la testa. A che serviva?
Sentì che stava succedendo qualcos’altro di insolito, però. Un brusio e del movimento per la Corte, qualcosa di diverso dagli affari consueti. Aveva passato troppe ore a svuotare tasche in mezzo a folle come quella per non avvertire che qualcosa non andava.
Anche Jean era all’erta. «Cos’è questa agitazione?» chiese a una gendarme di passaggio.
«È per le Essenze. Non avete sentito?» La donna indicò una folla che si stava radunando intorno alla statua malconcia di una nobildonna del Trono Therin. «Il banditore sta per ricominciare.»
Locke vide che una giovane, larga un dito e alta un metro e venti, aveva scalato il piedistallo della statua. Indossava il manto blu di Karthain, e in piedi sotto di lei c’era un uomo con gli stessi abiti da cerimonia indossati dall’araldo Vidalos, bastone con puntale e tutto il resto.
«ATTENZIONE, cittadini e amici di Karthain» urlò la donna. Locke ne fu impressionato; doveva avere più cuoio lei a foderarle i polmoni che la sua sella. «Ascoltate il resoconto dei FATTI così come stabilito e autorizzato dal KONSEIL! La menzogna NON sarà tollerata! Chi diffonde pettegolezzi sarà soggetto a INCARCERAZIONE sulle CHIATTE PENALI!
«Vencezla Valgasha, re delle Sette Essenze, è MORTO! Si sa che è morto nella città di Vintila, SEI GIORNI FA. È morto SENZA DISCENDENZA e senza eredi legittimi! È in corso una guerra di secessione!
«Il Cantone di EMBERLAIN, il più orientale delle Sette Essenze, ha ESILIATO il suo Graf regnante e si è dichiarato REPUBBLICA SOVRANA! Il Konseil di Karthain RIFIUTA di riconoscere formalmente Emberlain in questo momento, e consiglia vivamente ai cittadini di Karthain di EVITARE ogni viaggio nel nord fino a quando la situazione non si stabilizzerà!»
«Santi numi» fece Locke. «Sabetha aveva ragione! Alla fine le Essenze sono crollate. Per gli dei, che disastro sarà.»
«Non potremo più fare la truffa del brandy Austershalin» disse Jean. «Per un bel pezzo.»
«Ci saranno altre occasioni» disse Locke, pensieroso. «Se ci sarà la guerra, la gente disperata sposterà un mucchio di roba di valore. Ma forza, dobbiamo spostarci anche noi.»
Spronarono le stanche cavalcature lungo un ampio viale, verso ovest, superarono un ponte di vetro che tremava e sospirava, attraversarono la Corte dei Sacerdoti con la sua nebbiolina d’incenso e salirono alla Terrazza della Sera. Sembrava surreale tornare su strade pulite, tra giardini rigogliosi e fontane gorgoglianti, come se Karthain fosse più un sogno ricorrente che un luogo reale.
Davanti all’Insegna dell’Iris Nero, suscitarono immediato interesse. Almeno due vigilanti, inequivocabilmente veri, fecero segnali con le mani rivolti a sagome scure sui tetti. Un bambino lesto di gambe si infilò come una saetta nel vicolo di fianco al quartier generale di Sabetha. Locke condusse i loro cavalli inzaccherati a uno spazio sul bordo del marciapiede normalmente usato per le carrozze, e quando saltò giù, una nuvola di polvere gli si sollevò dagli stivali. Traballò e per poco non perse l’equilibrio. Si sentiva le gambe molli e formicolanti. Il suo cavallo, che non gli era particolarmente affezionato, mosse le orecchie e serrò i denti di scatto.
«Questi animali sono proprietà personale di Verena Gallante» disse Locke allo staffiere ansioso. «Ella desidera che siano ben curati.»
«Ma signore, se non vi dispiace…»
«Mi dispiace. Metteteli nella stalla.» Locke gli diede una spinta e fece per aprire la porta ed entrare nel vestibolo, ma Jean gli scostò la mano ed entrò per primo.
Dentro c’erano i due segugi di strada che Locke aveva visto l’ultima volta.
«Oh, diavolo» esclamò il più vicino. Jean si era già buttato sulla sua guardia. Accaddero una serie di cose rapide, rumorose e dolorose, nessuna delle quali a Locke o a Jean. Una delle guardie finì a terra e Jean spinse l’altra contro la porta dell’ingresso, di faccia, come un ariete. Quindi i Bastardi Galantuomini entrarono.
Ecco Vordratha, vestito in modo impeccabile e con un iris nero fresco appuntato alla giacca, seguito da quattro guardie con manganelli alla mano. Altri, vestiti un po’ meglio, si sparpagliarono tra la porta e la scalinata dietro di loro.
«Signori,» disse il maggiordomo, sbirciando la guardia che era appena atterrata ai suoi piedi «l’ingresso è riservato ai soli membri, e vige la regola ferrea di non far perdere i sensi alla servitù.»
«Ora tocca a te, Lazari» disse Jean.
«Grazie.» Locke alzò le mani per mostrare che erano vuote. «Per favore, portateci subito da Madama Gallante.»
«Come posso farlo, signori, dal momento che ora sarete buttati fuori dalla porta sul vicolo, con lividi sui rispettivi crani?»
«Ci piacerebbe molto vederla.» Prima che le guardie riuscissero a circondarli, Locke andò verso Vordratha, gli allungò una mano sui calzoni, gli afferrò le palle attraverso la seta e le torse energicamente. «Oppure ci piacerebbe vedere la faccia del vostro doktore quando darà un’occhiata ai lividi che verranno a voi.»
Vordratha gemette e il suo viso assunse sfumature di un colore che raramente si vedeva al di fuori dei vigneti al momento della vendemmia. Le guardie si avvicinarono ma Locke alzò la mano libera.
«Mandate via i vostri amici» ordinò Locke. «Io non sono forte, ma non occorre che lo sia, giusto? Ve lo torcerò tanto che piscerete cavatappi per i prossimi vent’anni!»
«Fate come dice, pluridannazione» ansimò Vordratha.
«Basta che ci portiate da Verena» disse Locke guardando le guardie che si allontanavano lentamente «e vi restituirò la vostra preziosa proprietà senza danni duraturi.»
Era un goffo balletto, con Vordratha che incespicava all’indietro e Locke che continuava a stringere e a torcere le speranze di procreazione del maggiordomo, ma servì a tenere a bada le guardie.
«Be’, e adesso, stronzo?» disse Locke. «Hai finito le spiritosaggini? Non avevo mai guidato un uomo tenendolo per il sacco del malloppo. È un po’ come manovrare una barca con la barra del timone.»
«Cane camorrano… tua madre… succhiava…»
«Se finisci il concetto, ti ritroverai coi gioielli attorcigliati più stretti della corda di un arco.»
Vordratha condusse Locke e Jean su per una rampa di scale fino alla sala da pranzo privata dove avevano già incontrato Sabetha. Le guardie, pur mantenendosi a rispettosa distanza, li seguirono in massa. Vordratha aprì la porta della sala con un colpo di posteriore e Locke vide che Sabetha li stava già aspettando.
Il suo abbigliamento era adatto alle attività più disparate, dalla firma di documenti al salto dalla finestra: calzoni neri, giacca marrone corta e stivali da equitazione. I capelli erano fermati da forcine laccate, e certamente vi erano nascosti trucchi o armi, o entrambi. Dietro di lei c’erano altre tre guardie, armate di manganelli e piccoli scudi rotondi.
«Salve di nuovo, Verena» disse Locke. «Eravamo nei paraggi e abbiamo pensato di indagare sulle voci insistenti secondo cui Mastro Vordratha non ha le palle.»
«Non è un po’ rude, anche per i tuoi principi disinvolti?» disse Sabetha.
«Può darsi che avere l’impronta del tuo stivale stampata nel culo mi abbia reso irritabile» disse Locke. «Dì ai tuoi amici di andarsene.»
«Oh, che carino. Devo anche legarmi per te?»
«Vogliamo solo parlare.»
«Libera Vordratha e ne parleremo quanto vorrai.»
«Se lo libero, si scatenerà immediatamente l’inferno. Non sono stupido. Non sempre, almeno.»
«Prometto…»
«AH!» gridò Locke. «Per piacere.»
«Allora non c’è nessuna base per la fiducia.»
«Sei stata tu a non porre queste basi. Non sono stato io a…»
«La stai mettendo sul personale.» Sabetha lo squadrò con irritazione autentica. Quando veniva messa sotto pressione, perdeva sempre in parte il controllo di sé e la sua rabbia era rovente, in diretto contrasto con la furia fredda di Jean. Per anni Locke si era disperatamente sforzato di leggere dentro di lei, e ora vedeva che Sabetha non aveva nessun astuto piano per porre fine allo s...