Alice resta a casa
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Alice resta a casa

  1. 288 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Alice resta a casa

Informazioni su questo libro

Alice Lai ha 15 anni quando le scuole vengono chiuse a causa di un nuovo, sconosciuto virus. Vietato uscire se non per estrema necessità. In quella reclusione forzata Alice non sta poi tanto male, c'è sempre Internet per svagarsi in pace, e naturalmente il telefono, per sentire la sua inseparabile amica Andrea. Proprio lei un giorno le fa il nome di un nuovo youtuber: Skià.
Alice lo va a cercare, così, per curiosità. Ma Skià non è un personaggio come tanti, dice cose che nessun altro ha il coraggio di dire. E, soprattutto, attraverso il video lui la può vedere. Vedere la vera Alice, quella che non si mostra (quasi) a nessuno. Vederne i sogni, che emergono prepotenti e si mescolano alla sua realtà contaminata di fantasia, dei dialoghi infiniti con il mitico nonno Bob, di amori e di trasformazioni. Forse di allucinazioni. Sarà seguendo la voce di Skià, il suo sguardo magnetico, le sue parole rivelatrici che Alice potrà varcare i limiti che la tengono rinchiusa.
Affrontare le proprie paure, percorrere il confine tra sogno e veglia. Costruirsi un paio d'ali, tutte sue, per levarsi in volo. Voglio mia mamma. Voglio mio padre. Voglio i miei amici (anche se non li ho mai voluti). Voglio la scuola. Pure la puzza di chiuso e di sudore nella classe. Voglio le passeggiate per le strade dietro casa. Voglio sedermi al parco a leggere i miei libri che ora non riesco più a toccare. Voglio la vita che avevo, che pure se faceva schifo è un milione di volte meglio di questa. Voglio sradicare un palazzo dal marciapiede e scaraventarlo in aria fino al centro del cielo, solo per vendetta. Voglio sollevare i mari e gli oceani, perché sono incazzata nera.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2021
Print ISBN
9788804737568
eBook ISBN
9788835706359
quarantanove

SECONDO ME NON È FINITA

STO PER RAGGIUNGERE la piccola torre sul tetto del palazzo quando sento qualcuno dietro di me.
So che troverò Skià, uno zampillo di speranza mi schizza nel petto. Mi volto.
C’è soltanto una carta abbandonata che striscia al suolo, sospinta dal vento.
Il mio cuore senza più lucchetti ha preso a battere libero e forsennato.
Devo calmarmi.
Fa paura il mondo visto da quassù. Avvolto in un buio di piume nere.
Do l’ennesima occhiata all’orologio che ho al polso. Le lancette si sono mosse in maniera impercettibile dall’ultima volta.
Mancano ancora nove minuti a mezzanotte.
Odio questo luogo comune, anzi questo “tempo comune” della mezzanotte. Mi sembra di essere precipitata in una fiaba di seconda mano, con lo stereotipo più trito di sempre. Perché non ci si dà mai appuntamento alle dieci o alle nove e tre quarti? Niente, la banalità della mezzanotte.
Sto stra-pensando, lo so.
Una goccia di pioggia, così inconsistente che non so se sia vera o frutto della mia immaginazione. Mi tocco la fronte. È umida. Poi, un’altra goccia. Okay, non sono fantasie. È proprio acqua.
Mi viene in mente la frase che ho evidenziato in un libro, forse un paio d’anni fa.
La fine del mondo arriva con la pioggia.
Mi pare dicesse così, non ne sono sicura e non ricordo più il titolo del romanzo. Ho una capacità speciale nel dimenticare quello che leggo. Intendo la trama, i personaggi e tutto il resto. Però alcune frasi le ricordo: relitti di un naufragio devastante, quel che resta di solido in un incendio che polverizza tutto e fa solo cenere.
La fine del mondo arriva con la pioggia.
«Amen» dico a voce alta.
Vado a ripararmi sotto una sgangherata tettoia non distante dalla torretta; deve averla costruita il signor Andolfi per riparare la sua antenna. È il vedovo che vive, anzi vegeta, al pian terreno, in religiosa contemplazione della sua TV.
Me l’ha detto Bob, io l’ho intravisto appena un paio di volte. Erano amici. Poi la moglie di Andolfi è morta fulminata da un ictus e lui si è ritirato sul divano, mettendo radici nell’imbottitura, diventando un devoto spettatore dei programmi televisivi. Solo di quelli. Non vede film, mai. Mi ha detto Bob che Andolfi rifiuta qualsiasi tipo di storia. Per qualche strano motivo, ogni racconto gli ricorda la moglie.
Ci sono morti che uccidono anche chi resta in vita.
Il tempo ora è scandito dal ticchettio ritmico della pioggia sulla tettoia. Di solito mi darebbe sui nervi, non ora. Mi piace. Mi fa compagnia. Guardo la notte stesa sui palazzi intorno e non ci trovo nulla di rassicurante.
E di quel pazzo furioso di Skià non c’è traccia.
Mancano tre minuti all’ora fatidica.
Cosa mi devo aspettare? Cosa succederà?
Mi guardo le dita e trovo odiose quelle pellicine che nascono come erbaccia disordinata sull’orlo delle unghie.
E non è l’unica cosa che odio. Potrei fare una lista infinita.
Le ventitré e cinquantasette.
Quante cose si possono odiare in tre minuti?
Via!
Odio le pozzanghere d’acqua in agguato nell’asfalto e quando ci finisco dentro bagnandomi le scarpe. Odio le persone che fanno un balzo all’indietro di dieci metri quando vicino a loro passa un cane al guinzaglio. Odio toccare la carne cruda, soprattutto il petto di pollo che s’incolla ai polpastrelli. Odio indossare le ciabatte al mare se ho della sabbia sui piedi. Odio tutte le parole che escono dalla bocca dopo il primo bacio con un ragazzo. Odio i film che cominciano con una voce narrante. E odio quando al cinema accendono le luci all’improvviso appena scorrono i primi titoli di coda. Odio quando un colpo di vento fa gonfiare una tenda e me la ritrovo in faccia. Odio le ossa sporgenti delle mie clavicole, l’odore della verza bollita, l’acqua che scorre dal rubinetto senza che nessuno la usi. Odio i libri che hanno un uomo e una donna che si abbracciano in copertina. E odio quando non c’è un libro ad aspettarmi sul comodino. Odio entrare nel vagone della metro e vedere tutti imbambolati davanti allo schermo del telefonino (e odio me, perché dopo due secondi faccio lo stesso). Odio la marmellata alle fragole perché è sempre troppo dolce e non sa mai veramente di fragola. E quella agli agrumi che invece è troppo amara. Odio il coro “scarta la carta” nei compleanni dei bambini nelle ludoteche al momento di aprire i regali. Odio gli inizi che rovinano tutto e le fini che sono addii definitivi.
Mi fermo e controllo l’orologio.
Poco meno di due minuti e poi devo alzarmi, per andare sulla torretta.
Intorno a me non c’è nulla. E nessuno.
La mia lista mi fa bene. Sudare odio mi libera dalle tossine negative. Non mi piace tenermi dentro il male, lo immagino come un cancro che si mangia tutto. La pioggia rincara la dose, picchia sulla tettoia con più cattiveria. Chiudo gli occhi, mi concentro solo sui suoni e lascio che i miei pensieri neri si levino da me.
Mi alleggerisco, così da non doverne portare il carico nel viaggio che mi attende.
Odio le carcasse degli edifici non finiti. Odio i muri screpolati senza intonaco, la puzza dei guanti di gomma del dentista, le riviste vecchie in sala d’attesa. Odio la neve sporca. Odio prendere la scossa dalla portiera dell’auto. Odio quelli che su Facebook condividono solamente e non fanno, mai e poi mai, un post proprio. Odio quelli che dicono “voi giovani”. Odio l’andatura frenetica degli scarafaggi e i balzi imprevedibili delle cavallette. Odio il momento in cui realizzo che il cognome pronunciato dal prof per l’interrogazione è proprio il mio. Odio le orecchie rosse e calde nelle giornate fredde. Odio quei maschi che si girano per guardarmi il culo con la bava negli occhi e odio quelli che non lo fanno perché mi fanno sorgere il dubbio di non avere un fondoschiena degno di nota. Odio mettere indietro l’orologio di un’ora per far diventare i giorni più corti in autunno. Odio i ciottoli appuntiti in riva al mare che sento sotto i piedi prima di entrare in acqua, odio le famiglie troppo numerose in spiaggia che fanno un gran baccano, le spalle che bruciano dopo una giornata al sole.
Spalanco gli occhi e mi metto in piedi sotto gli scrosci della pioggia.
Manca un minuto all’appuntamento.
Mi dirigo alla piccola scala della torretta pensando che odio Serena, anzi odio il fatto che non posso amare mia sorella come vorrei. Odio vedere Bob che invecchia. Odio il dolore sottopelle quando penso a mio padre ammalato. Odio… salire questa scaletta che già una volta mi ha fatto un brutto scherzo sparendo senza motivo.
E odio che Skià non sia qui.
Sono sola, come non lo sono mai stata prima. Forse l’ho già detto altre volte, ma ogni volta la solitudine mi sembra diversa, ha tante facce e tutte orribili. Secondo me è una scusa quella che certe persone si dicono quando vanno blaterando che bisogna imparare a stare bene con se stessi. Che stanno alla grande da soli. Lo dice solo chi ha un sacco di gente fuori dalla porta ad aspettarlo. La solitudine non è una scelta, è una dannazione.
Mezzanotte.
Gli dei dovrebbero essere puntuali, no? O i demoni, o quello che è Skià. La mancanza di puntualità dovrebbe essere riservata agli esseri umani, e che cazzo!
Il tempo passa.
Non succede niente.
Nemmeno un corvo a fare da ambasciatore.
Mi innervosisco. Ho già detto che odio aspettare, ma odio ancora di più aspettare qualcosa che non so se arriverà o no. E intanto sgocciolo su questa torretta come un lenzuolo steso ad asciugare fuori nel bel mezzo di un diluvio.
La disperazione è un serpente che ti entra di nascosto nel letto, scivola sotto le coperte mentre dormi. E ti morde.
E ora, qui, la disperazione s’insinua.
E dopo il morso, il silenzio.
E col silenzio, un pensiero.
Un pensiero che è veleno.
LUI NON VERRÀ.
Cerco di estrarlo dal mio cervello, ma la punta resta ben conficcata in me. Anzi si spande.
Lui non verrà non verrà non verrà non verrà…
Mi copro le orecchie, ma è un gesto idiota. Le parole echeggiano dentro la testa, suoni spettrali che passano attraverso le pareti della mia scatola cranica.
Poi se ne vanno.
E Alice, senza parole, è solo vuoto. Un nulla infinito.
Vado alla ringhiera che affaccia sulla città. Di nuovo le vertigini che ho provato quel giorno in cui per la prima volta mi sono trovata qui sopra senza via d’uscita.
Le vertigini, sì. Ma anche guardare il mondo dal punto di vista del cielo. E il mondo è bellissimo e terribile e pieno di cose che mi urlano addosso parole che non capisco.
Anzi, che non capisco ma che sento bruciare sulla mia pelle.
Perché allora non sapevo, ma adesso sì.
Io ho un bel paio di ali dentro di me.
Come la stessa parola che giace nascosta nel mio nome.
ALI dentro ALIce.
Caro fottutissimo Skià, io non ho bisogno di te.
Io volo e vado a prendermi mio padre.
Scavalco, pia...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Uno. Qualcosa d’intralcio. Something in the Way
  4. Due. A proposito di una ragazza. About a Girl
  5. Tre. La primavera è di nuovo qui. In Bloom
  6. Quattro. Su su su e giù. Son of a Gun
  7. Cinque. Sono così felice perché ho trovato i miei amici. Lithium
  8. Sei. Candeggina. Bleach
  9. Sette. La scheggia. Sliver
  10. Otto. Ragazza mia, non mentirmi. Where Did You Sleep Last Night?
  11. Nove. Una nuova lamentela. Heart Shaped Box
  12. Dieci. Sono tutte scuse. All Apologies
  13. Undici. Ronzio d’amore. Love Buzz
  14. Dodici. Stammi lontano. Stay Away
  15. Tredici. Siediti, non aver paura. Floyd, the Barber
  16. Quattordici. Una scatola a forma di cuore. Heart-Shaped Box
  17. Quindici. Le tue ali sporche. Polly
  18. Sedici. A luci spente è meno pericoloso. Smell Like Teen Spirit
  19. Diciassette. Possiamo condividere le nostre endorfine. Milk It
  20. Diciotto. Vai via, vattene, vattene, vattene. Scentless Apprentice
  21. Diciannove. Aneurisma. Aneurysm
  22. Venti. La bambina di papà non è più una ragazza. Negative Creep
  23. Ventuno. Su un aeroplano. On a Plain
  24. Ventidue. Non mi interessa cosa pensi a meno che non riguardi me. Drain You
  25. Ventitré. Fai con calma, oppure in fretta. Come as You Are
  26. Ventiquattro. Se non ti dispiace, vorrei respirare. Blew
  27. Venticinque. Allora penserai di essere felice, adesso. Sappy
  28. Ventisei. Dolore. You Know You’re Right
  29. Ventisette. Ti giuro che morirò per te. Asking It
  30. Ventotto. Non ho mai incontrato un uomo saggio. Territorial Pissing
  31. Ventinove. Io non sono l’unica. Rape Me
  32. Trenta. Datemi l’aldilà di Leonard Cohen. Pennyroyal Tea
  33. Trentuno. Non aspettarti che pianga. Jesus Doesn’t Want Me for a Sunbeam
  34. Trentadue. Distribuire lobotomie. Downer
  35. Trentatré. Senza fine, senza nome. Endless, Nameless
  36. Trentaquattro. Abbiamo parlato di luoghi e cose del passato. The Man Who Sold The World
  37. Trentacinque. Fiocchi di prurito. Mexican Seefood
  38. Trentasei. Quando ero un alieno. Territorial Pissing
  39. Trentasette. Me ne andrò da qui. You Know You’re Right
  40. Trentotto. Ho bisogno di te, oh baby baby. Spank Thru
  41. Trentanove. Dove il sole non brilla mai. Where Did You Sleep Last Night?
  42. Quaranta. Le piace il mare, le piace vedere. Oh, Guilt
  43. Quarantuno. Ho detto così. Paper Cuts
  44. Quarantadue. Voglio solo dormire. I Just Want to Sleep
  45. Quarantatré. Lei lo ama più di quanto lui saprà mai. Swap Meet
  46. Quarantaquattro. Va bene mangiare i pesci perché non hanno sentimenti. Something in the Way
  47. Quarantacinque. Io indosserò uno scudo. Lounge Act
  48. Quarantasei. Sepolta fino al collo. Very Ape
  49. Quarantasette. Questo è fuori della nostra portata. Negative Creep
  50. Quarantotto. Mi sento stupida e contagiosa. Smell Like Teen Spirit
  51. Quarantanove. Secondo me non è finita. Scoff
  52. Bonus track [cinquanta]. Eccomi, eccomi, eccomi. Endless, Nameless
  53. Nota degli autori
  54. Il mondo di Alice
  55. Ringraziamenti
  56. Copyright