Da quasi mezz’ora Giovanni controllava insistentemente l’orario sul cruscotto del suv. Erano le 5.30, e la morena iniziava a tingersi di luce, mentre la notte sfocava. Anche se il funerale si sarebbe svolto nel primo pomeriggio, Giovanni aveva convinto suo padre a partire con considerevole anticipo, perché voleva passare da casa per cambiarsi. Quella mattina aveva indossato una camicia che gli aveva prestato Santi poco prima che andassero a letto.
Giovanni era un tipo maledettamente puntuale, come lo sono sempre le persone sole, e quel ritardo stava incominciando a snervarlo. Nella sua mente fantasticava su cosa dirgli quando si sarebbe finalmente deciso a uscire di casa, sebbene sapesse perfettamente che non avrebbe avuto il coraggio di aprire bocca.
Verso le 5.45, complice la rabbia, compì un’impresa non da poco, almeno per lui: lasciò gravitare la mano sul clacson per qualche secondo e poi, con un gesto repentino, la affondò. L’auto emise un verso strozzato e grave, stranamente piacevole, come una nota di clarinetto nel registro dello chalumeau. Se qualcuno l’avesse sentito, nel bel mezzo della morena, l’avrebbe forse associato a un grande uccello preistorico. Santi uscì subito dopo, indispettito. Raggiunse in fretta l’automobile ed entrò sbattendo la portiera.
«Perché diavolo hai suonato il clacson?»
«Scusa, ci ho appoggiato la mano per sbaglio, ed è molto sensibile.»
Rachele li osservava dalla finestra, con una tazza di caffè stretta tra le mani. Le fecero un cenno di saluto, e lei ricambiò e abbozzò un bacetto con le labbra. Aveva dormito sul divano anche quella notte, come accadeva spesso ultimamente. La paura che Santi potesse avere un malore, o una crisi, la spingeva a passare lì parecchio tempo. La loro partenza la fece sentire sollevata, perché la sera prima Miguel le aveva affidato un nuovo incarico: inserire degli ovuli all’interno di una lepre imbalsamata. Avrebbe svolto il lavoro lì, alla villa di Santi, lontano da occhi indiscreti. Questa volta però era diverso: gli aveva detto che non avrebbe più lavorato per lui. Miguel le aveva risposto quello che le rispondeva sempre, a ogni ultima volta: «Va bene, ma ti prego, non chiamarmi più Michele».
Giovanni mise in moto. Le gocce di pioggia, intrise di terra e pulviscolo, avevano lasciato come dei pois sul suv, che ora sfrecciava sporco giù per la stradina. L’ammasso di metallo si muoveva in modo molto più fluido, come se fosse più a suo agio.
Giovanni, senza staccare gli occhi dalla strada, guidava veloce per recuperare tempo. Quando passò accanto al cartello dell’attraversamento cervi notò che non era ancora stato sistemato, e si sentì torcere lo stomaco dal senso di colpa. Si ripromise che se al suo ritorno lo avesse ritrovato in quelle condizioni, l’avrebbe rimesso a posto lui stesso.
«Tua madre come te l’ha detto?»
«Intendi... Be’, era tranquilla. Senza risentimenti.»
«Che parola strana, “risentimento”. Da giovane sono stato insieme a un’austriaca, per un po’. Pensavamo avrebbe funzionato, ingenui com’eravamo, e quindi io le ho insegnato un po’ di italiano e lei un po’ di alto tedesco. Perdevamo ore, prima di andare a letto, per cercare di imparare quelle strane parole. Un giorno ha letto in qualche libro la parola “risentimento” e ha pensato significasse qualcosa tipo “sentimento provato due volte”. Quando le ho detto che non era affatto così, mi ha risposto che l’italiano è una lingua stupida, troppo difficile. Ci siamo lasciati poco dopo.»
«Mia madre non ce l’aveva con te» mentì Giovanni, nel solo modo in cui sapeva mentire, e cioè a bassa voce, distogliendo lo sguardo.
«Sarà, comunque mi dispiace per come è andata a finire.»
«Bisogna guardare anche al lato positivo: ho scoperto di essere un figlio d’arte!»
«Io devo ancora inquadrarti, come figlio.»
«Penso che non siamo molto simili. Io non ho il tuo talento musicale. Quando andavo alle medie c’era una ragazza, Jessica. Proveniva da una famiglia di musicisti ed è stata la mia prima cotta. Volevo diventare una rockstar, per conquistarla. Per lei ho imparato addirittura a suonare Stand by Me alla chitarra.»
«Ma quella di Ben E. King o...?»
«Degli Oasis.»
«Ahia.»
«Non è andata bene. Un giorno ho portato la chitarra a scuola e le ho suonato la canzone, all’intervallo. Si è vergognata talmente tanto che non mi ha più rivolto la parola.»
«Eh, da che mondo è mondo le Jessiche sono più tipe da Blur. A ogni modo io penso che ci siano due tipi di figli d’arte: o sei prodigo o sei prodigio. Per carità, puoi pure essere entrambi.»
«Tu mi sopravvaluti!»
«No. Tutti nasciamo artisti, fin da quando diciamo la parola “mamma”. È prosodia. Poi, crescendo, ce ne dimentichiamo...»
«Eh, più vai avanti più la vita si svela per quello che è: noia. Le rockstar si riscoprono ingegneri, le chitarre si trasformano in formule matematiche, le canzoni strimpellate all’intervallo diventano musica da ascensore che ascolti ogni mattina prima del lavoro... E le Jessiche diventano Marie.»
«Ora ti riconosco! Bravo il mio disfattista! Però tu sei ancora un ragazzo, ti conviene aspettare. Il cinismo è come una coppola: su un giovane stona. Calza sempre meglio su un vecchio.»
«Non ci posso fare nulla, è una caratteristica che mi ha passato mia madre.»
«Eh, me la ricordo bene. Aveva un certo charme, con quel suo muso lungo. Al tempo, per via del mio lavoro, conoscevo tante donne, ma tua madre era diversa. Mi ha catturato. Ripenso a lei spesso: ormai sono un vecchio, e non sto con una donna da almeno dieci anni...»
«Ah, quindi tu e Rachele non...»
«Ma sei matto?»
Per poco Giovanni non sbandò: allora Rachele non stava con suo padre. Probabilmente tante altre persone l’avrebbero già capito da un pezzo, ma Giovanni non era mai stato bravo a leggere i segnali: li notava solo quando ci si schiantava contro, abbattendoli. Era uno di quelli che si meravigliano di ogni cosa, a cui si dice: “Bravo, hai scoperto l’America!”. Questa sua ingenuità, da ragazzino, gli aveva arrecato molto dolore, ma poi aveva imparato a non farci più troppo caso, e aveva preso a tappezzare le pareti del proprio cuore con tutte quelle Americhe che aveva scoperto e collezionato negli anni. Apprendere quella notizia lo rese così felice che affondò il piede sull’acceleratore, per qualche decina di metri, e superò di cinque chilometri orari il limite di cinquanta.
Quando se ne accorse fu preso dal panico e decelerò. Avrebbe preso una multa? La polizia sarebbe venuta a cercarlo a casa? Avrebbe dovuto comparire davanti a un giudice? Poi si rese conto che erano solo paranoie. Gli rimase una certezza, però: qualche giorno più tardi il postino gli avrebbe recapitato una multa: non si può essere felici nemmeno per un attimo, pensò.
Qualche residuo di fecola di patate biancheggiava ancora sulla lepre, simile alla spuma di un’onda marina. Rachele, con la minuzia e la pazienza che si addicevano al suo lavoro, stava spolverando il manto dell’animale. Miguel sarebbe arrivato alla villa di lì a poco, con i sacchetti di coca. Mentre terminava l’opera, fissò gli occhi vitrei dell’animale. Probabilmente quella lepre era stata una madre di famiglia, o comunque una lepre dal comportamento irreprensibile, un’innocente, una che cedeva il posto sul bus alle tartarughe. Non si meritava tutto questo. Si ripeté che quella era l’ultima volta che si prestava alle stronzate di Miguel. Il piano era semplice: alle tre del pomeriggio sarebbe dovuta scendere al 12 per consegnare l’animale a uno svizzero, un uomo fidato di Miguel. Lui l’avrebbe aspettata accanto al vecchio jukebox. Non aveva mai visto quel tipo: erano entrati in contatto una sola volta, via telefono. Lui le aveva mandato il messaggio più svizzero che si potesse scrivere: “Alle 3 in punto, non tardare”. Nulla la intimoriva più delle ore “in punto”, così austere e fredde. Gli amici non si incontrano mai alle sette o alle otto “in punto”, ma sempre “più o meno alle sette”, “più o meno alle otto”.
Do, Mi bemolle, Sol, Mi.
Era arrivato Miguel. Aprì il cancello e con passo flemmatico si mosse verso la porta, come un cane bastonato che cammina indolente verso la stessa mano che prima l’ha picchiato e ora gli porge l’osso. Teie si avvicinò a Rachele, come a darle coraggio. Lei sbuffò e aprì la porta.
«Ciao, Michele.»
«Ehi, tutto bene? Mi sembri giù di cera.»
«Sono solo stanca. La lepre è pronta. Li hai portati?»
«Entriamo.»
Teie soffiò contro Michele, come per farlo volare via, ma quell’uomo era un dente di leone duro a morire. L’uomo si tolse gli occhiali da sole e rivelò due occhietti minuscoli e arrossati come capocchie di fiammiferi. Si versò un bicchiere d’acqua e lo bevette tutto d’un sorso, poi adagiò i sacchetti sul tavolo.
«Dov’è oggi quello là, l’amico di famiglia?»
«Con Santi, sono partiti. Si chiama Giovanni.»
«Ho capito. Mi sembra un tipo sveglio.»
«Lo è.»
«E ti piace?»
Rachele alzò gli occhi al cielo e iniziò a posizionare gli ovuli all’interno della lepre. Miguel era fatto così, non aveva filtri, come le sigarette che a volte Santi si concedeva nelle occasioni speciali. Forse era per questo che sapevano andare d’accordo.
«Michele, ti ho già detto mille volte che non sono cazzi tuoi.»
«Non chiamarmi così. Comunque era solo per curiosità. Mi sembrava che c’era del tenero tra voi, ieri ridevate insieme, tutti ciccì e coccò.»
«Due volte. Io e te siamo usciti a mangiare una pizza due volte e, di quello che è successo dopo, abbiamo già parlato. Perdonami, Michele, non voglio essere brutale, ma forse sarebbe il caso di finirla con questa storia.»
«Ma quindi ti piace?»
«Non sono affari tuoi!» urlò la ragazza, stringendo un ovulo talmente forte da farlo quasi esplodere. La loro non poteva essere definita una storia d’amore, e neanche un riassunto, tuttalpiù un’aletta striminzita di un romanzo rosa di quart’ordine, almeno per Rachele. Miguel invece era convinto che fossero destinati a stare insieme, tanto che quando erano usciti le aveva addirittura offerto la pizza, da perfetto principe azzurro. A volte leggeva il futuro nelle strisce di cocaina, e gli sembrava che tutte le linee portassero a lei.
«Io pensavo che noi...»
«Devo andare, che lo svizzero arriva alle tre in punto.»
«Lo svizzero può aspettare!»
«No! Non esisti solo tu al mondo, Michele. Devo anche lavorare a Jack, è importante.»
«Un lupo imbalsamato è più importante di me?»
Le capocchie che madre natura gli aveva dato al posto degli occhi cominciarono a infiammarsi e Rachele capì che era meglio allontanarsi. Sgattaiolò via di lì, con la lepre sottobraccio, e gli urlò di chiudere la porta quando si sarebbe deciso ad andarsene. Una volta fuori di casa ripose la lepre all’interno di uno zaino nero, come da istruzioni. Lasciò Miguel solo e pensò che così avrebbe sbollito la rabbia, ma si sbagliava di grosso.
Eiffel nuotava lento dentro una vasca di dimensioni mastodontiche. Santi lo osservava da lontano e il suo sguardo sembrava il laser di un cecchino che per seguire il bersaglio si torceva in intricate traiettorie.
«Come hai detto che si chiama?»
«Eiffel.»
«Come la torre!»
«Come l’ingegnere.»
«E perché?» domandò Santi mentre Giovanni controllava il filtro della vasca.
«Gustave Eiffel, oltre che un genio, era un gran nuotatore. Si dice che una volta salvò un operaio che stava lavorando a un suo progetto, il ponte Saint-Jean. Si tuffò in acqua e lo trascinò a riva. Il mio Eiffel ha lo stesso coraggio: in negozio viveva con altri pesci in un acquario da esposizione, e fu l’unico ad avvicinarsi al mio dito quando lo immersi nell’acqua. Fu un segnale.»
Giovanni agitò un barattolo di cibo per pesci e delle scagliette planarono lievemente sulla superficie, come i fiocchi di neve nei film che danno in televisione alla vigilia di Natale. Eiffel ne inghiottì meno della metà, probabilmente perché era già sazio del cibo erogato dal dispenser. Giovanni ne sembrò quasi turbato.
«Deve essere un pesce felice. Vive in un acquario lungo due metri.»
«In realtà è il minimo per un pesce rosso comune. Tanta gente ritiene che basti una boccia, ma non è così. I pesci rossi non sono fatti per vivere in uno spazio piccolo, e infatti, se li si costringe, si lasciano morire in pochi mesi. È che non si lamentano come cani e gatti, non guaiscono, non urlano, stanno sempre zitti, e la gente non li capisce. Ma solo perché uno sta in silenzio, mica vuol dire che non prova nulla, no?»
«No...»
«Ecco.»
Appurato che Eiffel stesse bene e dopo che Giovanni ebbe indossato il vestito per la funzione, i due si incamminarono a piedi verso la chiesa, che distava qualche centinaio di metri da...