FORSE DASHIELL HAMMETT aveva fin dalla nascita la predisposizione a scrivere, questo non lo sappiamo, ma fu il caso a stabilire il corso della sua fama letteraria. Come primo impiego, scelse di intraprendere la carriera di investigatore privato. Quando compì ventun anni, entrò a far parte della Pinkerton National Detective Agency come agente operativo, un lavoro che svolse per un triennio, dal 1915 al 1918, prima di arruolarsi nell’esercito. Prestò servizio in un’unità medica a Fort Bragg, nel Maryland, un centro di ricovero per soldati contagiati dall’influenza spagnola che rientravano dall’Europa in guerra. Lo stesso Hammett la contrasse e questo attivò un ceppo latente di tubercolosi probabilmente trasmessogli dalla madre. Lasciò l’esercito dopo poco meno di un anno con il grado di sergente, un congedo onorevole e un grado di disabilità che oscillò nel corso dei dieci anni successivi tra il 20 e il 100 per cento, e di solito si manteneva su valori intermedi.
Dopo un periodo di convalescenza, Hammett tornò sporadicamente al lavoro investigativo, fino a quando fu ricoverato in ospedale con la tubercolosi per circa sei mesi, dal novembre 1920 al maggio successivo. Dopo essere stato dimesso dal sanatorio, si trasferì a San Francisco e sposò la sua infermiera, Josephine Dolan, nel luglio 1921. In ottobre nacque la figlia Mary. Hammett cercò di sostenere la famiglia che si era formato lavorando come investigatore privato, ma non ci riuscì. Si ritirò definitivamente dall’attività nel dicembre 1921 o nel febbraio 1922, a seconda dei riscontri che si preferisce accettare, a causa della disabilità. Aveva ventisei anni, spesso era a tutti gli effetti invalido, e aveva bisogno di denaro.
Nel febbraio 1922 iniziò un anno e mezzo di studi presso la Munson’s School for Private Secretaries, con «l’obiettivo di fare il cronista», come scrisse sul suo attestato di invalidità per il Veterans Bureau. Anche se a quanto pare abbandonò presto il corso, i risultati della frequenza si vedono. Infatti, i suoi primi racconti hanno un’impronta giornalistica, nel senso migliore del termine. Sono scritti con estrema chiarezza, tendenti ai dettagli e narrati in maniera diretta, senza gli effetti artificiosi e sensazionalistici che caratterizzano la prosa di altri primi scrittori pulp. Nell’ottobre del 1922 iniziò a inviare articoletti umoristici e ironici a «The Smart Set», la rivista di alto livello edita da H.L. Mencken e George Jean Nathan, che in parte ne erano anche i proprietari. Su loro suggerimento, dopo aver pubblicato tre pezzi del genere, si orientò verso le riviste pulp, che gli offrivano entrate stabili, anche se non consistenti, ma richiedevano che cambiasse genere. Così per la maggior parte degli anni Venti si guadagnò da vivere grazie a quello che ben presto divenne il suo protagonista fisso, il Continental Op, un investigatore professionista.
Il personaggio è inseparabile dalla rivista pulp «Black Mask», che usciva da appena tre anni e aveva un nuovo proprietario quando vi fece la sua comparsa il Continental Op. Ventisei dei ventotto racconti pubblicati su di lui vi apparvero per la prima volta tra l’ottobre 1923 e il novembre 1930, così come due romanzi usciti in quattro puntate con l’investigatore in veste di protagonista. Fondata nel 1920 da Mencken e Nathan per pubblicare quelli che Mencken definì in My Life as Author and Editor «scribacchini con esperienza», che scrivevano per «appassionati di omicidi». All’inizio, «Black Mask» non aveva pretese letterarie. Il suo unico scopo era fare soldi. Mencken affermò in una lettera del 1933 al suo amico Philip Goodman che lui e Nathan potevano «tirar fuori una rivista di centoventotto pagine con un esborso in contanti di non più di cinquecento dollari», e lo fecero davvero. Poi, non avendo più «nessun desiderio di proseguire con “Black Mask”», Mencken e Nathan la vendettero nell’estate del 1921 a Eugene Crowe ed Eltinge Warner (poco prima della morte di Crowe), dopo aver guadagnato circa 25.000 dollari ciascuno con la loro impresa. Fin dall’inizio, la rivista si rivolgeva a un pubblico operaio che desiderava racconti avvincenti. Anche se ora è conosciuta come la pubblicazione che ha aperto la strada alla narrativa poliziesca hard boiled, nel numero del 10 ottobre 1923 il direttore si vantava del fatto che «Black Mask» pubblicasse «avventure aspre e autentici idilli tra uomini e donne, eccezionali racconti western, storie poliziesche d’azione dalla soluzione rigorosamente logica, racconti misteriosi, strani e inquietanti e le uniche storie di fantasmi avvincenti e convincenti che ci siano in circolazione». In quel mix, Hammett non trovò modelli ispiratori e le sue storie dal passo sicuro si distinsero fin dal principio per la loro prosa risoluta e plausibile nonché per la notevole assenza di violenza gratuita.
Hammett ricorreva agli pseudonimi per i suoi primi racconti su «Black Mask», di solito Peter Collinson (che nel gergo teatrale indicava un personaggio fantasma). Si potrebbe supporre, ma è solo un’ipotesi, che provasse imbarazzo nell’apparire sui pulp da quattro soldi; di certo ne parlò in modo sprezzante più tardi nel corso della sua vita. Ma abbassò la guardia quando gli fu chiesto un commento su “Circolo vizioso”, un racconto su un politico che reagiva a un ricatto pubblicato sul numero del 15 giugno 1923, autore Collinson. Hammett replicò che la storia, in cui non compare l’Op, era basata su casi che aveva vissuto in prima persona come investigatore privato. Firmò la risposta “S.D. Hammett” e poco dopo abbandonò del tutto lo pseudonimo di Collinson. Al direttore, George W. Sutton, sfuggì quel riferimento. Anche se in quei primi racconti Hammett mise una cura particolare nel descrivere con precisione come un detective privato svolgesse il suo lavoro, e in “Labirinto di inganni” (1° marzo 1924) fornì consigli specifici su come agire, fu solo in seguito che il successore di Sutton riconobbe l’esperienza di vita reale che aveva plasmato gli approcci professionali dell’Op ai propri casi.
È raro che gli scrittori nascano dal nulla. Nel caso di Hammett, appare con chiara evidenza come la sua vena letteraria sia stata forgiata dai suoi direttori. Iniziò a scrivere romanzi polizieschi perché Mencken non vedeva alcun futuro per lui nella letteratura “alta”, e su «Black Mask» fu chiaramente guidato fin dal principio dalle idee dei suoi direttori circa cosa avrebbe venduto di più nella loro cerchia di acquirenti, idee che cambiavano con l’uomo che di volta in volta ricopriva la carica. Sutton, il direttore di «Black Mask» che dopo tre mesi di lavoro accettò di pubblicare “Incendio doloso”, non aveva qualifiche letterarie. Si descriveva così in un messaggio di addio ai lettori nel numero del 15 marzo 1924, l’ultimo di cui ebbe la responsabilità:
Il direttore è principalmente uno scrittore di articoli su autoveicoli e motoscafi, e per tutto il meraviglioso periodo in cui è stato alla guida di «Black Mask», ha proseguito le sue rubriche automobilistiche su varie pubblicazioni, sfruttando i pomeriggi e gran parte delle sere, delle domeniche e dei giorni festivi, per leggere le migliaia di racconti da pubblicare su «Black Mask», rivedendoli, consultandosi con autori e artisti, scrivendo ai lettori e occupandosi delle migliaia di dettagli in cui consiste il lavoro necessario a far uscire una rivista di narrativa “vivace”.
Le “varie pubblicazioni” di Sutton includevano «Vanity Fair», «Collier’s», «Town & Country», «Popular Mechanics» e alcune agenzie di stampa.
Nel 1923 Sutton compilò un promemoria per potenziali scrittori intitolato Gli attuali requisiti di «Black Mask», in cui lamentava che «la rivista incontra grandi difficoltà nell’ottenere esattamente il tipo di racconti desiderati. Possiamo stampare storie dell’orrore, di fenomeni soprannaturali ma spiegabili, e racconti raccapriccianti che nessun’altra rivista nel Paese pubblicherebbe, ma devono riguardare esseri umani, convincere, avvincere e stimolare l’interesse». Sutton avvertiva nel promemoria: «Non ci interessano i romanzi polizieschi puramente scientifici che mancano di azione, e siamo prevenuti per esperienza verso le vicende psicologiche che non siano molto aspre e intense».
Sebbene «Black Mask» sia considerata, a ragione, il luogo di nascita della narrativa hard boiled, questo genere era ancora in gestazione nel periodo Sutton. Sebbene il crimine fosse un punto fermo della rivista sotto la sua direzione, era solo un ingrediente del mix editoriale, e soltanto le prime storie di Carroll John Daly, con protagonisti di una violenza da cartone animato e che davano corso a quelle che hanno tutta l’aria di essere le fantasie omicide e da duro dell’autore, potrebbero essere definite davvero hard boiled. Hammett si proponeva di soddisfare le esigenze di «Black Mask» con racconti su un investigatore basso, corpulento, spietato e senza nome che lavorava per la Continental Detective Agency, basata ovviamente sulla Pinkerton, e descriveva i suoi casi in tutti i dettagli procedurali.
Hammett era noto a Sutton e al suo condirettore Harry North solo attraverso la corrispondenza e la sua narrativa. Hammett viveva a San Francisco, la redazione era a New York. Sutton, però, si sforzava di rimanere in contatto con i suoi scrittori e i suoi lettori. Sollecitava gli autori a inviargli lettere sulla genesi dei loro racconti e incoraggiava i lettori a scrivergli esponendo le loro reazioni, pubblicandole, complete di critiche e tutto il resto. Hammett rispondeva regolarmente alle richieste di Sutton e le sue lettere sono incluse in questo volume, in appendice ai racconti che commentano.
Quando venne pubblicato il quarto racconto dell’Op, Sutton pubblicizzò Hammett come colui che «all’improvviso era diventato uno degli scrittori più popolari di “Black Mask”, perché le sue storie sono sempre avvincenti, piene di azione e di situazioni molto insolite». E questo malgrado fossero anche notevolmente misurate rispetto agli standard di «Black Mask». In quei primi quattro racconti, l’Op non porta una pistola. Nei primi due non ci sono morti, nel terzo c’è un omicidio che non appare direttamente e uno prima dell’inizio, e nel quarto ci sono un omicidio fuori scena e una sparatoria. Nelle cinque storie successive, le ultime di Hammett sotto la direzione di Sutton, c’è un totale di cinque omicidi nel corso delle vicende narrate. Sebbene l’Op fosse coinvolto a volte in qualche scazzottata, sotto Sutton non uccise mai nessuno, gli assassini sono sempre i criminali. Ma alla fine di marzo del 1924 Sutton tornò agli sport motoristici (il suo Camping by the Highway: Auto-camper’s Handbook and Directory of Camp Sites fu pubblicato dalla Field and Stream Publishing Company nel 1925) e, sebbene Hammett fosse tra gli scrittori principali sui cui talenti i successori di Sutton contavano di basare il successo della rivista, il nuovo direttore aveva idee diverse su ciò che rende una storia avvincente.
RL
JIM TARR RACCOLSE il sigaro che aveva fatto rotolare sul piano della sua scrivania, guardò la fascetta, staccò una delle estremità con i denti e allungò una mano verso i fiammiferi.
«Tre per un dollaro» disse. «Devi avere in mente che infranga almeno un paio di leggi per te, stavolta.»
Da quattro o cinque anni, ormai, avevo a che fare con quel grasso sceriffo della contea di Sacramento – ossia da quando facevo parte della filiale di San Francisco della Continental Detective Agency – e non l’avevo mai visto perder...