La cameriera venne ad aprirmi e mi fece entrare. Berenice mi accolse preoccupata:
«Che cosa ti è successo? Hai un’aria sconvolta.» Ma non potevo spiegarle cosa era accaduto nel vicolo della città vecchia: non mi avrebbe creduto. Inventai qualcosa per calmarla e per tutta la settimana mi dedicai a raccogliere notizie sul progetto di Gad Aurebach. Mi sembrava strano che nessuno si fosse accorto dell’esistenza di un’organizzazione il cui capo rivestiva una carica strategica di importanza critica e che a me era sembrata pericolosa. A meno che parti del governo o della Knesset fossero d’accordo con i servizi segreti e con il loro vertice. Ma come avevano potuto mantenere il segreto senza che trapelasse la minima notizia per tanto tempo? Continuavo ad arrovellarmi ma ero stanco, cosa che non mi capitava da tempi immemorabili. Mi coricai accanto a Berenice nel nostro letto, nella camera bellissima con la vista su Gerusalemme.
«Ho bisogno di te» le dissi.
«È gentile da parte tua.»
«Non è solo un complimento: è una necessità. Sarà dura questa separazione, ma è necessaria. Per almeno cinque, sei settimane non potremo mai incontrarci, nemmeno per un caffè. Nessuno dovrà vederci insieme. Sono riuscito a trovarti un posto al ministero dell’Interno. Te la senti?»
«Certamente. Ti chiedo solo di spiegarmi questa tua mossa domani, dopo il sorgere del sole.»
«Scusami. Anche tu avrai bisogno di riposare.» Le diedi un bacio e mi lasciai andare sul cuscino. Cercai ancora, nel dormiveglia, una risposta ai miei interrogativi. Pregai nel silenzio Jeshua: «Sappiamo che Dio può essere dovunque: non c’è bisogno di costruire un terzo Tempio. Aiutami. Non vogliamo un altro mattatoio sulla spianata. Aiutami, ti prego».
Per una frazione di secondo mi sembrò di vedere controluce la sagoma di Cornelius, poi nulla. Presi il telecomando e feci abbassare l’avvolgibile della finestra che dava sul fascino irresistibile di Gerusalemme. Volevo il buio.
L’indomani preparai io la colazione per tutti e due e Berenice mi raggiunse dal letto nella sua vestaglia di seta, un dono che avevo voluto farle da una bottega di Gerico.
«Ti ascolto» disse.
«Nel tuo ufficio al ministero dell’Interno potrai vedere carte dal contenuto segretissimo, se sarai prudente. Sarai anche corteggiata senza tregua da uomini potentissimi. Il tuo fascino però può esserci utile.»
«Che cosa vuoi dirmi?»
«Lascia che pensino che tu sia accessibile, ma fai in modo, prima di tutto, di ottenere quello che vogliamo.»
«E che cosa vogliamo?»
«Questo» risposi, e le porsi una cartella di cuoio marocchino marrone con delle piccole tasche interne per le chiavette USB, delle buste interne sempre dello stesso materiale, dove avevo messo dei dossier con tutte le istruzioni indispensabili per la sua missione. Al centro c’era un contenitore per un piccolo laptop leggero come una piuma, inespugnabile dal più abile degli hacker, costruito nelle mie officine a Mitzpe Ramon.
«Contiene anche una radio RT che è continuamente in contatto con uno dei tuoi orecchini» proseguii, «in qualunque ora del giorno e della notte. Se devi tu parlare con me è sufficiente che parli sul pendente del collier che ti ho regalato la settimana scorsa. Parla sottovoce perché è sensibilissimo e non esitare a chiamarmi al minimo sospetto di rischio. Concentra il tuo interesse sul figlio superstite di Gad Aurebach, Jonathan, viceministro delle Forze armate. So come la pensa il padre. Devo sapere che razza di uomo è il figlio Jonathan.»
«Farò del mio meglio» rispose Berenice.
Passarono così cinque settimane finché Berenice, con la quale ero in contatto continuamente, mi fece sapere che aveva raccolto sufficiente materiale da sottopormi. Le diedi appuntamento in un ristorante non lontano dalla piazza del Muro del pianto. Indossava un soprabito di gabardine grigioverde a doppio petto sopra un tailleur grigio scuro gessato e scarpe nere lucide con tacchi a spillo. I capelli biondi, lunghi abbastanza da accarezzarle il collo, erano raccolti sulla nuca in una spilla d’argento. Una mise perfetta per la sua frequentazione ministeriale.
«Ho staccato la radio» le dissi «e ho ordinato il tuo piatto preferito, ma parliamo comunque sotto voce: questa zona pullula di spie da tutto il Medio Oriente e da vari gruppi terroristici. A casa studierò i tuoi documenti questa notte stessa. Sei elegantissima; che mi racconti, amore mio? Queste cinque settimane non passavano mai; non reggevo più la tua mancanza.»
«Nemmeno io, ma non volevo deluderti. Comincia tu, però» replicò Berenice. «Penso che le mie notizie saranno ausiliarie.»
«Non credo. Da quando siamo qui mi sei sempre stata indispensabile. Il mio successo in Israele è in gran parte dovuto a te… mangia prima che ti si freddi: la zuppa di pesce è buona calda.»
Cenammo chiacchierando di politica, di equitazione e di cavalli e quando avemmo esaurito il menu e gli argomenti di conversazione le dissi: «Comincia, ti prego».
Berenice fece la sua relazione: «Jonathan è un giovane straordinario: intelligente, ha un notevole sense of humor, è impeccabile sul lavoro e nella cura della persona e si distingue per il suo equilibrio… è viceministro delle forze armate di Israele».
«Nient’altro?»
«Detesta i fanatici e gli estremisti di qualunque genere, i terroristi. In questa chiavetta USB c’è un video di lui che fa un discorso davanti a un battaglione di fanteria. Credo che lo troverai molto eloquente.»
«Non ne dubito.»
«Dal canto mio ho potuto appurare che i componenti dell’associazione per il terzo Tempio sono piuttosto numerosi: almeno quelli che ho potuto individuare, ma potrebbero essere molti, molti di più. Centinaia, forse migliaia.»
«La mia impressione» risposi «è che quelli che possiamo individuare siano solo la punta dell’iceberg. Da come ho potuto vedere, sono facoltosi ma non danno nell’occhio; se appaiono in pubblico lo fanno con toni sommessi; non alzano mai la voce, vestono in modo elegante, mai vistoso, anzi, piuttosto modesto. C’è uno zoccolo duro?»
«Di certo, ma io non sono riuscita a individuarlo. Se c’è è ben nascosto. Ma quel piccolo gruppo di cui, se ho ben capito, fai parte anche tu, non potrebbe essere quello lo zoccolo duro?»
«Non credo. Da come hai descritto il giovane Aurebach mi sembra di aver capito due cose: Jonathan è in grado di scalare la gerarchia politica ed economica in tempi relativamente brevi; non sopporta la violenza e non ci crede. Se così non fosse non sarei riuscito a convincere il padre ad accettare le mie condizioni. Andiamo a casa? Mi sei mancata moltissimo.»
«Anche tu… Vedi quel tipo seduto vicino alla finestra? Mi ha pedinato per parecchi giorni nell’ultima settimana. Ed è entrato subito dopo che sono entrata io.»
«È una spia, come ti ho detto. Può darsi che si stia muovendo qualcosa. Anche io ho notato che ci sono strani individui in giro. Alcuni sicuramente armati.»
Rientrammo con la mia auto e in mezz’ora già la parcheggiavo nel mio garage. Salimmo con l’ascensore, mi avvicinai alla finestra e guardai di sotto: c’era lo stesso individuo che avevamo notato al ristorante. Ma in quel momento pensavo ad altro. Avevo nascosto nel baule dell’auto un mazzo di gigli selvatici raccolti in un foglio di cellofan. Scesi a prenderli, con una scusa, e rientrai. Berenice trasalì nel vederli.
«Amore, da cinque settimane non ti vedevo e ora voglio che sia come quando ci nascondevamo nella casetta sopra il campo del sicomoro.»
Berenice si denudò, aprì il mazzo dei gigli selvatici e li sparse sul suo corpo sempre divino. Facemmo l’amore con la stessa foga e lo stesso ardore di quando ci eravamo abbracciati per la prima volta sotto la luna.
Mi alzai verso le quattro, introdussi l’USB di Berenice nel mio computer e guardai il discorso di Jonathan a un battaglione di Tsahal per commemorare la morte recente sul campo di suo fratello. Aveva un timbro robusto della voce e i primi piani della camera sul suo volto mostravano un’espressione forte e uno sguardo fermo. Non esagerava con i temi patriotici né inveiva con parole violente e spregevoli contro il nemico. In qualche modo mi diede l’idea di una persona che non avesse particolari emozioni, visto che stava commemorando il fratello ucciso da poco. Sapevo che esistono persone più resistenti al dolore di altre, il che non significa che siano degli insensibili. La descrizione di Berenice infatti aveva dipinto un giovane che aveva molte più virtù che difetti.
Ricordavo a mia volta il mio primo incontro con Gad Aurebach, il padre di Jonathan, nel suo ufficio. Non era un uomo di facile approccio né era privo di arroganza, ma tuttavia era una persona carismatica che mostrava grande forza d’animo e anche capacità di emozioni.
Ero ancora preso dai miei pensieri quando vidi entrare nel mio studio Berenice in pigiama.
«Come mai in piedi a quest’ora?» le chiesi.
«Quell’individuo è ancora là dove l’abbiamo visto. Mi innervosisce, chiamo la polizia.»
«Aspetta. Forse è meglio che vada io: potrebbe avere da dirmi qualcosa di interessante.»
«Fai attenzione.»
«Ho un bodyguard, lo sai? E inoltre metti in funzione le videocamere: dobbiamo avere copia di tutto quello che succede e il ritratto di quell’uomo.»
Mi cambiai d’abito, indossai un jeans, una camicia kaki con le tasche sul petto, un giubbotto di pelle marrone, la cintura con fondina e pistola e scesi veloce fino al piano terreno. L’uomo, di forse quarant’anni, si staccò dal muro e si volse verso di me. Aveva passato buona parte della notte in quella postura senza mai chiudere occhio e non dava nessun segno di stanchezza.
«Che fai appoggiato a questo muro?»
«Non do fastidio a nessuno, mi sembra.»
«A me sì. Eri al ristorante nella città vecchia, poi ti ho visto qui al mio rientro e adesso, alle cinque del mattino, sei ancora qui. Chi sei?»
«Sono uno che vuole sapere cosa sarà delle grandi moschee della spianata.»
«E perché lo chiedi a me?»
«Mi dicono che tu lo sai.»
«Chi te lo ha detto mente. Io non so niente. E adesso vattene. Se ti pesco ancora da queste parti passerai un brutto quarto d’ora.» Gli mostrai lo stemma di un battaglione d’assalto di Tsahal e l’uomo fuggì. Subito dopo la radio di Berenice risuonò nel mio auricolare: «Attento, arriva qualcuno!». Dalla finestra doveva vedere molto più in là di me.
«Ritirati immediatamente» risposi, «e chiudi porte e finestre!»
«E tu rientra subito, finché funziona l’ascensore!» gridò Berenice.
«Stai tranquilla. Ho una difesa maggiore di qualunque porta blindata!»
Non molto tempo dopo vidi arrivare su veloci, rombanti motociclette tre giovani di cui uno, che doveva essere il capo, in giubbotto di pelle. Fisico prestante, faccia dura e mi circondarono completamente. Ero preoccupato: temevo che Berenice alzasse l’avvolgibile e impugnasse il Breda Xanthos semiautomatico che le avevo regalato nell’anniversario del nostro primo incontro. Ero a un passo dall’essere accerchiato quando apparve al mio fianco Cornelius. Era in tuta mimetica, anfibi, cinturone e munizioni, ma il volto era quello con cui mi si presentava abitualmente quando assumeva un aspetto riconoscibile.
Bastò quella figura a intimidire i motociclisti e Cornelius si nascose dietro l’angolo della casa dove abitavo ma non sparì.
«È una vostra idea, o vi ha chiamati quel tipo che ha fatto la sentinella appoggiato a questo muro tutta la notte?» chiesi.
«Ci ha avvertiti lui» rispose quello che sembrava il capo e aveva sotto la tasca destra della camicia la scritta “Samson”. Tutti e tre portavano sul cinturone una stella di David d’argento in rilievo sul bronzo della fibbia.
«Non volevo fargli del male, ma mi stava alle costole da parecchie ore e volevo sapere che cosa voleva.»
«E lui cosa ti ha detto?»
«Che voleva sapere che cosa ne sarà delle grandi moschee della spianata.»
Il capo chinò la testa e scambiò un’occhiata preoccupata con gli altri due, poi disse: «E tu che cosa hai risposto?».
«L’ho già detto al tuo amico: no...