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La luna e i falò
- 240 pagine
- Italian
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La luna e i falò
Informazioni su questo libro
Emigrato in America, l'orfano Anguilla rientra dopo la Liberazione nel paese delle Langhe dove è cresciuto; ritrova volti amici e rievoca i tanti che invece non ci sono più. È grande, ha visto il mondo, ha i soldi, non è più il ragazzino bastardo, ma vuole una patria, vuole appartenere a una terra: poter partire e sempre tornare, guardare il mondo con lo sguardo fresco del fanciullo e la consapevolezza dell'adulto. Libro del congedo, La luna e i falò unisce i temi più cari a Pavese in una storia che è fatta di quotidianità in un paesaggio e in un momento storico estremamente definiti, e nello stesso tempo è una superba creazione mitica, un nuovo viaggio dantesco, un pellegrinaggio alla scoperta del destino dell'uomo.
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Informazioni
Print ISBN
9788804730095eBook ISBN
9788835706977Nota al testo
di Antonio Di Silvestro
Alle origini della «Luna e i falò»
La storia dell’ultimo romanzo di Pavese inizia da un appunto risalente al 13 maggio 1948, in cui l’autore fissa una serie di «situazioni tipiche»: «violenza e sangue sui campi / festa in collina / camminata in cresta / mare da riva…». A opera conclusa, rileggendo quest’appunto, egli postillerà a fine novembre: «Non è il tema della Luna e Falò?».1
Nell’aprile del 1949, nel momento in cui stanno per prendere forma le prime idee e parole-chiave, lo scrittore lascia cadere nel diario una frase sibillina, che si accampa isolata e priva di qualsiasi glossa contestuale: «Un giornale nero di titoli come un temporale».2 Essa verrà incorporata nel finale del capitolo XVIII,3 quando Nuto, forte sempre della sua disincantata saggezza, paragona il rapporto tra governatori e governati a quello tra padroni e cani. Per lui, guida inaugurale della quête di Anguilla, il primo conflitto mondiale era stato una guerra nella quale vi erano «tanti cani scatenati dal padrone perché si ammazzassero e i padroni restare a comandare». Queste parole di Nuto risuonano nella mente del protagonista quando egli vorrebbe astrarsi dal mondo che lo circonda, e andando per la strada vede «i fogli in mano alla gente neri di titoli come un temporale».
Una settimana prima Pavese ha ricordato a se stesso la vitalità delle passioni «antiche», o meglio dei «miti ambiziosi o libidinosi dell’infanzia», che sono «insaziabili» perché «l’età matura – la sola che potrebbe saziarli – ha perdute le occasioni».4 Nel mese precedente si era interrogato sulla possibilità di costruire un ritmo narrativo che diventasse sorgivamente un’altra realtà, la quale fosse a sua volta strumento di analisi: «Non analizzare, ma rappresentare. […] Dare un’altra realtà». Scritta immediatamente a ridosso, faceva da pendant a questa una riflessione sul dialetto come sottostoria e sulla lingua come uscita nella storia, dialettica sovrapponibile a quella tra istintualità e creazione. Tuttavia bisogna distinguere l’uso del dialetto a fini letterari, che è esso stesso «un modo di far storia», «una scelta», «un gusto».5
Come per altri romanzi (ad esempio Il compagno e Tra donne sole), la ricostruzione del percorso elaborativo della Luna e i falò è supportata da un indice che l’autore costruisce in progress, per rimodulazioni continue, ma anche da una mappa variegata di temi, personaggi, situazioni, parole-chiave. Un avantesto assai frastagliato, ma che rivela una germinale solidità e coerenza dell’impianto narrativo, riflettendo quanto Pavese scriveva qualche anno prima riguardo la costruzione del racconto, aliena da ogni logica di naturalistica dispositio dei fatti: «Il racc. non deve procedere per sviluppo naturalistico di casi ma per brusche mutazioni, di costruzione platonica. Bisognerebbe avere già tutto pronto come blocchi di granito tagliati, da disporre a volontà, non come un’altura da salire e descrivere a mo’ di cronaca».6
Bisogna attendere l’inizio dell’estate per scovare le prime tracce dell’opera. Risale al 9 giugno, cassata in lapis rosso, una sequenza di suggestioni frammentarie affiancate dallo schizzo di una casa:7 «Odor di Canelli / punta di mosto (vermut) / di sabbia del Belbo mista all’amaro delle albere, di polvere e buoi». Un appunto che si ritrova identico tra i materiali preparatori di Tra donne sole (carta 282), dove però non è biffato. Anche in questo caso si tratta di una traccia fedelmente sviluppata, nel capitolo X, quando Anguilla fa ritorno a Canelli:8
A Canelli entrai per un lungo viale che ai miei tempi non c’era, ma sentii subito l’odore – quella punta di vinacce [preceduto da mosto cass., come negli appunti], di arietta di Belbo e di vermut.
Il 22 giugno, quando nel Mestiere di vivere medita l’idea di un «nuovo libro»,9 Pavese ha già dato forma a una serie di suggestioni che lo avevano accompagnato due settimane prima. Il 7 aveva scritto: «La notte sotto l’alba / esperienza dei grandi, di quelli che vanno a Canelli, in Riviera, ecc.». Di seguito, con icastica lapidarietà, aveva scolpito il mito dell’infanzia come cerchia «perfetta», che si sperimenta nell’ignoranza della morte, e quindi «immortale», «assoluta», «tutta gioia e certezze». Sul margine destro della stessa carta, pochi giorni dopo (10 giugno), con una matita copiativa pressoché illeggibile, aveva annotato: «Dopoguerra a modo mio che non esiste», insieme a parole-sentinella tra cui «sogno». Il 19 giugno, in procinto di concepire il disegno del suo nuovo libro, aveva riempito un altro foglio extravagante con la mappa tematica di alcune sue opere, sotto il titolo-tema «salire l’altura». A questo elenco di romanzi, racconti e poesie si aggiunge in extremis, con una penna differente, anche Tra donne sole. Sul margine destro appare una rassegna di luoghi ed elementi naturali culminante in un’idea di visione che sa molto di leopardiano, in cui l’orizzonte è limen storico e metafisico: «vigne, campi, terra calcinata, boschi e ritani vetta misteriosa con orchidee e visione dell’orizzonte (del mare, della città, della storia)». In questa densissima congerie di appunti, vergata senza soluzione di continuità, in una sorta di climax concettuale, l’autore teorizza (ma lo aveva già fatto in alcuni racconti di Feria d’agosto, in particolare La vigna) una vera e propria poetica dell’ascesa:
Salire sulla vetta è un modo di sfuggire alla storia, di tornare davanti all’archetipo. Certo: i santuari sono in alture […]Per il bambino salire l’altura è una festa, un’uscita dal normale; per l’uomo fatto un ritorno alla normalità sottesa al tedio dei giorni infantili.
Sulla stessa carta lo scrittore ritorna, dopo la felice estate nella quale ha confessato (nella lettera ai coniugi Ruata del 17 luglio) di essere stato visitato da una «mirabile visione», per sottolineare l’equivalenza (non solo concettuale, ma anche semantica) tra due espressioni da lui stesso virgolettate: “Non è mai uscito da questi paesi” = “non ha mai visto la storia” (2 settembre). Pavese, in questo discepolo di Verga e acutissimo lettore dei Malavoglia, identifica, proiettandolo in Nuto (il quale all’inizio del romanzo dice che «per farcela a vivere in questa valle non bisogna mai uscirne», formulazione ancora più radicale di quella dell’autografo: «[non muoversi] uscire dalla valle ha i suoi vantaggi»), il rimanere nei propri luoghi con un gesto riparatorio, protettivo, rassicurante, in grado di garantire la durata di un’esperienza che grazie all’infanzia viene inscritta e custodita nel territorio inattaccabile del mito.10 Ma ancora più interessante, ai fini della genesi della Luna e i falò, è il fatto che di questa equivalenza, in un appunto di qualche giorno successivo all’idea del romanzo, sia investita una figura cara a Cesare come la madre di Pinolo Scaglione, Mentina, che conserverà all’interno del testo lo stesso nome e sarà la madre di Cinto. L’emersione di questo dato biografico è frutto degli interventi sul manoscritto, dove il nome proprio subentra al generico «madre»:
La vecchia Mentina, alla Cabianca, che cosa vede nella vita? Che cosa sa della massa enorme di pensieri, di fatti del mondo? Non ha mai mutato il senso, il ritmo che avevano per te i giorni remoti dell’infanzia. E adesso che la rivedi, 70enne, pronta a morire, e che non si pensa nemmeno che possa mutare questa statica immobile vita, che cosa ha di meno che te? Che cos’è tutta la molteplice esperienza, davanti a questo? Per 70 anni ha vissuto come tu nell’infanzia. C’è qualcosa che dà i brividi. Questo vuol dire, ignorare la storia.11
Il 30 luglio Pavese rilegge la poesia Fumatori di carta, scritta nell’agosto-settembre 1932, e ne riporta sul diario alcuni versi traendoli però da uno scartafaccio.12 Si ritrovano qui gli archetipi di sempre: la «luna d’agosto», le «grandi colline», ma soprattutto si accampa – con il Belbo – il paesaggio elettivo della Luna e i falò. Tutti i versi di questa sequenza, eccetto pochi segmenti o parole, risultano cassati prima della biffatura definitiva, realizzata con tratti diagonali a penna:13
Ho rivisto [inverdirsi il tramonto] [schiarirsi la notte] [una notte lunare] la luna d’agosto tra ontani e cannetisulle ghiare del Belbo e riempirsi d’[da di] [cielo] [luna] argentoogni filo [più esiguo] di quella corrente, [ma intanto il compagno] [e] [ma il chiuso compagno][che sedeva su un tronco con me,] [guardava] [fissava con me me,] [non vedeva quel cielo,][non sentiva le piante] [né l’acqua: pensava †][a una pena caparbia] [Avevamo dinanzi] [Sapevo che, intorno,][tutt’intorno s’alzavano le grandi colline.]
In due carte successive di questa primitiva stesura (appartenenti però allo stesso incartamento, recante sull’ultimo foglio la data «31 agosto - 11 settembre») si affastellano versi cancellati e altri allo stato di appunti/abbozzi (ancora lontani da quella che sarà la prima versione della poesia), che ci riportano al clima del romanzo, e nei quali comincia a prendere forma anche psicologicamente il carattere di questo «chiuso compagno»:
Io che lo pensavo pilota,grande e che lo sento dirmile teorie – Fratello [tacit<o>] caparbioSognato razza nuova daquesta gente[Questo è un figlio di povera gente e con lui ho giocato][Ho rivisto il compagno di tante avventureCh’era il figlio di povera gente e già buon falegname.Mi passava di quasi dieci anni. A pescare nel fiume]Chi scompone così i miei pensieri è l’amico [robusto] d’un tempoincallito a menare la mazza, un prodigio a suonarela chitarra, che invidio e mi pare, [talvolta] ogni voltache lo vedo, migliore [di serie parole]. [Potrebbe bene avere il padre][– Non ha ancora trent’anni – delle vite gentili][Mi parla senz’ira]È schiacciato da queste collineÈ venuto a cercarmi stasera l’amico di un tempo,quello che a me [bambino insegnava] ragazzo ha insegnato a conoscere il legnodell’ontano, del noce, dell’albera e poi mi portavaa pescare e parlava di macchine e aveva vent’annie suonava chitarra e clarino. Mi parla un po’ ansiosodell’immensa distanza che vede tra noi.“Vieni giù professore” mi ha detto. Ha trent’anni
Questi versi ritraggono la figura di Pinolo Scaglione,14 attraverso il quale però Pavese costruisce al contempo l’anagrafe di Nuto, suonatore di clarino (nella poesia anche di chitarra, come l’amico) e falegname. In realtà egli ha già messo a fuoco, attraverso questo lontano “antenato”, tutto l’immaginario mitico-...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione. di Antonio Sichera
- LA LUNA E I FALÒ
- I
- II
- III
- IV
- V
- VI
- VII
- VIII
- IX
- X
- XI
- XII
- XIII
- XIV
- XV
- XVI
- XVII
- XVIII
- XIX
- XX
- XXI
- XXII
- XXIII
- XXIV
- XXV
- XXVI
- XXVII
- XXVIII
- XXIX
- XXX
- XXXI
- XXXII
- APPENDICE
- Nota al testo. di Antonio Di Silvestro
- Bibliografia ragionata. a cura di Eliana Vitale
- Copyright