Dialoghi con Leucò
  1. 304 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Informazioni su questo libro

«Pavese si è ricordato di quand'era a scuola e di quel che leggeva: si è ricordato dei libri che legge ogni giorno, degli unici libri che legge. Ha smesso per un momento di credere che il suo totem e tabù, i suoi selvaggi, gli spiriti della vegetazione, l'assassinio rituale, la sfera mitica e il culto dei morti, fossero inutili bizzarrie e ha voluto cercare in essi il segreto di qualcosa che tutti ricordano»: così Pavese stesso presentava questi suoi Dialoghi, nei quali il mito antico e fondativo ritrova il proprio carattere eterno, e quindi tremendamente attuale. Perché tornare alle sorgenti del mito - sia quello di Ulisse o di Edipo, di Achille o di Teseo - significa ricominciare a credere nella vita, la vita di ogni uomo fatta di dolori e speranza.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2021
Print ISBN
9788804730101
eBook ISBN
9788835706984

Nota al testo

di Antonio Di Silvestro

Per una storia del testo: indici e «concordanze»

La storia compositiva dei Dialoghi con Leucò, rinvenibile nei lasciti del Fondo Einaudi, è documentata da un iter sostanzialmente lineare dei materiali di lavoro. Tuttavia, alla scarsità di testimonianze autografe (a ogni dialogo corrisponde una sola stesura, e gli abbozzi si riducono a esigue tracce contenutistiche o frammenti di battute) fa da pendant la ricerca tormentata e fascinosa di un’architettura del libro, che i vari indici a noi pervenuti (in gran parte tematici, di rado cronologici, e con continui spostamenti dei dialoghi) attestano con copiosità di indizi.
Sono i materiali paratestuali, ossia proprio gli indici, a costituire il vero avantesto dei Dialoghi. Il “racconto” offerto da queste singolarissime carte è assai diverso da quello fornito dagli schemi di lavoro che accompagnano i romanzi, nei quali Pavese fissa parole-chiave, tratti dei personaggi, parole-situazione, frammenti dialogici, per chiarire a sé stesso, nel progresso della scrittura, i termini di una narrazione già costruita in mente auctoris. Della nuova opera egli vuole delineare, ad appena un terzo del lavoro (il primo indice è di soli dieci dialoghi), con quell’inquietudine «vera e tagliente» che «sommuove una materia consueta»1 (non dimentichiamo che Leucò è il «libro eretico e caro al suo cuore»),2 una intelaiatura di senso che sia il più possibile definitiva, un percorso ermeneutico rivolto prima a sé stesso che al lettore ideale. Di fronte a questa frammentaria compagine di carte, l’auscultazione filologica va rivolta non tanto alle esitazioni della scrittura (che sono essenzialmente legate al riposizionamento dei titoli), quanto agli appunti marginali, ai computi apparentemente solo statistici, ai report atti ad analizzare “quantitativamente” l’andamento del racconto mimetico (e che riguardano, ad esempio, la presenza del locutore e l’oggetto del dialogo).
Come notato nell’Introduzione, le intermittenze della scrittura, con le fasi di picco e quelle di stasi, possono essere lette a specchio della storia tra Pavese e Bianca Garufi. È proprio l’iniziale accensione del rapporto a far sì che in tre mesi e mezzo (dalla metà di dicembre del 1945 alla fine di marzo del 1946) Cesare abbia già scritto quasi metà del libro. Ripercorriamo dunque gli strati e stati di questo “libro del cuore”, rilevando passo passo, quasi al rallentatore, gli indizi e i segnali che i materiali preparatori generosamente ci consegnano.
All’inizio del 1946 l’autore si è lasciato da pochi giorni alle spalle i primi tre dialoghi: Le streghe (composto, recita l’autografo, dal 13 al 15 dicembre 1945), che aveva suscitato – per un groviglio autobiografico difficilmente districabile per la stessa destinataria – la reazione appassionata di Bianca (la Leucò del titolo, ipocoristico di Leucotea, che però nell’autografo, ma anche una volta nella stampa, è chiamata col diminutivo affettivo di Leucina),3 La belva (18-20 dicembre) e La madre (26-28 dicembre). Nel frattempo Pavese ha già trovato «una nuova forma» in grado di sintetizzare «molti filoni»,4 mentre qualche mese dopo, nella parentesi romana, affermerà con piglio risoluto di aver inventato «il nuovo stile dei dialoghi», frutto di una maturazione – legata ai contatti con De Martino – di «tutto il mondo mito-etnologico».5 Forma e stile dunque, insieme con la scoperta della categoria quasi ontologica dell’“indurimento” che, trasferita a quegli dèi già caratterizzati (il 6 gennaio) come alterità, si traduce in un formulario – «destino, dio, mortale, nome, sorridere ecc.» –6 che offre un primo background semantico alla costruenda opera, ne fonda il sorgivo linguaggio.
Nel momento in cui lascia traccia nel Mestiere di vivere della Prefazione (20 febbraio), che diventerà con minime varianti quella della princeps (ma che non passerà nelle successive edizioni a stampa), Pavese ha terminato da alcuni giorni La Chimera, l’ultimo dei primi nove dialoghi, che hanno così raggiunto nelle sue intenzioni una numerosità simbolicamente pari al novero delle Muse.7 Quando ha spedito a Bianca In famiglia, testo che chiude la prima decade, con le lettere del 25 e 26 febbraio (le prime cinque battute del dialogo sono scritte sul verso di una carta della precedente lettera del 21), egli ha già approntato un primo indice, sicuramente posteriore al 24 febbraio:8
I due
(infanzia salvezza)
La madre
(infanzia tragica)
In famiglia
(fato familiare)
Gli Argonauti
(fato sessuale)
Schiuma d’onda
(sesso tragico)
Le Muse
(uomo divino)
Le streghe
(uomo intangibile)
La rupe
(uomo combattente)
La Chimera
(uomo sconfitto)
La belva
(uomo schiacciato)
Le streghe
(uomo intangibile)
Al posto delle Streghe, cancellato e collocato alla fine, Pavese inserisce Le Muse. In questa prima mappa del futuro libro vengono messi in ultima e penultima posizione rispettivamente il primo e il secondo pezzo da lui composti. Sul margine destro appare il primo dei tanti resoconti statistici sugli interlocutori umani e divini che intervengono nei dialoghi, con una netta prevalenza dei primi (18 contro 8).
Sull’altra facciata del foglio vengono fedelmente trascritti, in data 27 febbraio,9 i primi 5 dialoghi del “protoindice”. L’elenco prosegue poi in questo modo:
La belva
(sonno divino-sessuale)
L’inconsolabile
(liberazione dal sesso)
Le Muse
(uomo divino)
Il fiore
(schiacciamento e poesia)
La rupe
(combattimento)
La Chimera
(sconfitta)
La belva nube
(audacia e schiacciamento sconfitta)
Le streghe
(intangibilità)
I testi sono ora 13. Nella nuova successione spicca il distanziamento tra Le streghe e La belva, dovuto probabilmente a una mutata interpretazione del secondo dialogo, prima ascritto allo “schiacciamento”, ora invece avvicinato a uno di quelli composti nel frattempo, con il quale crea, includendo anche il precedente Schiuma d’onda, una sorta di triade dialettica, ma a progressione ascendente, tra «sesso tragico», «sonno divino-sessuale» e «liberazione dal sesso».
È evidente che l’indicazione del 27 febbraio si riferisce ai primi 10 dialoghi ricopiati dall’altra facciata; si tratta quindi di un indice aggiornato in un momento posteriore. Pavese infatti, il giorno dopo aver fissato quella data, inizia a scrivere Il fiore (28 febbraio - 2 marzo; ma nella cartella manoscritta Dialoghi con Leucò [AGP FE 10.33] si legge «28 febbraio - 7 marzo»), La nube (21-27 marzo) e L’inconsolabile (30 marzo - 3 aprile). L’unica correzione alla sequenza riguarda, come si vede, La nube, inserita in penultima posizione al posto della Belva, che risale a metà circa dell’elenco. Rispetto ai tre dialoghi aggiunti al blocco iniziale, Il fiore si inserisce in uno spazio interlineare più regolare, forse perché scritto immediatamente a ridosso. Altro dato indicativo è la presenza di crocette che contrassegnano tutti i dialoghi soggetti a riordinamento e inserimento, eccetto Le Muse.10 Proprio a quest’altezza avviene un fatto nodale nella storia dei Dialoghi, la prima “svolta” del libro: Pavese sostituisce il titolo iniziale, Uomini e Dei, con quello definitivo, come testimonia una carta sciolta che contiene una sorta di abbozzo del frontespizio, recante il nome dell’autore e il luogo e la data di composizione («Roma, 27 febbraio 1946»). Su questa facciata del foglio si legge una citazione cassata dell’ode 7 del libro I di Orazio, vv. 30-32: «O fortes peioraque passi, / mecum saepe viri […] cras ingens iterabimus aequor», il cui v. 32 viene ricopiato sul retro.
Il nuovo titolo, la data, la “simulazione” della copertina sembrano indicare una sorta di ur-Dialoghi, libro contenente un numero di testi inferiore alla metà. L’autore dà notizia alla sua Bianca-Leucò della nuova intitolazione il 20 marzo, quando alla prima decade si è aggiunto soltanto Il fiore: «Ho trovato il titolo collettivo dei dialoghetti: DIALOGHI CON LEUCÒ».11 Il 2 aprile reitera questa scelta con lucida determinazione, con la volontà di far “entrare” la dedicataria nel libro: «il f...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione. di Antonio Sichera
  4. DIALOGHI CON LEUCÒ
  5. La nube
  6. La Chimera
  7. I ciechi
  8. Le cavalle
  9. Il fiore
  10. La belva
  11. Schiuma d’onda
  12. La madre
  13. I due
  14. La strada
  15. La rupe
  16. L’inconsolabile
  17. L’uomo-lupo
  18. L’ospite
  19. I fuochi
  20. L’isola
  21. Il lago
  22. Le streghe
  23. Il toro
  24. In famiglia
  25. Gli Argonauti
  26. La vigna
  27. Gli uomini
  28. Il mistero
  29. Il diluvio
  30. Le Muse
  31. Gli dèi
  32. APPENDICE
  33. Nota al testo. di Antonio Di Silvestro
  34. Il paradigma di Ulisse. di Antonio Sichera
  35. I miti. a cura di Eliana Vitale
  36. Bibliografia ragionata. a cura di Eliana Vitale
  37. Copyright