Ho conosciuto Ada una sera di primavera sotto al portico della prefettura di Bologna.
La vidi arrivare insieme a mio nipote Vincenzo, che aveva il suo solito skate sottobraccio: lo chiamo «nipote» ma in verità è mio cugino, solo che una differenza di dodici anni e il fatto che io l’abbia un po’ cresciuto mi hanno sempre fatto sentire sua zia.
Da qualche tempo era venuto a studiare Giurisprudenza a Bologna e mi parlava spesso di questa sua coinquilina bravissima che lo aiutava a preparare gli esami e che aveva un grande sogno fin da piccola: diventare giudice. Anche a Ada lui aveva parlato di me: per lei ero l’avvocata «delle battaglie ai limiti della follia», così mi confessò in seguito di avermi ribattezzata sentendo i casi di cui mi occupavo. Ed ero anche quella che aveva fondato uno studio legale con tutte donne impegnate contro ogni tipo di discriminazione.
Il nostro primo incontro non ebbe bisogno di presentazioni formali: era come se già ci conoscessimo attraverso i racconti di una persona che voleva bene a entrambe.
Ci abbracciammo subito, poi Ada mi toccò il viso, il corpo, scese lungo i fianchi… fino al sedere!, e disse: «Oh, ce l’hai davvero sodo come dice Vincenzo!».
Rimasi letteralmente imbambolata dalla sua disinvoltura. Lei era molto più giovane di me: avrà avuto ventidue, ventitré anni, e io trentacinque.
Tra noi fu amore a prima vista, come direbbe lei con la sua feroce autoironia.
Anche se all’inizio facevo queste gaffe terribili: «Ci vediamo domani, Ada… oddio scusa…», mentre lei invece mi tranquillizzava: «Ma dài, che ti frega!». Oppure le chiedevo: «Hai visto mio cugino?». «No,» mi rispondeva senza battere ciglio «ma è come se l’avessi visto perché è di sicuro una specie di punkabbestia…», e giù a ridere.
La sera del nostro incontro Ada era molto contenta perché aveva da poco saputo di essere stata presa al King’s College di Londra, uno degli atenei più prestigiosi al mondo, che ha avuto tra i suoi studenti i migliori talenti inglesi, da John Keats a Virginia Woolf al leader attivista antiapartheid Desmond Tutu.
A Londra avrebbe frequentato l’ultimo anno di Giurisprudenza conseguendo una doppia laurea in Transnational Law.
Ada aveva lavorato sodo per essere ammessa, perché bisognava avere una media altissima, e quella sera mi raccontò che finalmente si realizzava un altro dei suoi sogni: vivere per un po’ a Londra e migliorare l’inglese. Già, perché Ada fino a quel momento non aveva potuto soggiornare nella capitale del Regno Unito, come molti suoi compagni di classe che d’estate andavano a fare la vacanza studio in Inghilterra. Se state pensando che fosse per la sua cecità, vi capisco… ma sbagliate di grosso, non ho mai conosciuto una persona così indipendente come Ada.
L’ostacolo non era fisico, ma politico!
Pur vivendo in Italia dall’età di nove anni, Ada aveva solo il passaporto albanese, che non le consentiva un ingresso immediato in Inghilterra (come sarebbe accaduto se fosse stata italiana), ma le permetteva soltanto di richiedere un visto e seguire altre procedure burocratiche troppo complicate per una ragazzina. Così finalmente, a ventitré anni, entrava trionfante in Inghilterra con l’alloro in testa, è il caso di dire.
La vita di Ada ha sempre dovuto seguire strade non tracciate, fuori da situazioni ordinarie, che lei ha sperimentato fin da piccola. Anzi, fin da quando nasce a Korçë, una bella e colta cittadina dell’Albania sudorientale, nello stesso anno in cui nel suo paese crolla il comunismo: il 1991.
Sono anni difficili, di grande confusione politica e civile; ma i suoi genitori non si perdono d’animo e cercano in tutti i modi di far curare la loro bambina nata con un grave glaucoma agli occhi. La portano ovunque, si spingono fino in Grecia, e quando in Albania tutto sembra essere ormai crollato in macerie e disorganizzato, e le normali vie di comunicazione sono interrotte, arrivano a chiedere un passaggio per l’ospedale di Tirana anche a un camion carico di vitelli, con la madre e la figlia dentro la cabina insieme all’autista, e il padre dietro con gli animali.
La svolta arriva quando Ada ha quattro anni e i suoi genitori si recano in un paese vicino, perché hanno saputo che con un’associazione umanitaria italiana è arrivato un bravissimo medico di Riva del Garda. Il dottore la visita, poi si rivolge a una ragazza dell’associazione («che in seguito è diventata la mia madrina di comunione, di cresima… di vita!» racconta Ada) e le dice: «Questa bambina te la devi portare in Italia».
Dai quattro ai nove anni Ada fa la spola tra l’Italia e l’Albania, riuscendo sempre ad arrivare nel nostro paese anche quando nel suo scoppia una terribile crisi economica seguita dalla guerra civile. La cosa, però, ha per la sua famiglia almeno un effetto prezioso, così lo definisce Ada. Infatti suo padre, che durante il regime precedente era un ufficiale, perde il lavoro perché viene accusato di essere comunista, anche se non era mai stato iscritto al partito. Ada dirà con orgoglio che suo padre semplicemente «non si era riconvertito al primo che passava».
La madre, invece, è un’insegnante di Lettere che pur tra mille difficoltà riesce a conservare il suo lavoro a Korçë. È il momento di prendere una decisione difficile, che appare però la migliore cosa da fare: la famiglia si dividerà temporaneamente per consentire alla piccola Ada di andare a curarsi a Verona, accompagnata dal padre, che potrà seguirla proprio perché lo hanno licenziato.
La madre e il fratello rimarranno in Albania, «anche perché» sottolinea Ada «a quei tempi sulle nostre connazionali che migravano in Italia arrivavano notizie clamorose di rapimento e sfruttamento».
Paradossalmente in quel momento la prospettiva migliore per una donna albanese sembra essere quella di rimanere con un figlio piccolo in un paese in guerra, dove si spara per le strade, piuttosto che andare in Italia senza una «protezione» maschile.
«Quando mio padre e io ritornammo da una di quelle trasferte,» mi raccontò poi Ada «mia mamma e mio fratello ci svelarono quello che avevano omesso al telefono per non farci preoccupare, cioè che la notte precedente avevano sparato per ore alle finestre del nostro vicino che aveva molto contante in casa e volevano rapinarlo Per loro era stata una notte di piombo, mentre noi dormivamo inconsapevoli dall’altra parte del confine.»
Ogni volta che Ada mi ha parlato della sua infanzia, non ho mai sentito nelle sue parole un senso di oppressione per tutto quello che ha passato, quanto piuttosto la gratitudine e la sorpresa per avercela fatta in tante occasioni.
«Il fatto di viaggiare insieme consolidò incredibilmente il rapporto tra me e mio padre, che ho perso cinque anni fa. Mentre lui combatteva contro il cancro, e io lo vedevo spegnersi giorno dopo giorno, mi diceva: “Dopo quello che ho patito con te quand’eri piccola, tutta questa sofferenza non mi sembra poi una gran cosa”. È stato un momento meraviglioso, il riconoscimento del nostro amore.»
E tuttavia Ada, nonostante quegli sforzi incredibili, per salvare la salute dei suoi occhi ha dovuto addirittura perdere la vista.
«In Italia hanno tentato diversi interventi per cercare di gestire la pressione dell’occhio, che con la mia malattia è molto alta. Sai, io all’epoca un pochino vedevo. Invece, in seguito a uno di questi interventi, ho perso la vista. Ma almeno il problema della pressione si è risolto!», e qui scoppia a ridere. «Se non altro mi sono stabilizzata. Ora vedo luci e ombre, e pochissimo altro. Vedo l’ombra degli oggetti ma non il contorno, c’è solo una massa, anche se tutto è prezioso, perché mi aiuta quando vado in giro da sola, quando devo prendere una svolta…»
Prezioso è un aggettivo che Ada usa spesso: prezioso è stato il licenziamento del padre; preziosa la stabilizzazione della pressione dell’occhio, anche se le è costata la poca vista che aveva; prezioso il lavoro come donna delle pulizie che sua madre, dopo aver fatto per tutta la vita l’insegnante, ha trovato in Italia, quando nel 2000 l’intera famiglia si è trasferita ad Arco di Trento e Ada ha potuto studiare in una scuola pubblica. L’alternativa sarebbe stata lasciarla nell’Istituto dei ciechi di Tirana, lontano da casa e dal mondo. E questo i genitori di Ada non potevano permetterlo.
Non so se la capacità che consente di dare valore alle proprie esperienze, anche quelle più ardue, sia innata oppure se è qualcosa che si può sviluppare con il tempo, ma Ada sicuramente la possiede e l’ha trasformata in una passione tanto incrollabile quanto istintiva.
Quando le ho chiesto da dove è nato il suo desiderio di diventare giudice, mi ha risposto candidamente: «Sai che non lo so?».
Questa sua risposta così spontanea mi ha riportato indietro a quando avevo nove anni e mia madre mi aveva chiesto cosa volessi fare da grande.
Le avevo risposto senza pensarci: «L’avvocato e il legislatore».
Mia madre, che è americana e tutto quello che sa, dell’Italia e della lingua italiana, l’ha imparato da sé oppure domandando, mi aveva chiesto: «Cos’è il legislatore?».
«Quello che fa le leggi, mamma. La persona più fortunata che esiste, perché può cambiare il mondo.»
Mia madre, pensandoci su un attimo, mi aveva detto: «Ma quello di fare le leggi non è un mestiere».
«Infatti farò l’avvocato, e solo per un breve tempo il legislatore» le avevo annunciato sicura.
Avevo solo nove anni, ma non avrei mai più cambiato idea.
Salvo una breve parentesi a Buffalo, la città dove i miei nonni si erano trasferiti nel 1951, sono cresciuta a Castellammare del Golfo, un paese meraviglioso che, come dice il nome, è un castello che si affaccia sul mare di un golfo: circa quindicimila abitanti, più o meno imparentati e sempre informati su tutto e tutti.
Nel mio paese non esisteva una libreria, a eccezione di una cartolibreria che vendeva Harmony di seconda mano. Era esistito, ben prima della mia nascita, un cinema, poi chiuso per fallimento. La biblioteca comunale era una sorta di entità fantasma, anche se riconosco di non averci mai messo piede. Non esisteva neppure un negozio di dischi, e, in generale, la musica pareva uno di quei beni superflui di cui i miei concittadini potevano fare a meno. Fino all’età di tredici anni avevo ascoltato della musica solo dall’autoradio di mia madre, oppure al mare, in un bar sulla spiaggia, dove un vecchio juke-box mandava i successi estivi.
Per questo quando Gigi, un amico di famiglia che sentivo sempre fischiettare e a cui un giorno chiesi: «Cosa fischietti?», mi regalò due cassette, una di Fabrizio De André e l’altra di Lucio Battisti, mi attaccai a quella musica come ci si attacca al primo amore.
A casa le conversazioni di politica, religione, attualità erano un fatto inesistente: semplicemente non c’erano conversazioni.
Si pranzava alle 14.15, quando mio padre usciva dal lavoro, guardando il TG3 a un volume così alto che anche volendo le nostre parole sarebbero andate perse come accade a chi ha problemi d’udito.
Il TG passava solo le notizie della Sicilia e io, lo confesso per la prima volta in vita mia, fino a quando non arrivai a Bologna, molti anni dopo, non sapevo che fosse un telegiornale regionale. Mi chiedevo come mai in TV parlassero solo della Sicilia e mi domandavo se anche a chi abitava a Roma potessero interessare le notizie siciliane. Ma siccome erano gli anni delle stragi di mafia, dei morti ammazzati ovunque, mi rispondevo che sicuramente nel resto d’Italia volevano essere informati di ciò che stava accadendo in Sicilia, che era sempre una terra piena di drammi e notizie di cronaca fortissime.
Quando a diciannove anni vidi il TG dell’Emilia-Romagna, mi vergognai tantissimo per aver capito solo in quel momento che ogni regione aveva un suo telegiornale, e non ne parlai mai a nessuno.
Lo svantaggio di essere cresciuta in quel piccolo paese si sarebbe manifestato in centinaia di cose. Ma ero convinta di saper apprendere in fretta, e così non mi rassegnai mai del tutto alla vergogna di quelle prime volte in cui facevo gaffe assurde.
Prima di arrivare a Bologna, per esempio, non avevo mai preso un autobus urbano, e così non sapevo che si entrava dalla porta centrale e si scendeva da quelle laterali. Le prime volte che gli autisti mi chiusero la porta in faccia senza farmi scendere alla fermata protestai, poi un autista mi spiegò come funzionava la faccenda delle porte. Lo ringraziai di cuore e imparai quella cosa che misi nel cassetto delle cose che imparavo velocemente.
Anche i biglietti del bus erano un mistero. Se dovevo fare un tragitto cittadino cambiandone tre, mi munivo di tre biglietti, uno per ogni bus che avrei cambiato. Poi un compagno dello studentato mi spiegò, dietro alle mie lamentele riguardo al patrimonio in biglietti che stavo dilapidando, che ogni biglietto valeva per sessanta minuti e che in quei sessanta minuti con lo stesso biglietto potevo salire e scendere da ogni bus che volevo!
Anche con i treni l’esperienza fu bizzarra. La prima volta che ne presi uno, avevo quasi vent’anni.
Ero sotto a un albero dei Giardini Margherita, il parco dove in primavera migliaia di studenti si riversavano per giocare e suonare i bonghi (anch’io suonavo le percussioni, ed ero pure discretamente dotata), e leggevo La pazza della porta accanto di Alda Merini.
Una compagna del 36, la famosa aula-studio passaggio cruciale di ogni mia scoperta, mi raccontò che Alda Merini abitava a Milano, sui Navigli, e che riceveva chiunque l...