Gli inganni di Locke Lamora
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Gli inganni di Locke Lamora

  1. 612 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Gli inganni di Locke Lamora

Informazioni su questo libro

Nella misteriosa città di Camorr un orfano ha vita dura, e spesso breve. Ma il giovane Locke Lamora riesce a eludere la morte e a non farsi catturare come schiavo, fino a diventare un furfante provetto sotto la tutela del Forgialadri, un talentuoso artista della truffa. A capo della banda di fratelli dalle dita leste, noti come Bastardi Galantuomini, Locke diventa presto celebre, e si fa beffe persino del più temuto re della malavita. Ma tra le ombre si annida qualcuno di ancora più ambizioso e micidiale. Di fronte a un sanguinoso colpo di stato che minaccia di distruggere qualunque persona o cosa che abbia un senso nella sua esistenza, Locke giura di sconfiggere il nemico al suo stesso gioco crudele. Costi quel che costi.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2020
Print ISBN
9788804736189
eBook ISBN
9788835705994
Libro secondo

COMPLICAZIONE

Io son capace di cangiar colore più d’un camaleonte, e, all’occasione, mutare forma come e più di Proteo; e in fatto di assassinio dar lezione perfino a Machiavelli.
WILLIAM SHAKESPEARE, Enrico VI, Parte terza
IV

Alla Corte di Capa Barsavi

1

«Diciannovemilanovecentoventi» disse Cimice. «È tutto. Adesso posso uccidermi, per piacere?»
«Cosa? Credevo che saresti stato entusiasta di aiutarci a contare il bottino, Cimice.» Jean sedeva a gambe incrociate al centro della zona pranzo dello scantinato di vetro sotto la Casa di Perelandro; il tavolo e le sedie erano stati rimossi per fare posto a un’enorme quantità di monete d’oro, divise in mucchietti luccicanti che circondavano Jean e Cimice, recingendoli quasi completamente.
«Non mi avevate detto che li avreste portati fino a casa in tirinni.»
«Be’, il ferro bianco è caro. Nessuno te ne consegna cinquemila corone, e nessuno è tanto stupido da portarsele in giro così. Da Meraggio tutti i grossi pagamenti si fanno in tirinni.»
Si udì un tintinnio dal passaggio che immetteva allo scantinato, quindi Locke apparve da dietro l’angolo, vestito da Lukas Fehrwight. Si levò le false ottiche, allentò i fazzoletti da collo e si liberò con uno scrollone del soprabito di lana, lasciandolo cadere a terra senza tante cerimonie. Era rosso in faccia e agitava un pezzo di pergamena ripiegata, a cui era apposto un sigillo di ceralacca blu.
«Altre settemilacinquecento, ragazzi! Gli ho detto che avevamo trovato quattro galeoni promettenti, ma che cominciavamo ad avere problemi di cassa – bustarelle da pagare, ciurme da richiamare e a cui far passare la sbornia, ufficiali da rabbonire, altri trasportatori da scacciare – e lui le ha tirate fuori su due piedi, senza smettere di sorridere. Per gli dei. Avrei dovuto architettare questo imbroglio due anni fa. Non dobbiamo neppure preoccuparci di approntare false navi, scartoffie, eccetera, poiché Salvara sa che la storia di Fehrwight è una menzogna. Non dobbiamo fare altro che rilassarci e contare i soldi.»
«Se è tanto rilassante, perché non li conti tu, allora?» Cimice balzò in piedi e si stiracchiò fino a produrre una serie di piccoli schiocchi con la schiena e il collo.
«Ne sarei felice, Cimice!» Locke prese una bottiglia di vino rosso da una credenza di legno e si versò mezzo bicchiere, poi lo annacquò con una brocca d’ottone piena d’acqua piovana tiepida fino a farlo diventare rosa pallido. «E domani puoi fare la parte di Lukas Fehrwight. Sono sicuro che Don Salvara non si accorgerà mai della differenza. È tutto qui?»
«Cinquemila corone sottoforma di ventimila tirinni» disse Jean. «Meno ottanta per la provvigione, le guardie e il nolo del barroccio per trasportarli da Meraggio.»
I Bastardi Galantuomini usavano un semplice stratagemma di sostituzione per trasportare grandi quantità di oggetti di valore al loro nascondiglio alla casa di Perelandro: in una serie di brevi fermate, piccole cassaforti di monete svanivano da un carro, e barili che parevano contenere alimenti o bevande comuni rotolavano su un altro. Anche un piccolo tempio decrepito aveva bisogno di un regolare apporto di provviste di prima necessità.
Disse Locke: «Bene, lasciate che mi liberi dei vestiti del povero Mastro Fehrwight, e vi darò una mano a buttare tutto nel deposito».
In realtà erano tre i depositi nascosti in fondo allo scantinato, dietro gli alloggi per la notte. Due di essi erano grandi pozzi rivestiti di Vetrantico, profondi all’incirca tre metri; la loro funzione originaria era ignota. Con in cima semplici porte di legno montate su cardini, somigliavano più che altro a silos di grano sprofondati nel terreno e riempiti fino a una notevole profondità di monete di ogni sorta.
Nei depositi finivano argento e oro in grandi quantità; stretti scaffali di legno lungo il perimetro della stanza dei depositi contenevano piccoli sacchi o mucchietti di denaro pronto all’uso. C’erano borsellini di poco pregio pieni di baroni di rame, raffinati portafogli di cuoio con stretti rotoli di soloni d’argento e piccole ciotole di mezze monetine di rame, tutto pronto per un rapido prelievo, per eventuali imbrogli o necessità di un membro della banda. C’erano anche mucchietti di valuta straniera: marchi del Regno delle Sette Essenze, solari di Tal Verrar e così via.
Anche ai tempi di padre Catena, né i depositi né la stanza che li conteneva erano mai stati chiusi a chiave. Non soltanto perché i Bastardi Galantuomini si fidassero l’uno dell’altro – e si fidavano davvero –, né perché l’esistenza del loro lussuoso scantinato fosse un sorvegliatissimo segreto – e certamente lo era –, la ragione principale era pratica: nessuno di loro, Calo o Galdo o Locke o Jean o Cimice, aveva idea di che cosa fare di quel mucchio di metallo prezioso in costante crescita.
Capa Barsavi a parte, dovevano essere i ladri più ricchi di Camorr; il piccolo libro mastro di pergamena su uno degli scaffali avrebbe registrato più di quarantatremila corone intere, quando il secondo pagherò di Don Salvara fosse stato convertito in fredda moneta. Erano tanto ricchi quanto l’uomo che stavano derubando, e di gran lunga più ricchi di quasi tutti i suoi pari e di alcune tra le più famose società commerciali e associazioni dell’intera città.
Tuttavia, a quanto sapevano tutti, i Bastardi Galantuomini erano una banda senza pretese di semplici abili ladri, piuttosto competenti e discreti, con un reddito costante ma tutt’altro che stelle filanti. Potevano vivere comodamente con dieci corone all’anno a testa, e spendere molto più di così avrebbe sollecitato la più sgradita sorveglianza immaginabile da parte di ogni autorità di Camorr, legale o meno.
In quattro anni avevano messo a segno tre colpi eccezionali, e stavano lavorando al quarto; per quattro anni la stragrande maggioranza del denaro era semplicemente stata contata e buttata nell’oscurità dei depositi.
In verità, Catena li aveva addestrati superbamente al compito di alleggerire la nobiltà di Camorr dal peso di parte delle ricchezze accumulate, ma aveva forse trascurato di discutere dei possibili utilizzi delle somme in questione. A parte finanziare ulteriori furti, i Bastardi Galantuomini non avevano davvero idea di quello che avrebbero fatto, alla fine, con tutta quella roba.
Il loro tributo a Capa Barsavi ammontava in media a una corona alla settimana.

2

«Rallegratevi!» gridò Calo manifestandosi in cucina, proprio mentre Locke e Jean stavano riportando il tavolo da pranzo nella sua posizione abituale. «I fratelli Sanza hanno fatto ritorno!»
Jean commentò: «Mi domando se questa particolare combinazione di parole sia mai stata pronunciata da qualcuno prima d’ora».
«Solo nelle stanze di giovani donne indipendenti sparse per la città» replicò Galdo, posando sul tavolo un piccolo sacco di tela. Locke lo aprì scuotendolo e ne esaminò il contenuto: qualche medaglione incastonato con pietre semipreziose, un servizio di forchette e coltelli d’argento di discreta fattura e un assortimento di anelli, dai più modesti di rame inciso a quello con puntini d’ossidiana e diamante montato in oro e platino filettato.
«Oh, molto carino» commentò Locke. «Molto convincente. Jean, mi prenderesti qualche altro pezzo dalla Cassa delle Cazzate, e mi porteresti… venti soloni, giusto?»
«Venti è perfetto.»
Mentre Locke faceva cenno a Calo e Galdo di aiutarlo a rimettere a posto le sedie intorno al tavolo da pranzo, Jean tornò alla stanza dei depositi, dove c’era un baule di legno alto e stretto, appoggiato contro il muro a sinistra. Dischiuse il coperchio dai cardini cigolanti e cominciò a frugarci dentro, con aria pensosa.
La Cassa delle Cazzate era piena, per una sessantina di centimetri di profondità, di un mucchio luccicante di gioielli, ninnoli, articoli casalinghi e fronzoli decorativi. C’erano statuette di cristallo, specchi in cornici d’avorio intagliato, collane e anelli, candelabri in cinque tipi di metalli preziosi. C’erano perfino alcune boccette di droghe e pozioni alchemiche, avvolte in feltro protettivo e contrassegnate da piccole etichette di carta.
Dal momento che i Bastardi Galantuomini non potevano assolutamente rivelare al Capa la vera natura delle loro operazioni, e dal momento che non avevano né il tempo né la propensione per infilarsi davvero nelle case e scendere giù per i camini, la Cassa delle Cazzate era uno dei pilastri del loro continuo inganno. La rabboccavano una o due volte all’anno, andando a far compere all’ingrosso nei banchi di pegni e nei mercati del Talisham o dell’Ashmere, dove potevano procurarsi apertamente tutto ciò di cui avevano bisogno. La rifornivano pochissimo, e con cautela, di merci provenienti da Camorr, in genere oggetti rubati per capriccio dai Sanza o forniti da Cimice, come parte della sua istruzione permanente.
Jean scelse un paio di calici da vino d’argento, un paio di ottiche con la montatura d’oro in una raffinata custodia di pelle e una delle boccette avvoltolate. Stringendo tutto con cautela in una mano, contò poi venti monetine d’argento da uno scaffale, chiuse con un calcio la Cassa delle Cazzate e tornò in fretta in sala da pranzo. Cimice era tornato a unirsi al gruppo e faceva rotolare ostentatamente un solone da una nocca all’altra della mano destra; aveva imparato quel giochetto solo da qualche settimana, dopo aver osservato per lunghi mesi i Sanza, entrambi capaci di eseguirlo con le due mani insieme, invertendo la direzione in perfetto sincronismo.
«Mettiamo di aver avuto una settimana un tantino fiacca» disse Jean. «Nessuno si aspetta granché dai topi dei piani alti, con nottate umide come queste, comunque; potremmo destare qualche sospetto, se alzassimo troppa roba. Di certo Suo Onore capirà.»
«Naturalmente. Ragionamento assai sensato» commentò Locke. Allungò la mano e prese la boccetta avvolta nel feltro per esaminarla da vicino; stando all’etichetta scritta a mano, era latte d’oppio zuccherato, un vizio per signore ricche, fatto con papaveri secchi di Jerem. Tolse l’etichetta e il feltro, poi infilò la boccetta di vetro sfaccettato col suo tappo d’ottone nel sacco di tela. Il resto seguì.
«Bene! Ora, mi è per caso rimasto attaccato qualche granello di Lukas Fehrwight? Un po’ di trucco o di mascheramento?» Allargò le braccia e girò diverse volte su se stesso; Jean e i Sanza lo assicurarono che, per il momento, era assolutamente Locke Lamora.
«Be’, allora, se siamo tutti proprio ciò che siamo, andiamo a pagare le tasse.» Locke prese il sacco di oggetti «rubati» e lo gettò con noncuranza a Cimice; il ragazzo gemette, lasciò cadere la sua moneta e prese il sacco con un tramestio soffocato di metallo sbattuto.
«Per il bene della mia educazione morale, immagino.»
«No, stavolta sto davvero facendo solo il bastardo scansafatiche» rispose Locke. «Almeno non dovrai spinger chiatte con la pertica.»

3

Era la terza ora del pomeriggio quando lasciarono il Tempio di Perelandro attraverso i vari tunnel di fuga e ingressi laterali. Una pioggerella tiepida cadeva dal cielo, nettamente diviso come da un righello e pennino degli dei: denso a nord di basse nuvole scure, mentre il sole cominciava appena a calare nel sudovest limpido e chiaro. Il piacevole odore della pioggia fresca sulla pietra caldissima si alzava ovunque, ripulendo per un poco l’aria dai consueti miasmi cittadini.
I Bastardi Galantuomini si ritrovarono al molo sudoccidentale del distretto dei Templi, dove chiamarono una gondola a nolo.
L’imbarcazione era lunga, poco profonda e assai logora, con un ratto appena ucciso legato all’asta di prua, proprio sotto un piccolo idolo di legno raffigurante Iono; si credeva fosse un’impareggiabile protezione contro il ribaltamento e altre sciagure. Il gondoliere stava appollaiato a poppa come un pappagallo, con la sua giacca di cotone a strisce rosse e arancioni, protetto dalla pioggia da un cappello di paglia a larghe tese che spioveva oltre le spalle ossute. Scoprirono che era un saltacanali e borseggiatore di loro conoscenza, Vitale Vento il Nervoso, della banda delle Facce Grigie.
Vitale fissò un ammuffito ombrello di pelle per riparare in parte i passegg...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Gli inganni di Locke Lamora
  4. Prologo. Il ragazzo che rubava troppo
  5. Libro primo. AMBIZIONE
  6. Libro secondo. COMPLICAZIONE
  7. Libro terzo. RIVELAZIONE
  8. Libro quarto. DISPERATA IMPROVVISAZIONE
  9. Epilogo. Falsaluce
  10. Ringraziamenti
  11. Copyright