Gli aveva detto “Ti devo parlare”, aveva aggiunto “in un bar tranquillo”, e Paolo Santarelli aveva compreso che la situazione era preoccupante ma non seria. Dall’alto dei suoi quarant’anni e del suo metro e ottantatré, era convinto di conoscere la vita e le donne, un errore comune al genere umano maschile di qualsiasi età e altezza. “Basta farla ridere” pensò mentre si passava la mano sulla barba incolta. Ogni mattina, quando guardava allo specchio il suo volto scavato, trovava una ragione per rinviare all’indomani la rasatura. Lui le aveva proposto un bar tranquillo: aveva fatto il simpatico, “Ne conosco uno a Bangkok centro”, e Barbara aveva risposto con faccette che si sbellicavano dalle risate. Dopo aver escluso entrambi l’ipotesi di vedersi a casa si erano accordati per un bar in via Lepanto, a due passi dalla procura.
Il locale vendeva tranquillità a chili, considerato che erano gli unici clienti. Si salutarono con un bacio sfiorato e un po’ di imbarazzo, ordinarono due caffè e Santarelli sorrise in attesa di quello che lei aveva da dirgli. “Ti devo parlare” è, dai tempi dell’australopiteco, la modalità con cui la femmina avvisa il maschio che c’è un problema importante, spesso causa della fine di una relazione. In genere, l’incontro chiarificatore deve essere improntato sulla pesantezza, se non addirittura sulla tragedia. E invece.
«Sembra il bar della famiglia Addams» esordì Barbara, e concluse con una risata, la risata travolgente e piena di vita che l’aveva conquistato da subito e che lei sapeva usare come un battito di ciglia voluttuoso.
«Non ce n’erano di più tranquilli» replicò lui guardingo, senza rispondere al sorriso, in attesa che il “ti devo parlare” si concretizzasse. Cercò di aggiustarsi i capelli che, corti e nervosi, gli avevano dichiarato guerra da quando aveva tre anni. Vinsero anche quella battaglia.
«Una volta sono stata in un b&b della famiglia Addams. Era un posto lugubre, pieno di vecchi arredi, soprammobili inquietanti e piatti spaiati.» Accennò un’altra risata, e invece ne uscì un delizioso gorgoglio che però non fece breccia sui muscoli facciali di Santarelli, che annuì.
«La proprietaria aveva anche lasciato in giro le foto della sua famiglia, compresa quella della sua prima comunione. Somigliava pure alla figlia degli Addams, quella con le treccine.»
«Mercoledì.» Sorrise ironico. Lei era adorabile come al solito, piacevole nella conversazione, che fosse seria o cazzeggiasse. Finì il caffè e lanciò un’occhiata all’orologio.
«Hai un impegno?» chiese lei.
«Forse è meglio che andiamo.»
«Scusami, Paolo, ma non riesco a parlare, qui. Non ci riesco, sarà il locale, non so.»
«Il locale, già.»
«Ti mando un messaggio, forse è meglio.»
«Certo.» Santarelli era sorpreso. “Siamo arrivati al punto” si disse “che una quarantenne usa i messaggi invece di comunicare di persona?”
«Ok» disse Barbara troppo in fretta, con il sollievo di chi riceve una via di fuga.
Uscirono sul marciapiede e Santarelli la salutò con un bacio frettoloso che sfiorò la guancia. Non sapeva se fosse stata lei a evitare le sue labbra o se fosse stato il destino o l’inconscio a dirigere il bacio in una zona periferica. S’incamminò verso la procura con dentro una rabbia controllata. Si accorse che però non era sorpreso di quanto accaduto, come se si fosse aspettato, da un giorno all’altro, una performance del genere da parte di Barbara. Avevano trascorso una bella serata, cena a casa di lei, candele, Castore che andava giù che era un piacere, come al solito sesso travolgente. Avevano dormito insieme e la mattina era iniziata con altro sesso e colazione rilassata con delle crostatine artigianali. Scrollò le spalle e la mandò affanculo mentalmente. Aveva da lavorare, c’era un universo di cattivi da combattere e non poteva perdersi a cercare di comprendere il non detto della sua ormai ex. Il vantaggio, trovò dopo aver scavato, era che i rimpianti non potevano essere dolorosi dopo solo due mesi di relazione. Sentì che l’anima avvampava di vergogna per essere stata costretta ad ascoltare un discorso ipocrita.
Salì le scale della procura incupito, suo malgrado. Il messaggio di Barbara gettò nubi sul fuoco: “Scusami. Il locale non era quello giusto. Scusami, spero che tu capisca, ma non ce l’ho fatta a spiegare. Non ho potuto. Scusami”.
Rilesse il messaggio otto volte ma le sillabe rimanevano sempre allo stesso posto e il significato non cambiava. Non provava dolore ma la delusione necessitava di consolazione alcolica. Inviò un messaggio: “Stasera birra?”.
Livio gli rispose in meno di venti secondi: “Concordo, al fine di soddisfare uno dei bisogni materiali basici di noi, maschi medi”.
Paolo sorrise amaro, dopo l’incontro arcano con Barbara e il messaggio criptico che ne era seguito percepiva se stesso come un maschio molto medio, forse anche peggio, giusto una tacca sopra a Fantozzi.
Sentiva il bisogno di muoversi, di scaricare la tensione accumulata. Chiuse la porta, si tolse la giacca, trasferì il cestino delle cartacce sul mobile di fianco alla scrivania, accartocciò un foglio fino a farlo diventare una palla e fischiò l’inizio della partita. Fece cinque canestri su dieci, a ogni punto realizzato sollevava le braccia al soffitto strozzando l’urlo di gioia e ringraziando con un lieve inchino il pubblico che l’osannava. Non era facile segnare – eh no! – perché per ogni canestro doveva smarcarsi da difensori arcigni con finte e controfinte.
Soddisfatto della propria performance, si accorse che la nausea procurata dalla montagna di fascicoli accatastati sul tavolo riunioni e dai messaggi di Barbara si era sopita. Avrebbe smaltito l’arretrato quel pomeriggio, se lo giurò solennemente. Come pubblico ministero aveva responsabilità, che diamine!, e le vicende personali non dovevano incidere sul suo supremo senso del dovere.
Rise per un minuto alla solenne cazzata che aveva pensato.
Il primo fascicolo in cima alla pila rubricava il reato di lesioni ai danni di una donna che aveva presentato querela contro il marito. Il referto del pronto soccorso dell’ospedale Santa Maria Goretti riferiva di abrasioni sul braccio e sul volto. La donna aveva denunciato di essere stata colpita e sbattuta con violenza contro il muro davanti al figlioletto di tre anni. L’uomo, interrogato dai carabinieri, aveva negato tutto. Mai toccata la moglie. Sì, era vero che litigavano. Lui aveva deciso di andare via di casa. Sì, intratteneva una relazione con un’altra donna. Tornato a casa dal lavoro, la sera precedente, aveva trovato la moglie con delle escoriazioni al volto e alla sua domanda di chiarimenti lei aveva affermato di essere caduta.
Lui si chiamava Patrick e lei Jennifer, entrambi italianissimi. Santarelli si perse a valutare se esterofilia e globalizzazione avessero ucciso i tradizionali nomi che ancora erano in uso soprattutto al Sud e concluse che non poteva distrarsi con futili questioni quando c’era da prendere decisioni su un probabile caso di violenza domestica. Reato vigliacco che a lui faceva bollire il sangue.
Richiese i procedimenti in corso e il casellario giudiziale nel sistema informativo. Il marito era stato denunciato per truffa e assolto in secondo grado. La moglie invece era stata querelata per minacce da un ex fidanzato, procedimento archiviato, oltre a essere stata condannata a due mesi di reclusione per l’aggressione a un vigile urbano. Chiamò la sua segretaria e sorrise nell’attesa che la porta si aprisse.
Dopo qualche istante spuntarono dalla porta i capelli castani vaporosi e gli occhi ambrati di Mara Nardin, seguiti un attimo dopo da uno stivale sbarazzino di pelle rossa tacco dodici con delle frangette laterali.
«Il fascicolo 818» esordì lui troppo serioso, «quello della presunta violenza domestica.»
«Sì?»
«Ho bisogno di sentirli personalmente, perché non mi basta il verbale dei carabinieri.»
«Non ti convince la denuncia che ha presentato la moglie?»
«Voglio andarci cauto.»
«Li faccio convocare per domani?»
«Sì, grazie. Se dovessi essere occupato prova a capire come si comportano quei due mentre rimangono in sala d’aspetto.»
«La verità è sempre nel mezzo» fece lei, con una smorfia deliziosa.
Sorrise e uscì dalla stanza lasciandolo in una nuvola di profumo. Santarelli accartocciò un altro foglio e provò a fare canestro, stavolta alla cieca. Sentì il rumore della pallina che sbatteva sul muro. Aveva toppato. Il cigolio della porta lo sorprese con il braccio a mezz’aria e gli occhi chiusi.
«Scusami, ho dimenticato la penna» disse Mara, e dopo un attimo scoppiò in una risata fragorosa che cercò di bloccare senza riuscirci. Santarelli percepì di essere diventato rosso pomodoro e non ebbe altra soluzione che nascondersi dietro un sorriso.
L’insegna era minimalista, una timida scritta arancione che alla luce del tramonto faceva tenerezza e induceva il desiderio di indire una colletta. Quando era entrato per la prima volta in quel bar non aveva fatto caso ai colori smunti dell’insegna.
Aveva appena preso servizio presso la procura di Latina, esattamente un anno prima, quando si era imbattuto nel bar di Livio Milanesi agognando un buon caffè. L’aveva colpito il nome, “Bar Piccolino”, e si era perso a immaginare il motivo per cui si chiamava proprio in quel modo. Il bar era minuscolo? Il proprietario si chiamava Piccolino? C’erano un sacco di cognomi che erano aggettivi qualificativi. Un certo Contento era con lui alle scuole medie, sua moglie aveva un amico che si chiamava Augusto Strano, Prudente era il titolare di una lavanderia vicino casa dei suoi genitori, e poi si ricordava Piccante, Cordiale, Brillante e Molliccio.
Era entrato nel bar e aveva fatto subito caso alle dimensioni del locale. Aveva eliminato la prima ipotesi, perché il locale era di medie dimensioni. Aveva chiesto un caffè al proprietario, un omaccione muscoloso e pelato. L’omaccione gli aveva servito il caffè e con uno scatto del polso che aveva apprezzato molto aveva girato il manico verso la sua mano destra. Il caffè era buono.
«Mi scusi, posso chiederle perché il bar si chiama Piccolino?» gli aveva chiesto candidamente.
Il barista non aveva battuto ciglio, a dimostrazione che per fare quel lavoro si doveva essere disposti a tutto. «Non lo so. L’ho comprato che si chiamava così.»
«Forse era il nome del vecchio proprietario?»
L’omaccione aveva socchiuso gli occhi, valutando se quel giovane lo stesse pigliando per il culo. «No» rispose.
«Forse era basso di statura?» L’aveva buttata lì Paolo, con l’espressione più naturale che aveva trovato.
«Non proprio.»
«Magari si chiamava in questo modo già da prima.»
«È probabile. O forse anche da prima ancora, chi può dirlo?»
«Comunque il tuo caffè è da sette e mezzo.» Gli occhi a fessura erano ostili, era meglio andare.
«Il mio caffè vale nove. Il mio caffè è arte.»
Santarelli si era immobilizzato mentre stava mettendo mano al portafoglio. «Sono d’accordo. Metti un Matisse, per esempio…» aveva lanciato l’amo senza troppa convinzione.
«Il mio caffè è il Matisse dei caffè. Corposo ma non delineato, curve appena abbozzate, colori sfuggenti ma solidi.»
«Il bello dell’arte è che si può interpretare in modi diversi, e così anche il caffè: c’è chi è incapace di capirne le sfumature.»
Si erano scrutati per qualche secondo in silenzio, appagati.
«È un piacere fare filosofia con te» aveva affermato Santarelli mentre cercava una moneta nella tasca del giubbotto.
«Il piacere è tutto mio. Ripassa e potremmo continuare, magari si potreb...