È un pomeriggio d’autunno, davanti a me tu sali le scale di ardesia di casa nostra, sempre un po’ buie anche di giorno. Porti un vecchio cappotto nero che ricordo bene, attillato e chiuso da tanti piccoli bottoni di vetro, un residuo del decennio appena trascorso, gli anni Cinquanta. Ti disegna flessuosa e piena, morbida.
Vai di fretta come al solito, hai le calze di nylon con la riga sui polpacci e le scarpe con il mezzo tacco, per le scale risuona il rumore deciso dei tuoi passi, quelli di una donna che sa dove va e non ha tempo da perdere.
Mi fermo sui gradini, la mano sulla balaustra di legno.
La casa mi soffia il suo alito freddo sulle ginocchia nude, tra la gonna scozzese rossa e le calze di lana.
Ti guardo.
Un evento minimo, ma così grande da essere ricordato a distanza di oltre mezzo secolo, ha luogo.
Sulla rampa che sale, il tuo viso bianco sotto i capelli neri. Bianche le tue mani, screpolate dal freddo e dall’acqua. Nera la scala d’ardesia, buia la giornata autunnale. Tu sei annuvolata, mandi lampi di elettricità. Sei una luce in tempesta.
Sei bella. Sono orgogliosa di te. Provo una meraviglia nuova. Ho paura per te. So di non sapere che cosa accade. So che tu mi proteggerai. Ma chi proteggerà te?
Sento un’urgenza strana, quasi dolorosa.
Si potrebbe chiamare presentimento? Il tempo ha fatto la sua comparsa tra di noi, un boato silenzioso.
Il tempo della vita, che non è rettilineo e non va in una sola direzione.
Ci sono attimi in cui il passato e il futuro si incontrano. In questo momento io non sono soltanto una bambina appena approdata alla prima media con le dita sporche di inchiostro. Sono anche la ragazza che diventerò, e le donne profondamente sconosciute che sarò in un futuro non ancora immaginabile. Le mie età diverse si sfiorano, insieme ti guardiamo.
Tu vicina a me, separata da me. Diversa da ogni altra cosa che esiste al mondo.
Come per un presagio di perdita, desidero appassionatamente fermare l’attimo nel pensiero.
Dico a me stessa che sei bella, bellissima. È banale, non basta. Non sei solo una donna bruna giovane e bella, sei mia madre – e sei tu.
Tu sali, ti allontani da me.
In cima alla seconda rampa ti volti e mi chiami: Cosa fai? Ti sei incantata? Vieni su, sbrigati!
Lui, mio padre, nelle foto dei compleanni e dei picnic non c’è quasi mai perché preferisce scattarle, facendoci fretta, mettendoci agitazione, presto presto venite qua, sorridete, non muovetevi!
È lui a maneggiare la macchina fotografica, e quando sfila i rullini si ingobbisce proteggendosi con la giacca per non fargli prendere luce, strizza gli occhi e bestemmia a bocca socchiusa.
Qualche giorno dopo il fotografo ci consegna dodici foto in bianco e nero con i bordi dentellati, in cui siamo tutti molto piccoli e lontani.
Ma oggi sulle scale sono io a fotografarti, e molto meglio di lui, perché la foto che ti scatto, anche se per anni rimane in fondo ai cassetti della memoria, è nitida e chiara come se l’avessi fatta ieri.
È da quella foto che comincio a raccontarti, è il mio modo per fermare il tempo.
Ho sempre voluto parlare con te, parlare di te. Anche quando ti dimenticavo, ti mettevo da parte, ti davo per scontata, il desiderio di raccontarti era una falda sotterranea che scorreva dentro, aspettando di riaffiorare.
A vent’anni, un concorso per un romanzo mi ha spinta a scrivere un lungo, goffo testo che avrebbe dovuto parlare di te. Tu vi comparivi col nome di Bianca. Un nome di purezza, di rigore. Bianca come la luce del Nord, non ancora vista ma immaginata. Da principiante, ho cominciato dalla cosa più difficile senza misurare né le mie forze né gli ostacoli.
Come non sminuire, non tradire, non perdere la brillanza oscura, il calore, la pulsazione segreta di un bene all’origine di ogni bene? nato al di fuori delle parole? radicato e infiltrato in ogni centimetro di me come i vasi sanguigni nel mio corpo?
Come tradurre nella lingua imparata a scuola, l’italiano, dalla lingua non scritta del mio primo paesaggio interiore?
E soprattutto: che cosa so, di te?
Che cosa, di te, voglio dire?
Come inventare senza tradire la memoria, e ricordare senza tradire l’immaginazione?
Un lavoro lungo e improbabile, per cui non basta una vita – anche perché nel frattempo avevo altre cose da fare, per sopravvivere.
Neppure stavolta mi faccio illusioni: tu, in queste pagine, apparirai di sfuggita, per qualche felice istante, per un dettaglio, una particolare luce, uno dei tuoi mezzi sorrisi.
Mi eluderai con malizia, da porte sempre socchiuse.
Per essere una donna solida, la certezza su cui è cresciuta la mia infanzia, sei imprendibile.
Quando ero piccola, tu eri una legge di natura, come le stagioni. Come la volta del cielo e il sole che illumina il mondo. Tu sorgevi ogni mattina ed era giorno.
Non mi aspettavo niente di meno e non mi facevo domande.
Qualche volta il giorno era nuvolo, più spesso era sereno. Il sole – lontano, affaccendato. Ma non tanto da non illuminare in modo speciale proprio me.
Qualche volta eri stanca, contrariata, affannata. Ma erano nubi passeggere. Io sapevo, senza dirlo in parole, che il mondo ti obbediva come ti obbedivo io, e se qualche volta sgarravamo, il mondo e io, tu ci avresti rimessi a posto e ce ne saremmo andati a letto con una guancia arrossata e la certezza che tutto andava per il verso giusto.
Se qualcuno avesse osato dubitare di te, l’avrei ucciso con la mia spada di legno.
Eri bella. Lo sei stata sempre, in tutte le età.
Quando ero bambina erano belli tutti quelli a cui volevo bene. Bello era lo scorbutico zio Giovanni, barba Giuanìn, a cui facevo entusiastiche dichiarazioni: Come sei bello, zietto! intanto che gli tiravo i baffi e gli annodavo nastri sull’ispida testa sale e pepe. Bella magna Ninin con i suoi denti in fuori e le rughe di scontento attorno alla bocca – ma la bellezza ce l’aveva negli occhi quando mi guardava.
Bella era perfino la mia maestra, il che non mancava di farvi ridere tutti, perché era un topino feroce di donna che ogni mattina si dipingeva sul viso appassito due labbra rosa geranio.
Ma a undici anni so già che esiste anche una bellezza pubblica, è quella che vedo sui manifesti del cinema Italia, a cui passo davanti tutte le mattine per andare a scuola. Le dive di allora, Sophia Loren, Elizabeth Taylor, la Lollo, hanno occhi grandi, bocche scarlatte, corpi ondulanti e curvacei sotto i vestiti aderenti.
Tu dedichi pochissime cure al tuo aspetto e non hai soldi da buttare in cosmetici e bei vestiti, ma hai il corpo che l’epoca ammira, vita stretta, fianchi larghi e seno generoso. Il viso regolare, la pelle fresca nonostante le preoccupazioni, il passo scattante, gli occhi limpidi.
Tu sei molto più bella delle attrici perché sei autentica, reale. Posso toccarti, e a volte lo faccio senza che tu te accorga, piano piano. Non ci sono smancerie tra di noi. Quando guardo le mamme delle altre bambine sorrido di trionfo senza farmi vedere.
Che sei bella anche per gli altri lo so, lo vedo negli occhi di chi ti guarda.
Bertolo è un viaggiatore di commercio che viene a proporti le sue merci, un signore distinto di mezza età in cappotto di cammello, quando entra in negozio si toglie il borsalino, posa a terra la borsa di cuoio rigonfia e ce lo appoggia sopra. Ti parla rispettoso, tra paterno e galante, sorride, sembra che tu lo faccia felice solo stando lì, a parlare con lui.
Rina la portiera è maligna perché ti invidia; lei è una di quelle donne senza forma, che noi bambini canzoniamo spietatamente, strega, nana, naso a botte, capelli di scopa, le gridiamo sottovoce perché senta e non senta, cattivi, euforici, ubriachi di sfida. Lei ci minaccia con la ramazza di saggina e noi corriamo via ridendo in tutte le direzioni.
Quel giorno d’autunno è un giorno feriale come tutti gli altri. Da quelle scale tu scenderai tra poco con gli abiti da lavoro, gonna spessa, un paio di maglioni uno sull’altro che ti ingoffano, grembiule legato dietro la schiena. Niente cappotto per andare in negozio, neanche nelle giornate più fredde. I cinquanta metri che separano casa nostra dalla tua bottega non sono un vero esterno, ma una zona ibrida, un prolungamento della casa nel mondo di fuori.
Percorrerai un tratto di cortile, passando sotto i rami dei cedri dell’Atlante irti di piccole pigne brune, che esploderanno in polvere gialla a primavera. Attraverserai la strada e costeggerai la siepe di ligustro che a ogni maggio fiorisce di spighe zuccherose e viene mutilata dalle mie mani predatrici. Sentirò il rumore dei tuoi tacchi sul piazzale di mattonelle rosse che sta davanti al grattacielo, così chiamato perché con i suoi nove piani è l’edificio più alto, e uno dei più brutti, della cittadina. Oltrepasserai la soglia del tuo negozio che è di marmo grigio e su cui io ho passato ore infantili a ruminare pane e caramelle e indovinare la gente dalle gambe, le scarpe, la voce.
Io sono arrivata con la primavera, tu il ventuno di giugno.
Sei nata nel solstizio d’estate e sei vasta, luminosa e calma, sei il sole che arrossa le ciliege e matura il grano nel giorno più lungo dell’anno. Ma in te brilla anche, nascosta, una fiammella maliziosa e imprendibile, come quelle che immagino apparire nei boschi nelle notti magiche di mezza estate, quando accadono i prodigi e si accendono gli amori. Notti shakespeariane, letterarie e pagane, presenti nell’immaginazione già accesa dai libri. Sarà stata quella fiamma folletta che ti ha fatta innamorare di lui, mio padre. Quando era giovane e magro e con la cicca all’angolo della bocca era il James Dean delle valli di Lanzo.
Se la tua luce diurna la possono vedere tutti, quella oscura che danza al buio è visibile a pochi, traspare nella malizia di un certo sorriso, brilla nei tuoi sogni, e ti fa da lumino di notte quando leggi. Perché per te leggere è entrare in un mondo di meraviglie, che ti solleva dall’angustia di quello fin troppo reale che ti circonda. Un mondo in cui fai entrare anche me da subito.
La scuola ti ha fatto venire l’appetito dei libri, ma non l’ha saziato. Ti porti dietro una fame che mi trasmetti, fino a farmela diventare cronica.
I libri per te erano trasgressione quando, adolescente, ti chiudevi nel cesso sul balcone con un romanzo rubando quarti d’ora ai lavori di casa. Era una turca non riscaldata e senza luce. Ti immagino, stretta nello scialle di lana, in piedi contro la porta d’ingresso cercare una striscia di sole dietro la vecchia persiana polverosa, per illuminare una riga per volta.
Più tardi sono i viaggi che non puoi fare, condannata alla routine del lavoro in negozio, undici ore al giorno, sei giorni e mezzo su sette (si lavora anche la domenica, ma solo fino all’una).
I libri ti parlano d’amore e desiderio e rapimento dei sensi, tutte cose di cui alla sposa di paese tocca solo un fuggevole, passeggero assaggio, poco più di un presagio di quel che potrebbe essere e non è. Me lo dirai un giorno, quando saremo diventate abbastanza donne di mondo da poterne parlare, o quantomeno accennare: le faccende maritali per te sono state silenziose e sbrigative, e l’amore fatto mai così bello e avvolgente come quello letto nei libri e sognato di notte.
Leggere e sognare due attività contigue, dialoganti.
Mi racconterai che il tuo primo timido passo sulla soglia dei libri veri (non romanzetti da ragazze o fotoromanzi) s’intitolava L’amante dell’Orsa Maggiore e faceva parte della collana Medusa di Mondadori.
Te partita, sono andata a cercarlo, era ancora lì nel tuo scaffale, autore Sergiusz Piasecki, anno di edizione 1948.
Leggo quel libro con i tuoi occhi voltando le pagine con le tue mani.
I volumi della Medusa, libretti rilegati con la copertina verde e bianca, per te sono stati l’emblema di un altro mondo, più elevato, migliore, la Cultura, uomini autorevoli, voci forbite, senza sguaiatezze dialettali, le parole un morbido guanto sulla mano sicura, la chiave che apre ogni porta senza stridori.
Li vendeva la tabaccheria-edicola vicino a casa, unico spaccio locale di parole scritte (le biblioteche pubbliche, ammesso che ne esistesse una in paese, erano luoghi reconditi non destinati ai comuni mortali). Per approvvigionarsi bisognava passare sotto lo sguardo giudicante del tabaccaio e della moglie. Che le parole scritte le vendevano, ma si guardavano bene, come pus...