
- 204 pagine
- Italian
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eBook - ePub
La brace dei Biassoli
Informazioni su questo libro
La brace dei Biassoli (1956), il libro più personale e sofferto di Tobino, rende omaggio alla figura della madre, da poco scomparsa. Come nella Vita nova dantesca, lo scrittore muove dal dolore per la perdita di una donna amata assurta ad archetipo di femminilità, snodando poi il racconto in una continua alternanza tra opposte tensioni emotive e stilistiche. Tornando a Vezzano, il paese di famiglia, in un entroterra ligure aspro e dolcissimo, la protagonista Maria sente rinascere le antiche emozioni, la brace rifarsi fiamma; attorno a lei, i membri della famiglia Biassoli, un formicolare di volti e vicende che spingono l'autore a meditare «sugli affetti e i legami fra chi vive e chi muore, sul valore e il segno del nostro stare al mondo».
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Informazioni
Print ISBN
9788804720355eBook ISBN
9788835706151Alcune memorie sulla signora Maria, i Biassoli e Vezzano Ligure
I
La chiesa di Vezzano vide mia madre bambina, in essa si sposò, la vide morta la mattina di tiepido sole del 4 ottobre 1947.
La chiesa ha delle panche nere, una fila per le donne, una per gli uomini, dei pilastri, altari chiusi da un sipario grossolano e umido, dove in mezzo al viola c’è disegnata una stinta M, che vuol dire Maria.
Alla fine della funzione, nel buio della sera, quando dalle bocche contadine, dalle panche semideserte, si alza la voce che accompagna il canto del prete e l’altar maggiore si illumina, in quel momento divenuto sacro, qualche cosa della famiglia, il profumo delle buone speranze, la pace, sembra s’innalzi, dolce e solenne.
Qualche volta da ragazzo frequentai quella chiesa, e poi di nuovo certe domeniche, in quella età che essere timidi è una vergogna e l’orgoglio fa sprofondare ancor più nella timidezza; poi da anziano, quando arrivavo al paese, a casa di mia madre, e mi dicevano che era in chiesa.
Dai Biassoli arrivare alla chiesa è un corto cammino: attraversata la piazzetta, sempre calda di conversari, salivo verso la volta umida di muschio, per l’entrata laterale; richiusa la porta, facevo l’accenno di segnarmi, temendo che le contadine si voltassero e dispiacesse loro scoprire poca fede nel figlio della signora Maria.
Distinguevo subito il bianco dei capelli di mia madre, nella prima panca a sinistra, che, subito avvertita, si alzava, mi sorrideva, e il cuore, qualsiasi cosa avessi fatto, mi si rifaceva innocente.
Non so se ho avuto molti favori, quello della madre sì: intenderci senza parlare, non covare il più lontano dei dubbi, vederla come la bellezza che non ha il peso della carne, per lei esser sicuro della esistenza dell’anima.
Mia madre abbandonava le preghiere e veniva verso di me. I miei fratelli qualche volta, motteggiando, ci dicevano fidanzati.
Insieme si usciva. Il paese si velava di sera, i suoni, i battiti, le voci, ogni gesto di chi si incontrava sembrava legato a una eternità; come in un presepio non esisteva ricchezza o povertà.
Passando dai giardini dei Biassoli ogni volta mi ricordavo, mentre tentavo di parlare d’altro, quanto mia madre amasse i fiori; in quella terra poco favorevole li coltivava senza venir meno a una cura, anche se molti, svogliati da quel clima, diniegavano il capo. Con la coda dell’occhio, tra le ombre, scoprivo le aiuole più fortunate, inciampavo nel tubo dell’acqua, ancora fresco del suo lavoro.
Si entrava in casa; il primo era don Filiberto, a guardarmi dal ritratto; già quella prima stanza mi richiamava tutta l’infanzia, la Clementina, la zia Virginia, la storia della zia Anna; mi voltavo, per sfuggire, verso la finestra, e da quella sorgevano Andrin, la Francesca, le serate nella loro cucina, nera e calda di fuliggine; intanto continuavo a parlare a mia madre; le nostre parole battevano per le pareti.
Si arrivava alla parte opposta della casa, quella che guarda il luccicante snodarsi della Magra; aprivo la finestra, ascoltavo più che vedevo il brulichio di luci, lucciole della campagna, il viola della sera. Un’ombra più densa, la pallida cera di una casa, la cupezza di un bosco, mi raffigurava tutto il paesaggio. Se graziosa la luna alta splendeva, la collina era indorata, la Magra un’anguilla d’argento.
Mia madre intanto dava qualche ordine alle contadine per la venuta del figlio. Io mi voltavo alle pareti dove i ritratti del signor Ippolito, della zia Virginia, dello zio Alfeo, di mia nonna, mi guardavano, persone da me sconosciute, udite da mia madre, per questo più amate, più sacre, più leggendarie, più pure, come lei di loro mi avesse filtrato soltanto i più puri segreti; e nella commozione, dove i pensieri si abbracciavano ai sentimenti, quasi duro e ingombrante, mi nasceva il desiderio di ripartire, tornare in quella città che abitavo, in quella stanza che mi era capitato occupare, per mettermi a lavorare, descrivere quelle memorie, essere degno di loro.
Veniva l’ora della cena; il vino bianco di Corongiola scioglieva nelle parole l’affettuoso tumulto. Mi mettevo a parlare, laceravo i ricordi che da bambino mi si erano impressi come uno stampo di fuoco. Le immagini, lontane e precise, mi sorgevano con gioia e insieme dolore, ero avvolto e vinto dal piacere della verità, spietatamente rivivevo ciò che era stato.
Mia madre, facile all’ansia, invece mi ascoltava sorridente, cauta soltanto a non spronarmi, pazientava le descrizioni dolorose, già preparata, di me conoscitrice, e soltanto avrebbe dolcemente interrotto se mi fosse capitato di aggiungere alla rappresentazione qualche ingeneroso commento.
II
I Biassoli erano vecchi e minati. Da tanto tempo, di padre in figlio, erano in quella casa. Su troppe primavere, troppi autunni, troppe estati, troppi inverni, avevano meditato, ugualmente sporgendosi a quelle finestre dove in fondo la Magra, proveniente da maestosi monti, luccicava, oppure era gonfia e gialla come un drago melmoso.
Il nibbio dell’ultima generazione fu Patrizi, l’unico medico del paese. Faceva anche delle doppiette come con le figlie della zia Anna, la Pulcheria e l’Euterpe, prese nel nido, tiepide di giovinezza.
Calò su Alfeo, ultimo maschio, dal volto così bello, consapevolmente lucido di malinconia.
Con monotona amministrazione si portò via gli anziani, per nulla ancora vecchi, passati appena i cinquant’anni.
La zia Anna soltanto testimoniò l’antica forza, fusto nodoso e leggero.
Il dottor Patrizi ripetutamente sfiorò mia madre.
Ogni volta che Patrizi veniva dai Biassoli un lucignolo soffocava, stridendo un sibilo come fanno gli uccellini acquattati, la notturna civetta li serra.
Era un medico già anziano, svelto di statura, con qualche luce di pazzia nel volto, uno che intende soltanto le cose più grame, completamente ignota la fantasia, sordo all’intessuta trama di considerazioni e amori.
Io l’ho visto da bambino, aveva la pelle arida, di salamandra, forforacea, due occhi giallini che fuggivano non per paura ma perché l’assenza di pensieri a ogni secondo li sgambettava.
Lo ascoltai quella volta della spagnola, l’epidemia del dopoguerra, e mia madre si era ammalata a Vezzano; mio padre lontano.
Forse Patrizi, oscuramente, si sentì tornato ai bei tempi: mia madre era l’ultima, era giusto desse lui l’ultimo tocco, fosse testimone all’ultimo rintocco.
Me lo ricordo vicino al comò, quel mobile coi cassetti, lo specchio variegato nei margini da bolle di fiori pallidi. Ascoltai le sue parole.
Mia madre una povera donna, raggomitolata nel tepore delle lenzuola, ad attendere quella sentenza, già ascoltata per gli altri Biassoli.
Patrizi disse: «Non muore». Mormorò con una certa repulsione, un indugio che irrita: «Non muore».
Prima di andar via precisò: «Questa volta non muore», quasi il gatto col topo, che lo lascia correre, sicuramente lo ripiglierà.
Mia madre diverse volte, dopo, credendo che non avessi ascoltato, non mi si fosse inciso nella cera quel disco, mi ripeté quelle parole e le raffrontava col passato, quando ogni volta, spauracchio infreddolito, Patrizi aveva detto ai Biassoli ancora in piedi che si preparassero a trovar freddo il congiunto.
E due o tre anni dopo, l’epidemia estinta, a settembre, come al solito, si era di nuovo a Vezzano.
Ogni tanto anch’io andavo dal parrucchiere più vicino, che aveva il negozio nella “piazza”, presso la casa che fu una volta della zia Lisetta.
Avevo forse dieci o undici anni.
Dopo essere stato pazientemente seduto, avevo pagato il barbiere che aveva fatto il suo lavoro. Tutto si era svolto in silenzio.
Fu il tempo di uscire e rifui nella sassosa piazza, strettamente contornata dai muri.
Ero già nel mezzo di questa quando il barbiere, chiusa la bottega, mi raggiunse, insieme a un suo amico che seduto su una poltrona aveva aspettato che finisse, e, mentre prima non aveva osato interrogare il signorino cliente, ora si sentì libero e mi disse, forse l’amico che l’attendeva nel frattempo avendolo stimolato:
«Ma lei, è il figlio della signora Maria?»
Io feci timidamente segno di sì.
Lui subito, come solo questo avesse elaborato mentre mi tagliava maldestramente i capelli, pronunciò rapidamente:
«Lei è un Biassoli! Muoiono tutti presto. È troppo se arrivano a cinquant’anni.»
Non trovai da rispondere nulla. I due si allontanarono con la fierezza di chi ha fatto ciò che doveva.
Camminai, nell’ombra della sera, quei passi, sotto San Michele, che mi separavano da casa.
Trovai mia madre già a tavola con i miei fratelli.
Mentre mangiavo, ogni tanto correvo lo sguardo sul suo volto. Sorrideva lieta, parlava con quella voce tersa e inflessibile.
Come un’onda che rincorre un’altra onda sulla riva, e ce n’è di più grosse, una frotta di piccole, una più grande che minaccia la rena, avevo una grande voglia, tra il pianto che mi gonfiava il cuore, un gran desiderio di domandarle quanti anni avesse.
III
La zia Anna era alta e forte, agile e testarda come una capra di montagna. Non ho osato mai domandare chi era suo marito, mia madre mai ne accennò, nessuno mai della famiglia pronunciò su di lui parola. Ripetutamente invece ci fu il racconto delle due sue figlie morte giovani, la Euterpe e la Pulcheria, questa nominata con più nostalgia, forse perché di bellezza più dolce, forse perché rapita sul punto di fidanzarsi.
Raccontava mia madre che la notte, nella casa vuota (il marito già scomparso da anonimo tempo) udivano la zia Anna chiamare le figlie, la udivano dal piano di sopra, prima essa nominava parole poco alte, quasi usualmente conversasse, desse consigli, facesse loro raccomandazioni; silenzi si intervallavano; all’improvviso c’era la salita dei nomi, alti, gridati, seguiti dal silenzio più vuoto, e poi, presto, le imprecazioni, perché le figlie non rispondevano.
Dal piano di sopra seguivano il mormorio delle prime parole, immaginavano la zia Anna che si rivolgeva alle figlie come di consueto girassero per la casa; a volte i discorsi erano lunghissimi, qua e là arrivava nel silenzio della notte qualche parola, mai un pianto o un lamento, e, quando la voce gridava, di sopra immaginavano, quasi vedevano, il volto della zia Anna, gli occhi verdi infuriati, le adunche mani che afferravano il vuoto.
La casa dei Biassoli ha, a causa della natura dove è collocata, ripidissime scale incavate nella collina, passaggi da orti, dal Monticello, sentieri incisi, diverticoli, tetti su tetti, cantine; uno dei passaggi per entrar nella casa, chiamato “sotto la volta”, era incastrato, sotto quel semicerchio, tra mura e mura, semibuio di giorno, di notte tenebra. In questo, sulla destra, una finestrella, sbarrata da croci di ferro, e lì vicino una porta, eternamente chiusa, che messa su senza esser dipinta, così era rimasta, abbandonata ed esangue.
Quando passavo “sotto la volta”, turbato gettavo rapidi gli occhi bambineschi in quella finestrella sempre buia, oltre la quale sapevo esserci una cucina. Una sera la vidi illuminata e vidi la zia Anna.
Le fiammelle nel camino cinguettavano, il fumo si ingorgava dentro la stanza come non desiderasse uscire; essa era in piedi, gli occhi troppo aperti e immobili. La vidi di profilo.
Richiamato dalla luce, poiché non arrivavo alla finestrella, mi ero arrampicato, afferrandomi prima al davanzale, aiutandomi per un sasso che sporgeva dal muro, poi stringendo con la mano una delle sbarre.
Me la trovai vicinissima. Sentivo sempre parlare di lei con timore non disgiunto da riverenza, ma appena l’avevo intravista; ora finalmente l’avevo vicino, davanti a me, in quella grande cucina, così diversa dalle solite, illuminata per una sponda da un lume a petrolio, che sembrava anch’egli avesse l’occhio fisso, e per l’altro lato dalle lingue di fuoco del camino, deserta in tutto il resto.
Afferrai con l’altra mano la successiva sbarra e infilai il viso nel quadrato di ferro. Il volto di lei era rimasto immobile come fosse in un sepolcro d’Egitto.
Ero per chiamarla, per dirle: “Zia Anna!”.
Inaspettatamente rapidissimo il volto della zia si girò verso di me; si era dipinto d’ira, una fiammella verde negli occhi. Mi gridò: «Va’ via».
Sentii in quelle parole profonda accoratezza, pianto, invocazione, come le sue figlie le avessero gridato di no, di non abbracciarmi.
Sospettai che la zia Anna avesse ascoltato il mio tramestio per arrivare alla finestrella, da molte sere mi aspettasse.
Scesi giù, dopo averla ancora guardata; subito pensai che non dovevo dire nulla a mia madre. Salii le ripidissime scale che portavano alla nostra parte di casa.
E infatti la zia Anna non salutava mia madre, che invece ogni volta, al suo passaggio, con la sua voce trasparente, così densa di umiltà e disinteresse, le faceva omaggio; né la zia Anna degnava noi di un qualche riconoscimento, noi, i figli della signora Maria (che non eravamo dei Biassoli).
Fu in quella cucina, nel nero camino, che volò la biblioteca dei Biassoli; fu per odio contro l’intruso mio padre, contro il suo sangue, che invece di coltivare ricordi costruiva nei suoi figli la vita.
Quando avvennero le morti, in dipendenza delle quali trapassa la proprietà, avvenne che la zia Anna desiderò il piano più basso, che già abitava. In questo piano c’era la biblioteca. Nessuno osò distinguere, fare eccezione tra muri e libri.
Tacitamente, poiché i libri erano tra quei muri, anch’essi furono suoi.
Essa non leggeva che libri di chiesa. Nei Biassoli solo gli uomini curavano le scritture.
Lasciò i libri intatti per alcuni anni. La libreria era in una stanza asciutta, dove prima c’era la Cappella.
Mia madre sposò. Ancora non accadde nulla.
Dopo che morì Alfeo, l’ultimo dei Biassoli, e mia madre fu intenta ai suoi piccoli bambini, cominciò l’incendio.
Un solo mese dell’anno, e tra i giorni di questo mese particolarmente il sabato, quando mio padre, chiusa la farmacia, veniva a Vezzano, ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione. di Paola Italia
- Cronologia
- Bibliografia
- Nota al testo
- Ringraziamenti
- La brace dei Biassoli
- Alcune memorie sulla signora Maria, i Biassoli e Vezzano Ligure
- La signora Maria torna dai Biassoli
- Il ritorno di Alfeo
- Appendice
- Copyright