Dalle pagine di una rivista di filologia classica un anonimo attacca un professore all'apice della carriera. Il motivo occasionale è l'etimologia inesatta di una parola, ma le ragioni profonde di quell'attacco sono invidie, amori, rivalità, gelosie. Nella ricerca del nemico misterioso crolla la maschera di falsità, il castello di certezze culturali ed esistenziali del professore, sfidato in una partita impari con quel "giocatore invisibile" che è il destino di ognuno di noi. Il giocatore invisibile fonde, con ironia e partecipazione, l'innata disposizione per il raccontare di Pontiggia con un continuo, rigoroso approfondimento culturale dei classici antichi e moderni, italiani e stranieri, e con un'acutissima intelligenza critica.

- 204 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Il giocatore invisibile
Informazioni su questo libro
Scelto da 375,005 studenti
Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.
Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.
XV
Mario Cattaneo, a cinquantotto anni, era un ex scrittore. Aveva pubblicato, trentuno anni prima, un romanzo, Attimi, che, vincitore del premio “Scrittori Nuovi”, era stato definito “più che una promessa”. Da allora non aveva più scritto niente, se si eccettuano la voce “romanzo” per una enciclopedia a dispense, due articoli per una rivista di informazione bibliografica, che poi era fallita, e due interventi sulla situazione della narrativa. Colpito da fulminea sterilità, non aveva mai cessato di pensare a un futuro romanzo, quando avesse smesso di insegnare nella scuola media e avesse diminuito le sue collaborazioni editoriali. Quest’ultima attività lo occupava quasi completamente: manoscritti di ogni dimensione, alcuni minuscoli, altri giganteschi, racchiusi in raccoglitori cubici come vocabolari, gli venivano lasciati in portineria da commessi frettolosi. Lui scendeva ogni giorno a ritirarli, li svolgeva dall’involucro, li soppesava, leggeva il nome dell’autore e il titolo, poi risaliva nel suo studio, dove li allineava su una cassapanca nera. Quando arrivava il loro turno, si sdraiava sul suo divano di finta pelle e cominciava a leggerli.
La speranza di scoprire anche lui uno scrittore nuovo in uno sconosciuto non lo abbandonava mai, ma non si realizzò molto frequentemente nel corso degli anni. Le rare volte era stata una strana, intensa, effimera felicità, un partecipare silenzioso e decisivo alla gioia di un altro.
Più spesso, purtroppo, le opere erano mediocri e giudicarle diventava un lavoro malinconico. Le delusioni più immediate e inequivocabili erano provocate dai romanzi che cercavano vanamente di fare ridere, nella fiducia che il lettore fosse un complice, o un essere entusiasta e puerile, o un congiunto solidale o arrendevole (come spesso avviene, per inerzia o quieto vivere). E a lui non restava che attenuare la stroncatura per renderla più attendibile.
Lo affaticavano, solitamente, anche i romanzi della memoria, in cui l’autore voleva “ricordare tutto”, pensando probabilmente che questo fosse l’intento di Proust. Come fermarlo? Solo la fine del libro ci riusciva, ma era quasi sempre una interruzione, non una conclusione. I romanzi della memoria erano in realtà inesauribili ed esaurivano anche le sue riserve di energia. Allora si alzava dal divano, beveva un po’ di tè freddo da una caraffa e sfogliava i volumi di uno sterminato Dizionario Biografico, che era in corso di pubblicazione da diciotto anni e sarebbe arrivato alla zeta dopo la sua morte. Entrare per pochi minuti nei particolari di una vita lo distraeva e affascinava: i primi segni di una vocazione, la caduta da cavallo, la fuga in un altro continente, la passione a quarantasei anni, il delitto imprevedibile, la gloria lungamente attesa, la fama postuma. Di solito i romanzi della memoria finivano per cancellare proprio il tempo, riducendolo a un presente di trepidazioni immaginarie, mentre i dettagli biografici (“morì al tramonto di quel giorno stesso”) gli suscitavano immagini ed emozioni intense.
Un’altra opera che lo attraeva era L’Italia nei cento anni del secolo XIX (1801-1900) giorno per giorno illustrata del Comandini, ricavata soprattutto dalle cronache dei giornali. Apriva a caso e leggeva:
31 ottobre 1807, sabato. È arrestato e trattenuto per più giorni dalla polizia in Milano un avvocato Carboni, colpevole di avere criticato, in colloquio familiare, i preparativi dispendiosi fatti per il prossimo ricevimento di Napoleone.
e, nella stessa pagina, il 16 ottobre 1807, venerdì:
Il prof. Michele Tenon, direttore del Reale Giardino Botanico di Napoli, prende una farfalla non comune in Italia, la Papilio Mopsa di Fabricio, propria delle Indie Orientali.
Oppure, il 17 luglio 1802, sabato:
Presso Genova la gendarmeria sorprende in una cascina sopra Acqua Marsa sei famosi briganti, avviene conflitto, la cascina è incendiata ed un brigante vi rimane arso; tre altri restano uccisi nel conflitto e due fuggono.
o, il 2 ottobre 1812, venerdì:
Muore a Pisa il rinomato medico-chirurgo e scrittore Francesco Vaccà-Berlinghieri (n. 1732).
Questi libri gli davano veramente il senso del tempo e del mutamento, quello che i cultori della memoria o i fanatici del presente non riuscivano quasi mai a evocare, e forse neanche a percepire.
Altri testi di sconosciuti entravano invece nello spazio, arbitrario, aleatorio, ma anche abbastanza preciso, della pubblicabilità. Allora cominciavano i dubbi, un interesse inquieto, l’attesa che arrivassero le pagine che lo facessero decidere per il sì o per il no. A volte però non arrivavano e le esitazioni continuavano dopo l’indice, lo seguivano mentre andava in corridoio, dove incontrava sempre qualcuno della famiglia, uno dei suoi due figli o la moglie o la suocera, ai quali diceva qualcosa di generico per distrarsi e tornare poi a sdraiarsi sul divano. Sapeva però che questo non serviva e che solo riflettendo molto tempo, seduto davanti alla macchina da scrivere, trovava le parole per capire quello che provava e contemporaneamente per dirlo.
Non c’erano invece problemi quando gli autori erano quei nomi noti che appartenevano alle cosiddette “scuderie” degli editori: allora il suo giudizio, anche se negativo, non cambiava il destino di nessuno, né poteva mutare il corso di una vita (questa idea però lo turbava sempre meno, visto che sono troppe, o troppo poche, le cose che la cambiano). Il testo veniva pubblicato puntualmente e talora lui diceva nel risvolto di copertina il contrario, o quasi, di quanto aveva detto nel giudizio. Bastava cambiare gli aggettivi, sostituire “monotono” con “avvincente” o “esangue” con “vitale”. L’incongruenza diventava “libertà fantastica”, il patetismo “pathos”, l’arbitrio “coerenza”. Con “rigore” e “autenticità” non si sbagliava mai, soprattutto se accoppiati; e, tra gli aggettivi, l’àncora di salvezza era “sconvolgente”: “mica male” (nel migliore dei casi) sarebbe stata l’espressione più adeguata, ma “sconvolgente” era l’espressione che si usava. Smussando così gli angoli e colmando i vuoti, chiamando le stonature “dissonanze” e l’omertà “riserbo”, scriveva il risvolto di libri immaginari, rispondenti solo in minima parte a quelli reali. Il rispetto di sé bastava a non farglielo firmare, ma quello degli altri non bastava a farglielo respingere. Del resto gli alibi a sua disposizione erano infiniti, come quelli di tanti critici ed editori; e in un mondo in cui l’alibi non era più l’essere altrove, ma l’essere lì, lui continuava a restare lì e a inventarsi alibi. Il primo erano i suoi bisogni economici, moltiplicati dalla sua vita amorosa. Muovendo dal principio che per salvare il rapporto con la moglie ci vuole un’amante, e per salvare il rapporto con l’amante ce ne vuole un’altra, da dodici anni era l’amante di una traduttrice in simultanea, che, dopo le resistenze iniziali, era arrivata a conclusioni analoghe, almeno per quanto riguardava il suo rapporto con il marito. Da otto anni era inoltre l’amante di una sua collega, una giovane timidissima e incapace di tenere la disciplina in classe. In lunghe conversazioni, che riempivano i “buchi” tra una lezione e l’altra, le aveva dato qualche consiglio che si era rivelato utile: guardare in viso i ragazzi, parlare seriamente, dire cose che avessero un senso anche per lei. Soprattutto quest’ultimo particolare l’aveva colpita, abituata com’era a insegnare in una sorta di delirio, ripetendo con impeto e con accanimento solitario catene di parole apprese all’università. Le aveva anche suggerito di non essere troppo contratta, almeno mentalmente, e un pomeriggio, mentre guardavano le gare di atletica alla televisione, in sala professori, le aveva fatto notare la scioltezza del primo e lo spasimo del penultimo. L’ultimo, rivisto al rallentatore, sembrava, mentre cadeva sul traguardo, l’immagine di un eroismo disperato e forse nocivo. Portarla nella sua mansarda, una sera di luglio rinfrescata da un acquazzone, era stato meno difficile che farle capire come gli studenti non appartenessero a una specie diversa dalla sua. Era stato anzi molto dolce e molto ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Giuseppe Pontiggia
- Bibliografia
- IL GIOCATORE INVISIBILE
- I
- II
- III
- IV
- V
- VI
- VII
- VIII
- IX
- X
- XI
- XII
- XIII
- XIV
- XV
- XVI
- XVII
- XVIII
- XIX
- XX
- XXI
- XXII
- Copyright