Centinaia di anni prima, Magnus era giaciuto insonne nella Città di Ossa, in mezzo ai Fratelli Silenti. Allora, come adesso, la pace gli era sembrata qualcosa di impossibile.
Sua madre si era tolta la vita a causa di ciò che lui era. Per questo, il suo patrigno aveva cercato di ucciderlo. Magnus aveva ucciso lui, invece. Non ricordava molto bene il periodo successivo. Era fuori di sé, i suoi poteri privi di controllo, un bambino smarrito che portava dentro il petto una tempesta di magia e di rabbia. Ricordava di essere quasi morto di sete in un deserto. Ricordava un terremoto; macerie che crollavano, grida. Quando erano arrivati i Fratelli Silenti, era rotolato in mezzo a una pioggia di sassi verso le loro figure incappucciate, senza sapere se gli avrebbero fatto da insegnanti o lo avrebbero ucciso.
Lo portarono via, ma, anche nella loro città di pace e silenzio, lui sognava il suo patrigno che bruciava. Voleva disperatamente un aiuto, ma non sapeva come chiederlo.
Allora i Fratelli Silenti si erano rivolti, per quel bambino stregone ribelle, allo stregone Ragnor Fell.
Il ricordo del loro primo incontro era ancora cristallino. Magnus era sdraiato sul letto, nella spoglia stanza di pietra che gli avevano assegnato i Fratelli Silenti. Avevano fatto il possibile: gli avevano trovato una coperta morbida e colorata e anche qualche giocattolo, per rendere l’ambiente più simile alla cameretta di un bambino e meno alla cella di una prigione. Restava comunque piuttosto inospitale, anche perché i Fratelli stessi mettevano molta soggezione. La loro gentilezza nei suoi confronti strideva notevolmente con i loro terrificanti volti senza occhi, e lui si stava impegnando per non trasalire più ogni volta che entravano in stanza.
Quando aveva finalmente iniziato ad abituarsi ai mostri che si prendevano cura di lui, ne arrivò uno nuovo. La porta si aprì cigolando, acciaio contro pietra.
«Su, ragazzo» disse una voce dalla soglia della sua cella. «Non c’è bisogno di piangere.»
“Un demone” pensò lui in preda al panico. Un demone, come i suoi genitori dicevano di lui: pelle verde come il muschio sopra le tombe, capelli bianchi come ossa. Le sue dita avevano tutte un’articolazione in più, e si incurvavano grottescamente a formare degli artigli. Magnus si era messo subito a sedere per difendersi, un goffo preadolescente nel bel mezzo di un allarmante balzo di crescita, arti che si agitavano convulsamente e una pericolosa magia che si riversava fuori di lui.
Soltanto che Ragnor aveva alzato una delle sue strane mani, e la magia di Magnus si era trasformata in fumo azzurro, una vampata di innocuo colore in mezzo all’oscurità.
Ragnor fece roteare gli occhi. «È molto maleducato fissare le persone.»
Magnus non si sarebbe aspettato di sentire che quell’essere alieno parlava la sua lingua, invece il malese di Ragnor era fluente e spontaneo, anche se con un accento straniero. «Sulle prime direi che ti mancano del tutto le buone maniere e che ti serve disperatamente un bel bagno.» Emise un sospiro pesante. «Non posso credere di aver accettato. La mia prima lezione, ragazzo, è di non giocare mai a carte contro un Fratello Silente.»
«Tu… cosa sei?» gli chiese Magnus.
«Io sono Ragnor Fell. E tu cosa sei?»
Magnus riusciva a stento a trovare la voce. «Lui diceva… Lei mi chiamava… Dicevano che sono maledetto.»
Ragnor si avvicinò. «E tu permetti sempre agli altri di dirti chi sei?»
Magnus rimase in silenzio.
«Perché loro ci proveranno sempre. Tu hai la magia, proprio come me.»
Magnus annuì.
«Bene, allora ecco le cose più importanti che posso dirti. La gente ti vorrà controllare, per via del tuo potere. Cercheranno di convincerti che lo stanno facendo per il tuo bene. Devi stare molto attento a queste persone.» Quando Magnus fece guizzare gli occhi al di là di Ragnor, verso il corridoio fuori da camera sua, Ragnor aggiunse: «Sì. Persino i Fratelli Silenti ti stanno aiutando, in parte, per i loro scopi. Gli Shadowhunters hanno bisogno di stregoni amici, anche se vorrebbero poterne fare a meno».
«È sbagliato?» chiese Magnus, piano. «È sbagliato che mi aiutino?»
Ragnor esitò. «No» disse infine. «Tu non sei una loro responsabilità, e loro non hanno garanzie su come verrai fuori. Sei già fortunato a essere nato in un periodo in cui agli Shadowhunters gli stregoni piacciono, piuttosto che in un’epoca storica in cui ci davano la caccia per sport.»
«Quindi avere la magia è pericoloso» disse Magnus.
Ragnor soffocò una risata. «La vita è tremendamente pericolosa, che tu abbia o non abbia la magia. Però sì, lo è, soprattutto per quelli come noi. Gli stregoni non invecchiano come gli altri esseri umani, eppure ci capita spesso di morire giovani comunque. Abbandonati dai nostri genitori umani. Bruciati al rogo dai mondani. Giustiziati dagli Shadowhunters. Non è un mondo sicuro, questo, ma del resto di mondi sicuri non ne conosco. Per sopravvivere devi essere forte, in tutti quanti i mondi.»
Il bambino che sarebbe diventato Magnus balbettò: «E tu come… Tu come hai fatto a sopravvivere?».
Ragnor andò a sedersi accanto a lui sul freddo pavimento di terra, le loro schiene appoggiate contro una parete di teschi ingialliti. La schiena di Ragnor era larga, quella di Magnus stretta, ma quest’ultimo cercò di sedersi tenendola ben dritta come il primo.
«Sono stato fortunato» rispose Ragnor. «È così che sopravvive la maggior parte degli stregoni. Siamo i fortunati, quelli che sono stati amati. La mia famiglia era composta da mondani dotati della Vista, che sapevano poco del nostro mondo. Pensavano che un figlio verde potesse essere un changeling delle fate, e solo in seguito abbiamo scoperto che non era quello il caso. Anche a quel punto, hanno continuato a volermi bene.»
I Fratelli Silenti avevano parlato a Magnus nella mente, gli avevano insegnato qualcosa sull’origine degli stregoni, su come i demoni si introducessero nel mondo costringendo o ingannando gli umani affinché dessero alla luce i loro figli.
«E tuo padre?»
«Mio padre?» riecheggiò Ragnor. «Intendi il demone? Io quello non lo chiamo padre. Mio padre è quello che mi ha cresciuto. L’altro, il demone, non ha niente a che fare con me.»
«Lo so che tu non sei stato tra i fortunati» proseguì Ragnor. «Ma noi siamo stregoni. Viviamo in eterno, e questo significa che, prima o poi, ci ritroviamo da soli. Quando gli altri ci chiamano schiatta di demone, quando cercano di sfruttare il nostro potere per i loro fini, quando ci invidiano, ci temono, o semplicemente muoiono e ci lasciano, dobbiamo decidere da soli cosa essere. Gli stregoni si danno da soli un nome, prima che possa essere qualcun altro a farlo.»
«Mi sceglierò un nome» disse il ragazzo.
«Allora non c’è dubbio che ci conosceremo meglio.» Ragnor guardò Magnus dall’alto al basso. «Seconda lezione: i Fratelli Silenti non hanno bisogno di lavarsi o di lavare i vestiti che indossano, tu sì. E molto.»
Il ragazzo scoppiò a ridere.
«Da adesso in poi teniamoci belli puliti, ti va?» gli propose Ragnor. «E, per l’amor di Dio, trovati dei vestiti carini.»
In seguito Ragnor avrebbe sostenuto che sarebbe stato meglio se quel giorno non si fosse mai recato nella Città di Ossa, e che non avrebbe mai voluto che Magnus si spingesse così in là con i vestiti. E, ovviamente, non aveva previsto l’invenzione del glitter cosmetico.
Magnus aveva sperato di poter trovare la pace nella Città Silente, ma adesso capiva che quella pace era impossibile. Poteva solo fare le sue domande. Sperava che Ragnor gli avrebbe dato qualche risposta, e lui, poi, si sarebbe dato un nome.
«MAGNUS!»
Alec udì la propria voce riecheggiare nello spazio desolato che si estendeva attorno e sopra di sé.
L’Inferno era vuoto.
Alec giaceva sulla schiena, senza fiato ma cosciente, almeno. Era svenuto durante il volo dentro al Portale, ma non aveva idea di quanto tempo fosse passato. Si sollevò sui gomiti, preparandosi a provare dolore, invece gli sembrò di non avere ferite.
Lì non c’era nulla. Il cielo era privo di stelle, di lune, di nuvole – no, in realtà non c’era nemmeno un cielo. Non c’erano profondità o distanza, ombre o colori, solo un mare di claustrofobico vuoto uniforme, da orizzonte a orizzonte.
Si mise a sedere e si guardò attorno, sbattendo le palpebre. Si trovava su un’immensa, solitaria distesa di pietra grigia, pianeggiante ma sconnessa, interrotta a sprazzi da grosse crepe. Il paesaggio era anonimo, si estendeva verso orizzonti vuoti in tutte le direzioni. Gli altri Shadowhunters erano sparpagliati attorno a lui, nessuno più lontano di una quindicina di metri. Jace si era già rimesso in piedi – ovviamente – e in qualche modo era miracolosamente riuscito a mantenere la presa sulla lancia che aveva preso alla forgia. Gli altri erano in diverse fasi del tentativo di rialzarsi. Nessuno sembrava ferito.
Magnus era in piedi a breve distanza da tutti loro, e guardava in alto. Alec seguì il suo sguardo e vide in cielo un nodo di magia, caotico e intricato, come una ferita cucita in tutta fretta sul campo di battaglia. Crepitava sinistro, ma di demoni non ne uscivano.
Alec si alzò e andò dal suo fidanzato. Gli mise una mano sulla spalla. «Non è bello, ma penso che terrà» gli disse Magnus, con gli occhi ancora rivolti alla confusa sutura in cielo.
Alec tirò Magnus a sé in uno stretto abbraccio e lo trattenne per un istante, godendosi il calore del suo corpo e il suono rassicurante del suo respiro contro il proprio. Poi si ritrasse. «Shinyun?» disse. «Ragnor?»
«Erano subito dietro di me» rispose Magnus. C’era stanchezza nella sua voce, e Alec si chiese quanto gli fosse costato quel turbine. «Sarei pronto a giurare sulla mia vita che sono passati attraverso il Portale subito dopo di me. Però non sono ricomparsi da questa parte.»
«Be’, Samael è il Signore dei Portali, oltre che il signore di Ragnor e Shinyun. Quindi può darsi che siano andati da qualche altra parte» propose Alec.
«Chi lo sa» disse Magnus, inespressivo. Nonostante il loro successo, sembrava sconfitto.
«Simon?» chiamò all’improvviso, dietro di loro, la voce di Isabelle.
Alec si voltò. Isabelle, Clary e Jace stavano andando da loro – tutti con l’aria di essere passati attraverso una tempesta di vento – ma di Simon non c’era traccia.
Clary si voltò. «Simon? Simon?»
Si guardarono tutti intorno, ma di certo non c’erano nascondigli, sulla nuda roccia che li circondava. Di Simon, nessuna presenza.
Fissarono tutti Clary. Si teneva le braccia attorno al corpo, aveva il viso molto pallido. Jace le mise una mano sulla schiena.
«Cercalo» disse con dolcezza. «Dentro di te.»
Mentre Clary chiudeva gli occhi, Alec ripensò a quando, molto tempo prima, Sebastian aveva preso Jace, e lui aveva cercato invano dentro di sé la scintilla del suo parabatai. Guardare Clary, ora, gli faceva rivivere quel dolore.
La sentì inspirare bruscamente. «Ok… È vivo, almeno.»
«Secondo te è andato ovunque siano andati Ragnor e Shinyun?» chiese Alec a Magnus.
Si aspettava che Magnus gli rispondesse ancora con un “chi lo sa”, invece l’espressione dello stregone era tornata a fuoco, e adesso gli sembrava un po’ più presente. «È possibile» disse.
«Sono sicurissimo che abbia attraversato il Portale» disse Jace. «L’ho visto.»
Isabelle sembrava scossa. «Non voleva venire» disse. «A Shanghai, intendo. Era convinto che sarebbe successo qualcosa di bruttissimo. Io gli ho detto che era ridicolo.» Si spinse il groviglio di capelli neri via dal viso, con le labbra che le tremavano.
«Iz» le disse Alec. «Lo tro...