A Villon piove a dirotto.
La Sarthe si ingrossa tra gli argini e la pioggia tramuta i sentieri in fiumi fangosi. Allaga la soglia delle abitazioni e stordisce Addie con il sottofondo costante dell’acqua che scroscia. Le basta chiudere gli occhi e gli anni svaniscono; lei ne ha di nuovo dieci, quindici, venti, e corre a perdifiato, scalza, per la campagna lavata dal temporale, con le sottane fradicie e i capelli svolazzanti.
Ma, quando riapre gli occhi, di anni ne sono trascorsi duecento e non può negare che il piccolo villaggio di Villon è cambiato. È sempre meno familiare e più strano. Qui e là riesce ancora a distinguere i luoghi di un tempo, tuttavia i ricordi sono ormai sbiaditi e gli anni precedenti al patto lasciati a erodersi e scolorire.
Eppure, qualcosa è rimasto.
Il tratto di strada che si snoda per l’abitato.
La chiesetta che si erge al centro.
Il muretto che cinge il cimitero, passato indenne alla lenta sfilza di cambiamenti.
Addie si trattiene sull’uscio della cappella a rimirare l’acquazzone. All’inizio aveva con sé un ombrello, ma una violenta raffica di vento ne ha fracassato il telaio e adesso lei, possedendo solo un vestito, sa di dover aspettare che spiova. Non fosse che, standosene lì impalata, con una mano tesa a raccogliere le gocce, ripensa a Estele e a quel suo vizio di piazzarsi sotto i temporali con le braccia spalancate e accoglienti.
Addie lascia il riparo e si incammina verso il cancello del cimitero.
Nel giro di qualche secondo è zuppa da capo a piedi, ma la pioggia è tiepida e lei di certo non si scioglierà. Oltrepassa un crocchio di nuove lapidi e uno stuolo di vecchi sepolcri, posando una rosa sulla tomba di ciascun famigliare e puntando dritta verso quella di Estele.
Ormai da tanti anni ne sente la mancanza, del suo conforto e della sua saggezza, della sua presa decisa e della risata legnosa, della fiducia che riponeva in Addie quando era ancora Adeline, viveva laggiù ed era mortale. Ma, malgrado gli sforzi di tenersi stretto tutto ciò che può, con l’andare del tempo la voce di Estele è svanita. Questo è l’unico luogo in cui riesce ancora a evocarla, a percepirla viva e vegeta nelle rocce vetuste, nel terriccio erboso, nell’albero battuto dalle intemperie.
Peccato, però, che non ci sia più neppure quello.
La lapide pende sghemba e malconcia sulla fossa, la pietra giace in frantumi divorata dal muschio, ma dello splendido albero, con i suoi lunghi rami e le radici profonde, non c’è più traccia.
Al suo posto, nient’altro che un ceppo seghettato.
Addie emette un rantolo, poi crolla in ginocchio e passa le mani sul legno secco e frastagliato. No. No, questo no. Ha già perso tanto e versato fiumi di lacrime, eppure da troppi anni non provava un dolore così affilato da toglierle il respiro, la forza, la volontà.
Il lutto, profondo come un pozzo, scava una voragine dentro di lei.
Che senso ha piantare un seme?
Perché mai coltivarlo? Aiutarlo a crescere?
Alla fine tutto si sgretola.
Tutto muore.
Non le resta altro che se stessa, uno spettro solitario che veglia sulle cose dimenticate. Addie strizza forte gli occhi e prova a figurarsi Estele, a richiamare il suono della sua voce affinché la rassicuri che andrà tutto bene, che in fin dei conti è solo legno; ma la voce è muta, sepolta nella bufera che infuria.
Al calare del sole, lei è ancora lì.
Il temporale è scemato in una pioggerella sottile, non più di qualche goccia sporadica che tamburella sulla roccia. Addie è fradicia fino alle ossa, ma non ci fa caso, non fa più caso a niente, eccetto uno spostamento d’aria e l’arrivo dell’ombra alle sue spalle.
«Mi dispiace» comincia Luc e, se è la prima volta che sente quella voce flautata pronunciare parole del genere, è anche l’unica in cui le pare sincero.
«Sei stato tu?» sussurra, senza alzare gli occhi.
Con sua sorpresa, lui le si inginocchia accanto sulla terra zuppa. I suoi vestiti non sembrano bagnarsi.
«Non puoi darmi la colpa di ogni male» risponde.
Addie si accorge che sta tremando solo quando lui le avvolge un braccio intorno alle spalle, solo quando i brividi la scuotono contro la sua presenza salda.
«So di poter essere crudele» continua l’oscuro. «Ma la natura sa esserlo ancora di più.»
Ora sì che le cade l’occhio sulla venatura carbonizzata che attraversa il tronco. Sulla scarica rapida e incendiaria di un fulmine. Il dolore non si attenua.
Addie non sopporta più la vista del moncone di legno.
Non sopporta più di stare lì.
«Andiamo» le fa Luc tirandola su e, malgrado ignori dove intende portarla, Addie se ne frega, purché sia altrove. Gira le spalle all’albero distrutto e alla lapide ridotta in macerie. Persino le rocce, rimugina, seguendo l’oscuro via dal cimitero, dal villaggio e dal passato.
Laggiù non farà ritorno mai più.
Parigi, certo, è cambiata assai più di Villon.
Negli anni, Addie ha visto la città tirarsi sempre più a lucido, tramutarsi in una distesa di edifici in pietra candida sormontati da tetti color carbone. Di finestre affusolate, balconcini in ferro e viali ariosi, costeggiati da negozi di fiori e caffè ombreggiati dai tendoni rossi.
Ora siede con Luc in un patio, davanti a una bottiglia di Porto e con il venticello estivo che le asciuga l’abito. Beve avidamente sforzandosi di lavare via l’immagine dell’albero, pur sapendo che tutto il vino del mondo non basterà a spazzare via i suoi ricordi.
La cosa, però, non le impedisce di provarci.
Un violino comincia a suonare in un punto imprecisato lungo la Senna. Gli acuti si intrecciano al rombo del motore di un’auto. Agli zoccoli ostinati di un cavallo. Alla stravagante sinfonia di Parigi.
Luc solleva il bicchiere. «Buon anniversario, mia Adeline.»
Lei lo guarda, con le labbra già dischiuse per servirgli il consueto botta e risposta, poi si trattiene. Se lei è sua… anche lui deve essere suo.
«Buon anniversario, mio Luc» replica, per il gusto di vedere che faccia farà.
Viene premiata da un sopracciglio inarcato, un’increspatura sghemba delle labbra e due occhi cangianti per lo stupore.
Lui abbassa lo sguardo, rigirandosi il calice tra le dita.
«Una volta mi hai detto che eravamo simili» riflette, mezzo tra sé. «Tutti e due… soli. Ti ho odiato per questo. Ma credo che per certi versi avessi ragione. Credo…» continua lentamente, «che il concetto di compagnia abbia i suoi pregi.»
Non è mai stato tanto vicino dal sembrare umano.
«Ti manco» gli fa lei, «quando non sei con me?»
I suoi occhi verdi le si arrampicano addosso, rilucenti anche al buio. «Sono qui, con te, più spesso di quanto immagini.»
«Ovviamente» ribatte Addie. «Tu sei libero di andare e venire ogni volta che vuoi. Invece, io non ho altra scelta che aspettare.»
L’espressione di Luc si scurisce di piacere. «Intendi aspettare me?»
Ora è lei a distogliere lo sguardo. «L’hai detto tu. Tutti abbiamo un disperato bisogno di compagnia.»
«E se potessi invocarmi come faccio io con te?»
Il cuore di Addie prende una piccola rincorsa.
Lei tiene gli occhi sul tavolo, ed è per questo che la vede rotolarle incontro. Una fedina sottile intagliata nel legno pallido di frassino.
Un anello.
Il suo anello.
Il pegno che aveva offerto all’oscuro quella notte.
Il pegno che lui aveva disdegnato e tramutato in fumo.
La scena già rivangata in quella chiesa sul mare.
Ma se questa è un’illusione, allora è da mozzare il fiato. Qui, ecco il solco nel punto in cui il cesello del padre era affondato un pizzico di troppo. Lì, ecco la superficie levigata come pietra dopo anni e anni passati a strofinarlo in preda ai tormenti.
L’anello è reale. Deve esserlo. Eppure…
«Lo avevi distrutto.»
«L’avevo preso» la corregge Luc, gettando un’occhiata al bicchiere. «Non è lo stesso.»
Addie perde le staffe. «Hai detto che non valeva niente.»
«Ho detto che non valeva abbastanza. Ma non anniento la bellezza così, senza motivo. È stato mio per un po’, ma in verità è sempre appartenuto a te.»
Lei si incanta a guardarlo. «Che dovrei farne?»
«Sai già come invocare gli dèi.»
Subito si alza la voce di Estele, lieve come uno spiffero.
“Devi mostrarti umile al loro cospetto.”
«Mettilo al dito e io verrò.» Luc si riappoggia allo schienale della sedia, con i riccioli neri scarmigliati dalla brezza notturna. «Bene» conclude. «Ora siamo pari.»
«Non saremo mai pari» lo contraddice lei, rigirandosi l’anello tra il pollice e l’indice, e stabilendo di non farne mai uso.
Questa è una sfida. Un duello travestito da regalo. Una scommessa, più che una guerra. Uno scontro di volontà. Per Addie, infilarsi l’anello e chiamare Luc significherebbe piegarsi e ammettere la sconfitta.
Arrendersi.
Fa scivolare il ninnolo nella tasca della sottana, intimando alle dita di mollare la presa.
Solo adesso si accorge della tensione che aleggia nell’aria. Un’elettricità familiare ma che fatica a collocare, finché Luc dice: «Sta per scoppiare una guerra».
La notizia le giunge nuova. Lui le riferisce dell’attentato all’arciduca, con il viso contorto in una smorfia di fosco disappunto.
«Odio la guerra» dichiara, cupo.
«Pensavo amas...