C’era una cosa che Chaol Westfall, un tempo capitano della guardia reale e ora Mano del novello re di Adarlan, aveva scoperto di detestare sopra ogni altra.
Il rumore di quelle ruote.
In particolare, il rumore che producevano sulle assi della nave a bordo della quale aveva trascorso le ultime tre settimane solcando mari agitati e burrascosi. Così come quel cigolio stridente che producevano ora sui pavimenti lucidi in marmo verde e mosaici intricati del sontuosissimo palazzo di Antica, dimora del khagan del Continente meridionale.
Non potendo far altro che starsene seduto su quella sedia a rotelle, diventata al tempo stesso la sua prigione e l’unica possibilità che gli rimaneva per vedere il mondo, Chaol ebbe modo di concentrarsi sui dettagli del palazzo, che si allargava a dismisura sulla cima di uno degli innumerevoli colli della capitale. Ogni suo centimetro proveniva da un angolo diverso di quell’impero potentissimo e rendeva omaggio alla varietà delle sue culture: i pavimenti verdi tirati a lucido sui quali la sua sedia avanzava cigolando erano frutto del lavoro dei cavatori nel sudovest del continente. Dai deserti sabbiosi del nordest provenivano, invece, le colonne rosse forgiate a mo’ di alberi imponenti, i cui rami si allungavano fino a raggiungere gli altissimi soffitti a cupola che sovrastavano l’infinita sala del trono.
I mosaici che intervallavano le parti in marmo verde erano stati montati dagli artigiani di Tigana, altro celeberrimo centro nell’estremità meridionale e montagnosa del continente. Raffiguravano scene tratte dal passato ricco, brutale e glorioso del khaganato: i secoli trascorsi come popolo nomade che si muoveva tra le steppe dei territori più orientali del continente a dorso di cavallo; poi l’ascesa del primo khagan, un signore della guerra che aveva unificato quella miriade di tribù sparpagliate in una forza conquistatrice in grado di prendersi l’intero continente centimetro per centimetro, mostrando l’acume e l’abilità strategica necessari a fondare un impero vastissimo; e infine i tre secoli che erano seguiti, i vari khagan che erano riusciti a estendere i confini dell’impero, ad accumulare e ridistribuire ricchezze derivanti da centinaia e centinaia di territori sparsi su una miriade di terre, a costruire un’infinità di ponti e di strade per connetterli tutti, a governare su un continente così vasto con precisione e lucidità.
Quei mosaici, in fondo, mostravano quello che sarebbe potuto essere anche il destino di Adarlan, pensava Chaol nel mormorio dei cortigiani che si radunavano svelti tra le colonne intarsiate e le cupole dorate che sovrastavano ogni cosa. Se solo Adarlan non avesse avuto al comando un burattino nelle mani di un re demone intenzionato a trasformare il mondo in un banchetto da servire alle orde di suoi simili.
Chaol sollevò la testa verso Nesryn che spingeva la sedia con il volto imperturbabile. Soltanto gli occhi scuri, che esaminavano ogni viso, ogni finestra e ogni colonna, tradivano la sua curiosità verso la dimora splendente del khagan.
Avevano tenuto le vesti più pregiate per quel giorno e il nuovo capitano della guardia reale risplendeva nella sua uniforme oro e cremisi. Chissà come aveva fatto Dorian a scovare una delle uniformi che un tempo Chaol aveva indossato pieno di orgoglio.
E la Mano del re… Be’, lui avrebbe voluto scegliere una veste nera, perché i colori proprio… Non si era mai sentito a suo agio a indossare abiti colorati, eccezion fatta per il rosso e l’oro del suo regno, ovviamente. Il nero, però, era diventato il simbolo delle guardie infestate dai Valg di Erawan. Indossavano uniformi nero su nero quando erano arrivate a terrorizzare Rifthold. Quando avevano catturato, torturato e massacrato i suoi uomini.
Per poi impalarli sui cancelli del palazzo, i corpi martoriati lasciati a marcire nel vento.
Si era sforzato di non fissare gli occhi sulle guardie di Antica che gli erano passate accanto nel loro tragitto fin lì, sia per le strade sia all’interno del palazzo, con quella loro postura ritta, fiera e vigile, le spade sistemate dietro la schiena e i coltelli al fianco. Anche adesso rifuggiva l’istinto di guardare nei punti del salone in cui senza dubbio erano state posizionate, gli stessi in cui anche lui avrebbe schierato i suoi uomini. E dove lui stesso si sarebbe appostato a controllare ogni minimo dettaglio, nel caso in cui la sua corte si fosse trovata ad accogliere una delegazione di emissari provenienti da un altro regno.
Nesryn ricambiò lo sguardo, gli occhi scuri, freddi e imperturbabili, i capelli neri che ondulavano a ogni passo sfiorandole le spalle. Non il minimo accenno di agitazione le attraversava il volto solenne e bellissimo. Non il minimo indizio vi si poteva leggere del fatto che stavano per incontrare l’uomo più potente del mondo, colui che avrebbe potuto cambiare il destino del loro continente nella guerra che ormai aveva travolto Adarlan e Terrasen.
Chaol tornò a guardare davanti a sé senza dire una parola. Le pareti, le colonne e le volte che sovrastavano ogni porta avevano occhi, orecchie e bocche, l’aveva messo in guardia lei. L’unico pensiero in grado di farlo resistere alla tentazione di cincischiare con i vestiti che alla fine aveva deciso di indossare: pantaloni marrone chiaro, stivali color nocciola alti fino al ginocchio e una camicia bianca della seta più raffinata, coperta in gran parte da una giacca color foglia di tè. Era una giacca semplice, che fosse anche pregiata lo rivelavano solo le fibbie in ottone sul davanti e il baluginio del filo dorato che correva lungo il colletto alto e lungo gli orli. Non c’erano spade attaccate alla sua cintura, un’assenza che pesava tanto quanto un arto fantasma.
Le sue gambe fantasma.
Due compiti. Erano arrivati lì con due compiti da portare a termine e ancora non riusciva a prevedere quale dei due si sarebbe rivelato il più impossibile: se convincere il khagan e i suoi sei potenziali eredi a inviare le loro possenti armate in guerra contro Erawan, o trovare una guaritrice di Torre Cesme in grado di farlo tornare a camminare.
O, come diceva tra sé con non poco disgusto, di ripararlo.
Quanto la odiava quella parola. Tanto quanto il rumore delle ruote. Ripararlo. In fondo era venuto a supplicare le leggendarie guaritrici di Torre Cesme di fare esattamente questo per lui, eppure quella parola gli faceva ribollire le viscere.
La scacciò via dalla mente mentre Nesryn continuava a seguire la schiera quasi silenziosa di servitori che li avevano aspettati al molo per poi condurli su per le vie acciottolate, polverose e battute dal vento fino al ripido viale che portava alle cupole e ai trentasei minareti del palazzo.
Da porte, finestre e lanterne di tantissime case, sventolavano drappi di tessuto bianco, di seta, di feltro, o di lino. Doveva essere morto un ufficiale o un lontano parente della famiglia del khagan, gli aveva sussurrato Nesryn in un orecchio. I riti funebri erano spesso diversi negli innumerevoli regni e territori governati dal khaganato, ma quello dei drappi bianchi era un antico retaggio risalente ai secoli in cui il popolo del khagan si muoveva nomade per le steppe e lasciava i suoi morti a riposare all’aperto, vegliati dal cielo.
Avanzando per le sue vie, però, avevano trovato una città tutt’altro che in lutto. Le strade pullulavano di gente vestita nei modi più vari, i venditori invitavano a gran voce a comprare le proprie merci, i credenti si riversavano nei vari templi in legno o in pietra – perché ciascuna divinità aveva il suo tempio ad Antica, gli aveva bisbigliato Nesryn – e invitavano i passanti a seguirli. Tutto quel mondo, compreso il palazzo, era sorvegliato dalla scintillante Torre in pietra chiara che sormontava una delle colline più a sud.
La Torre, sede delle più eccellenti guaritrici dei mortali al mondo. Chaol aveva fatto di tutto per evitare di guardarla dai finestrini della carrozza, ma quella Torre imponente era visibile da ogni strada e da ogni angolo di Antica. I servitori non vi avevano fatto alcun riferimento, né avevano mai indicato verso quella presenza dominante in grado di rivaleggiare con il palazzo del khagan.
A pensarci bene, non avevano fatto alcun accenno nemmeno ai vessilli funebri che svolazzavo agitati dal vento. Erano rimasti in silenzio, tutti, uomini e donne in egual misura, i capelli scuri lisci e lucenti, vestiti con gli stessi pantaloni larghi e le stesse giacche morbide color cobalto e rosso sangue arricchite da un orlo di oro chiaro. Servitori retribuiti, ma discendenti di quegli schiavi che un tempo erano stati di proprietà dell’imperatore e della sua famiglia. Fino alla penultima khagan, innovatrice e visionaria che, tra le tante riforme promosse all’interno dell’impero, aveva ormai da oltre una generazione anche bandito la schiavitù. Aveva liberato tutti i suoi schiavi, tenendoli però con sé insieme ai rispettivi figli come servitori stipendiati. I servi odierni erano i figli di quei figli.
Nessuno di loro aveva l’aria di essere malnutrito o malpagato, e nessuno aveva mostrato il minimo timore a scortare Chaol e Nesryn dalla nave fino al palazzo. Anche l’attuale khagan, quindi, a quanto si poteva vedere, li trattava benissimo. E la speranza era che lo stesso avrebbe fatto il suo futuro erede, ancora da eleggere.
A differenza di quanto accadeva a Adarlan o a Terrasen, lì ad Antica l’erede dell’imperatore non veniva scelto né in base all’ordine di nascita né in base al genere. Mettere al mondo quanti più figli possibile in modo da assicurarsi un ampio bacino da cui attingere rendeva la scelta solo in parte più semplice. Ma la rivalità che si scatenava tra i fratelli… Praticamente un gioco al massacro. Erano pronti a tutto pur di dimostrare al genitore di essere i più forti, i più saggi, i più adatti a governare.
La legge imponeva al khagan di indicare il nome dell’erede in un documento da sigillare e collocare in un nascondiglio segreto e anonimo. Questo nel caso in cui la morte fosse giunta a reclamare il suo corpo prima che avesse avuto la possibilità di annunciarlo formalmente. Poteva essere modificato in qualsiasi momento, certo, ma era pensato per evitare l’unica cosa che il khaganato temeva più di ogni altra al mondo, da quando il primo khagan aveva unito insieme i regni e i territori di quel continente immenso: il collasso. Non a opera di forze esterne, ma per cause interne.
Quel primo khagan era stato davvero lungimirante. Non una sola guerra civile era venuta a turbare i trecento anni di storia del khaganato.
E intanto che Nesryn lo spingeva tra gli inchini eleganti dei servitori ora fermi tra due colonne enormi, e il trono riccamente ornato si profilava fastoso davanti ai loro occhi circondato da decine di persone radunate attorno al palco sfavillante e ...