Il momento che precede ogni sfida è quello che rivela a noi stessi la nostra indole più profonda, quella che a volte ci nascondiamo. Avere paura è normale. Anche sentirsi fragili. Ma non può finire tutto lì. Facciamo qualcosa con questo timore, usiamolo. È fondamentale saper trasformare la paura in energia meravigliosa, positiva, buona.
La mia prima chemio è stata un momento difficile. Mi sentivo all’inizio di una scalata faticosissima. Ma ho fatto di tutto per non soccombere, ci ho costruito sopra una storia, un racconto da fare a me stessa per ricordarmi che quel che stavo facendo andava fatto e non c’erano alternative. Da lì in poi ci sarei stata solo io, io e la mia forza d’animo.
Mi sono sempre ripetuta il mio mantra: tutto è possibile. Dunque posso farcela. Ci sono momenti in cui ogni energia non va sprecata nell’autocommiserazione ma convogliata verso le forze da mettere in campo.
Proprio come a Parigi: alla finale mancava pochissimo. Solo una manciata di ore si frapponeva tra me e quello che avevo sempre desiderato, per cui avevo lottato e lavorato, cercando di essere sempre più razionale, di perfezionare ogni aspetto fisico e mentale in un match, una vita tutta a ridurre imprecisioni e a temperare le mie possibilità, a non accontentarmi e ad affrontare a muso duro ogni salita, ad analizzare di continuo quel che facevo cercando di farlo sempre meglio: più concentrazione, meno sbavature, più energie e la calma che ti permette di essere presente e lucida per prendere le decisioni; uno sguardo implacabile su di me, vedermi da dentro e vedermi da fuori, e poi l’attivazione di dispositivi interiori, allenamento, sudore, mascelle serrate, denti stretti e battaglie, gioie, dolori, un appuntamento vicinissimo e poi rimandato, rimandato e di nuovo vicinissimo, sensazioni contrastanti, sensazioni di nuovo buone poi cattive… tutto vissuto con nel mirino sempre questa finale, questo momento.
E adesso quel momento era lì.
Nel corso degli anni, lungo tutta la mia carriera fino a quel letto su cui stavo piangendo, la finale era sempre stata con me. Mi era sembrato di essermela portata dietro fin dall’inizio, da quando avevo cominciato a giocare, da quando tiravo le palline contro il muro del cortile, a mano a mano che risalivo il ranking perché vincevo, o lo discendevo perché vincevano gli altri, sempre quel momento, ce l’avevo in testa, «il momento in cui giocherai la finale del tuo Roland Garros».
È stata quasi una prova prima della prova, perché era sempre davanti a me, sulle corde della mia racchetta gialla e nera – che mia madre non ha osato regalare a nessun parente – in allenamento e in campo durante ogni match, ci pensavo anche se ero lontana, e anzi, nei momenti in cui mi sembrava di lavorare per avvicinarmici e poi me ne allontanavo, ecco che era anche più vicina, giorno e notte, la linea rossa di tutti i miei sforzi, era come se fosse l’ombra di ogni mio pensiero, il rovescio di ogni mio diritto, lo giuro, non ho mai davvero pensato ad altro, e tutto era una corsa per arrivare lì, milioni di palline per arrivare lì.
Parigi, Porte d’Auteuil, terra rossa.
Ma quel che facevo ora era fissare il pavimento di una camera d’albergo bella e asettica.
«Cosa facciamo sul servizio? Perché lei serve molto bene.»
«Corrado, io pensavo una cosa…»
«Dimmi.»
«Ho sempre perso stando dieci metri fuori. Io domani…»
«Cosa vuoi fare?»
«Io gioco dentro il campo.»
Corrado e Stefano erano tesi. La concentrazione scolpiva i loro volti.
«Decisione impegnativa, Francesca.»
«Lo so. Ma sono sicura. Io entro e rispondo da dentro.»
A dire il vero, no, non ero sicurissima – non si può essere sicuri al cento per cento, mai.
Ma ero sicurissima – sì, al cento per cento – del contrario: cioè che nell’altro modo avrei perso. Così, invece, avrei scoperto se potevo vincere. È quando non prendi una decisione che non sai cosa succede. Quando non decidi, sei più facile preda dell’errore.
Così abbiamo fatto qualche scambio. Abbiamo provato e riprovato. Abbiamo parlato ancora un po’.
Finito l’allenamento, doccia e seduta osteopatica.
Rientro in camera e…
«Bonsoir. Est-il possible d’avoir une esthéticienne dans ma chambre?»
Ecco la prima cosa che non mi sarei mai aspettata da me: chiedere che qualcuno mi facesse la manicure. Io che non mi sono mai fatta toccare un’unghia in vita mia!
Alle sette e mezza ero in una camera d’albergo a Parigi e avevo le mie mani belle e perfette. Unghie con lo smalto trasparente.
Sono andata a dormire pensando: domani avrò una mano ordinata. Mi sono addormentata mentre lo raccontavo a me stessa: quando alzerò la coppa, avrò proprio una mano come si deve. E invece, la mattina dopo…
«Non riesco a fare la borsa, Giovanni.»
La notte non era andata benissimo. Ricordo di aver dormito pesantemente, ma senza continuità.
Giovanni Parmigiani, il mio coach mentale, era arrivato da poco. Ci eravamo salutati a colazione, quando ho cominciato a sentire che qualcosa non andava. Poi ero tornata in camera e si erano aperte le cateratte. Così l’avevo chiamato.
Mentre gli parlavo la borsa se ne stava lì, davanti a me, aperta, vuota. Sembrava farmi una domanda, cui io non sapevo rispondere.
Aspettavo che lui mi raggiungesse e facevo lo sforzo titanico di trattenermi. Un conto – pensavo – è stato farmi vedere incazzata o depressa nel suo studio, e un conto è qui, a poche ore dal match che aspetto da sempre.
Ma ogni sforzo era vano.
Quando è entrato in camera, Giovanni non mi ha detto niente. Si è seduto composto vicino a me. Eravamo uno accanto all’altra.
Per terra, davanti ai nostri occhi, la borsa aperta e vuota.
«Non andiamo, tranquilla. Non andiamo…» sono state le sue prime parole. E intanto, per fortuna, era calmo.
Poi, guardando un po’ me e un po’ la borsa, ha ribadito il concetto: «Non ci presentiamo. Non c’è alcun problema. Sei tu che hai voluto giocare a tennis, no? Sei tu che hai voluto arrivare fino a qui, giusto? E non era obbligatorio. Non è obbligatorio».
Io intanto mi soffiavo il naso.
E lui: «Dai, riprenditi. Tranquilla. Poi fai la valigia e basta. Tutto finito. Va bene così. Non ci sono problemi».
La borsa sembrava guardarmi. Non mi chiedeva più niente. Mi fissava e basta.
Giovanni rinforzava: «Francesca, davvero, come siamo venuti, ce ne andiamo…».
«Ah, una cosa…» ha aggiunto alla fine del suo discorsetto. «Piangi. Piangi pure. Nessun problema anche qui.»
È restato un’ora e venti da me. Dal corridoio, intanto, non un rumore. Non avevo nemmeno una cognizione precisa del tempo, e di che ore fossero.
Poi a un certo punto Giovanni si è alzato e mi ha detto: «Io adesso vado. Alle 11.30 qui sotto ci sarà una macchina. Tu facci sapere se andiamo in aeroporto o se andiamo a giocare la finale».
Quando è uscito, mi sono sentita sola davanti alla mia decisione.
A guardare la borsa, ancora e ancora. Fissarla. Non sapere cosa fare.
Avevo gli occhi roventi, rossi, lucidi come due uova sode. Non riuscivo a pensare a niente se non a fissare la borsa. Ma il tempo dei tentennamenti era finito.
Per un attimo, in quella borsa, mi sembrava ci fosse tutto: gli anni sui campi, gli anni lontano da casa, gli anni di lavoro. Il passato e il futuro. In quella borsa c’ero io e tutto quello che non mi è mai riuscito di raccontare alle persone che mi amavano, perché io ero lì per me, per me sola, ma loro mi avevano accompagnato sempre, e senza di loro, senza gli altri, senza tutti gli altri, non avrei avuto la forza di fare nulla, nemmeno di stare lì.
E all’improvviso, ecco che finivano le lacrime. Ecco che gli occhi si asciugavano. Ecco che il tempo si asciugava. E si ritirava. Ecco che intorno a me si faceva il vuoto. La corsa folle dei giorni, delle ore e dei minuti si fermava per la prima volta. E restavo io, sola, al centro, insieme al senso di quel che stavo per fare: giocare.
All’improvviso non c’erano più il passato e il futuro. All’improvviso mi sentivo rinascere, pulita e nuova, nell’attimo presente. E il presente ero io, lì, seduta sul letto, che fissavo quella borsa.
Mi sono alzata e sono andata in bagno. Mi sono sciacquata gli occhi. La mia faccia, nello specchio, mi guardava. E mi sembrava di vederlo, quel lampo in fondo allo sguardo. Mi sembrava di tornare a essere, lentamente, me stessa.
Nel frattempo era mezzogiorno passato. Erano tutti giù, ad aspettarmi, in apprensione nel furgoncino da almeno quaranta minuti, in un silenzio di piombo.
Ho cominciato a camminare su e giù per la stanza. «Vuoi andare in aeroporto o a giocare la finale?»
Ho preparato il completino da match. Poi le racchette. Mentre facevo la borsa, ho sentito che stavo rialzando il mento. Quella benedetta borsa: l’ho chiusa e me la sono caricata in spalla. Ho aperto la porta della camera e Stefano, senza dirmi niente, era lì. Mi ha guardato e mi ha infilato un paio di grossi occhiali neri.
Sono salita sul furgone, erano tutti zitti.
«Buongiorno.» Non ho aggiunto altro.
In quel momento cominciava la mia finale.
Arrivata allo stadio sono scesa nel tunnel, ho salutato tutti, ero concentrata con una forza naturale così profonda che sarebbe stato impossibile smuovermi anche solo di un millimetro.
E sentivo l’amore. Ne sono stata travolta. Ne ero piena. Amore per il presente, per quel che dovevo fare, per la mia vita che mi aveva portato fino a lì.
Ero l’amore in persona. Una forza quasi mistica e trascendente mi portava con sé.
Ho cominciato a scaldarmi. L’attesa ce l’avevo addosso, anche quella degli altri.
Stefano non diceva nulla ma era un grumo vivente di tensione. Ricordo che premeva una pallina dopo l’altra dentro i fori del muretto che delimitava lo spazio in cui stavo cominciando a scaldarmi.
Corrado taceva.
Il tempo mi era amico, tutto girava come avrebbe dovuto e io ero al centro esatto del significato di me stessa e di ogni cosa. Chi avrebbe potuto sfrattarmi da lì?
«Non abbiamo più il campo, è tardi.»
«Pazienza.»
Con Corrado abbiamo fatto il punto tattico. Stefano mi asp...