Come nascono gli incendi
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Come nascono gli incendi

  1. 348 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Come nascono gli incendi

Informazioni su questo libro

Guardi fuori dalla tua camera e vedi palazzi identici al tuo. Li guardi e ti immagini che da un momento all'altro vedrai sbucare dietro una finestra una famiglia esattamente uguale alla tua. Sono felici, ancora uniti, nessuno è scappato via, e nel corpo di tua madre non ci sono cellule impazzite che la stanno uccidendo.

Peccato che quella famiglia non esista. E che, dal momento in cui tua madre, la stramba, dolce, arrabbiata Adele, pronuncia quella parola di sei lettere, tu ti senta perduto, come un biglietto dell'autobus dentro la tasca di un vecchio giubbotto messo via per l'estate. Perché tu lo sai già: quella parola è una bomba atomica che raderà al suolo quel poco che funzionava nella vostra vita e vi farà sentire tremendamente soli. Soprattutto te. E non ti basterà dirti che quello che le sta accadendo potrebbe farti apparire più interessante agli occhi della gente, soprattutto delle ragazze. Non ti basterà avere accanto Rachele, la tua migliore amica e il tuo sogno più dolce, né Ismail, il fratello che nessuno vorrebbe e che tu hai scelto come migliore amico. Non basteranno nemmeno più le vostre serate al distributore di benzina ad ascoltare musica e a parlare di tutto e di niente. Perché le vostre insicurezze vi allontaneranno ogni giorno di più. Perché nessuno vi ha insegnato cosa sentire o dire in una situazione del genere. E allora non ti rimane altro che affrontarlo, il tuo incendio. E anche se spesso, dopo, non restano che macerie, forse stavolta, superato il dolore che ti sta facendo a pezzi il cuore, potresti anche scoprire che non sei mai stato davvero solo e che la tua, la vostra vita andrà avanti e avrà un senso, nonostante tutto.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2020
Print ISBN
9788804728061
eBook ISBN
9788835704843

1

Il parcheggio del Burger King sembra il set di un brutto film. Stiamo mangiando nuggets e bevendo Coca-Cola. Ismail è seduto come un pollo infreddolito sugli scalini, Rachele guarda il cellulare e risponde ai messaggi su WhatsApp. Sono geloso di tutti quelli che le scrivono sul telefono. Anche se sono parenti, o profili falsi. O programmi di spam. O testimoni di Geova. O virus.
I lampioni colorano tutto di arancione e a lei tremano le mani.
«Sei un’asociale» le dice Ismail facendo finta di tremare come lei.
Rachele non alza lo sguardo dallo schermo e non risponde. La vetrina del Burger King è piena di corone e hamburger stilizzati, nel riflesso sembriamo acquosi, non esistiamo realmente.
«Avete sentito del professore di matematica?» fa Rachele mettendosi le mani e il cellulare in tasca.
«Chi? Martadammiilcellularecosìmiguardoletuefotonuda?» chiediamo in stereo io e Ismail.
«Ha il cancro alla prostata.»
Cristo santo, penso, ma non dico nulla perché mi sento già una merda per quello che abbiamo appena detto.
«Dov’è la prostata?» domanda Ismail.
Ci guardiamo e nessuno lo sa di preciso.
«Credo vicino all’uccello» fa Rachele, poi continua: «Glielo sfonderanno con le radiazioni».
«Ma perché devi dire cose così?» chiedo mentre sento un formicolio in mezzo alle gambe.
«Non potrà più masturbarsi sulle foto di Marta» fa Ismail.
Marta di seconda B ha messo in giro la voce che le mancavano alcune foto dopo che MDC le aveva sequestrato il cellulare. Foto dove era in mutande e reggiseno. Non ci siamo mai chiesti se questa cosa avesse un senso, non ci siamo chiesti perché le foto sono sparite. Nessuna indagine sulla credibilità di Marta, anche se è una che dice che Ayub ha l’Aids o che una volta ha incontrato Beyoncé da Zara in centro. Da quel giorno per la scuola intera lui è diventato MDC, e tutte le variazioni sul tema: Martadammiilcellularechemicimasturbosopra, Martadammiilcellularechemelomettoneipantalonielofacciovibrare, Martadammilcellularechesonosingleehovogliadiscopare. E la mia preferita: Martadammituttiituoidispositivichevogliofareunagangbang.
Vorrei dire di esserne l’autore, ma non è così.
«Comunque è uno schifo avere il cancro» dico.
«Il mondo deve sembrarti spappolato» risponde Rachele. «Voglio dire, hai una roba addosso che non sai nemmeno cos’è, le tue cellule sono tutte malate e possono ucciderti da un momento all’altro. Ti stai ammazzando da solo, praticamente.»
«Rachele, smettila.»
Ismail non parla mai di morte, a otto anni ha visto un tipo buttarsi di sotto da un palazzo nel quartiere di casa sua, dice che la pozza di sangue andava fin sotto alle macchine e scolava nelle fogne come pioggia rossa. Viveva nel suo stesso palazzo, uno di quei tipi silenziosi che sono dei geni oppure dei fulminati capaci di saltare dal quarto piano. Lui era uno fulminato. Ismail dice che non è più stato lo stesso da quel giorno, ma secondo me ne ha solo sentito parlare e ci sta ricamando sopra. Tutti vogliono avere una storia così da raccontare.
«Io se avessi il cancro alla prostata mi scoperei tutte le ragazze della nostra scuola prima che mi smetta di funzionare» dice Ismail.
«Io mangerei solo kebab, mi ucciderei così.»
«Io andrei in Alaska.»
«Ma tu non hai la prostata» cerco di precisare.
«Chi te lo dice?»
«Qui c’è scritto che è una ghiandola dei maschi» faccio alzando il cellulare davanti alla sua faccia.
«Secchione di merda.»
«Non sono secchione.»
Ma lo dico proprio come un secchione, guardo Ismail per chiedere aiuto, ma lui sta guardando dentro il bicchiere vuoto della Coca. Sono un secchione, nessuno vuole scoparsi uno come me, Rachele soprattutto. Vorrei dire una cosa da maschio per lei, qualcosa di duro che non mi faccia sentire come una crocchetta di pollo di Burger King.
«Dovremmo aiutarlo in qualche modo.»
Mi chiedo cosa sto dicendo.
«Allarme omosessualità!» fa Ismail.
Rachele mi guarda, ride, e io mi sento una crocchetta di pollo.
«Volevo dire che forse si sentirà solo.»
«Questo è supergay.»
Rachele ci dice di smetterla, e in quel momento una macchina della polizia si ferma davanti a noi con il finestrino abbassato.
«Andate a letto» ci dice il poliziotto sul lato del passeggero col pizzetto e il sorriso di un giocatore di calcio depravato.
Noi ci guardiamo, mi irrigidisco, odio queste situazioni.
«Tra un po’ andiamo» risponde Rachele rimettendosi a guardare il cellulare.
«Togliti quel cappello quando parli con noi.»
«Non è un cappello, è un hijab.»
«Toglilo.»
«È vietato mangiare da Burger King con il velo?» Rachele si volta verso di noi e sottovoce dice: «Lo sapevo che non dovevo mettermelo».
«Stai cercando guai?»
Ormai è una conversazione a due, io e Ismail siamo terrorizzati, ci piacerebbe essere i tipi che intervengono in queste situazioni, come due maschi. Invece siamo solo nuggets.
«Tu che cazzo ci fai con loro?»
«Dici a me?» chiedo al poliziotto che adesso mi sta fissando.
L’altro è seduto al volante e non dice una parola.
In queste situazioni mi succede una cosa strana, mi blocco, comincio a fissarmi su delle cose assurde e non riesco più a parlare. Non è che non so più cosa dire, sono pieno di cose da dire, solo che per esempio mi viene da pensare che non so più deglutire, e allora mi fisso su questa cosa e diventa impossibile parlare, mi sento la gola bloccata, mi si appannano gli occhiali per il respiro, credo di morire o di avere una malattia degenerativa. E non dico niente. Ho guardato su Internet, su Wikipedia c’è scritto che potrebbe essere una fobia sociale. Avevo scritto “difficoltà a deglutire”, ma avevo trovato Sla e distrofia muscolare, sono stato male per giorni convinto di essere praticamente morto, ho scritto anche una specie di testamento, poi ho messo “pensiero ossessivo sul deglutire” ed è venuto fuori che ho una fobia sociale accompagnata da disturbi ossessivo-compulsivi. Come i tipi che aprono le maniglie del bagno con i gomiti e si lavano le mani ogni dodici minuti, io sono così.
«Che ha il vostro amico, perché non parla?»
Il poliziotto non molla, e finalmente parla anche il collega al volante: «Non è che lo avete rapito voi musulmani?».
Nella mia testa un’astronave musulmana mi rapisce con un raggio di luce come nei vecchi film di fantascienza. Rachele scoppia a ridere e la Coca-Cola le esce dal naso finendo sulla sua felpa viola, io nel frattempo ne approfitto per deglutire.
I poliziotti scendono e ci chiedono per la seconda volta se stiamo cercando guai, Ismail fa di no con la testa, uno di loro ci chiede di aprire gli zaini ed escono fumetti, matite, pennarelli e altra roba per disegnare. Da quello di Rachele escono anche delle medicine e le stesse pillole che usava mia sorella per non restare incinta. Il poliziotto le prende e le osserva per qualche secondo.
«È droga?»
Ci guardiamo, probabilmente stiamo pensando in contemporanea che è uno scherzo.
Ma vogliamo andare a casa, oppure tornare dentro Burger King dove l’odore di fritto è rassicurante e non esistono le volanti e i poliziotti che ti fanno aprire lo zaino e scambiano un anticoncezionale per della droga. Un pensiero mi trapassa la testa: Rachele prende la pillola.
«Guarda che fumetti da sfigati» dice uno dei due razzolando tra la roba vomitata dal mio zaino.
Vorrei che Punisher fosse davvero qui e li facesse a pezzi ridipingendo la vetrina di Burger King con il loro sangue.
«Andiamo che questi la droga non l’hanno vista nemmeno nei film.»
E se ne vanno dopo aver riportato l’ordine in città. Ismail gli grida dietro: «Meglio non aver mai visto la droga che la fica come voi!».
Le nostre labbra sono incollate, dopo un po’ ci salutiamo, cerco di convincermi che Rachele ha un ciclo irregolare mentre cammino verso casa e i vetri delle macchine mi riflettono deforme. Il pensiero di lei che fa sesso con qualcuno mi si pianta nella testa e non riesco a cancellarlo.
Quando apro la porta di casa la luce è accesa e mia mamma è seduta al tavolo in silenzio. Ha i capelli legati in una coda e il neon la fa sembrare pallida. La televisione è spenta e c’è il solito disordine tutto intorno a lei. Casa nostra è una scena del crimine in cui nemmeno le migliori teste delle migliori Scientifiche di tutto il mondo riuscirebbero a trovare una prova. Non c’è una bella atmosfera, le tremano le mani come a Rachele, ma in casa non fa freddo, mi chiede di sedermi per parlare.
Non hanno l’aria di essere belle notizie, non c’è l’atmosfera da: ho vinto un biglietto della lotteria e siamo milionari, o cose del genere.
No.
Infatti dice soltanto: «Mi hanno trovato un nodulo al pancreas, è un tumore».
E poi piange, forte, come se stesse per andare in pezzi.
Non sono spaventato.
Mi dissolvo in trilioni di molecole dentro la nostra cucina e divento un tutt’uno con i mobili e il soffitto. Ma il mio corpo è sempre tutto intero.
Penso a mio padre nel suo letto prima che morisse e ai pomeriggi passati a guardare le flebo scivolare dentro il suo braccio magro.
Penso al professore di matematica.
Mi chiedo con chi faccia sesso Rachele.
Penso che succederà come a Nick Miller di “New Girl” nella prima stagione, quando i medici gli dicono che ha un tumore e allora finisce con i suoi amici al mare dove si mette a urlare e a fare il bagno nudo di notte e la mattina dopo i medici gli dicono che non era vero e che sta bene.
Penso che mia madre sarà felice, me la immagino con i suoi amici al mare, ridere e commuover...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. COME NASCONO GLI INCENDI
  4. Ludovica
  5. 1
  6. 2
  7. 3
  8. Adele
  9. 4
  10. Rachele
  11. 5
  12. 6
  13. Ismail
  14. 7
  15. 8
  16. Ismail
  17. 9
  18. Rachele
  19. 10
  20. 11
  21. 12
  22. Adele
  23. 13
  24. Rachele
  25. 14
  26. Adele
  27. 15
  28. Adele
  29. Ismail
  30. 16
  31. 17
  32. Rachele
  33. 18
  34. 19
  35. Adele
  36. 20
  37. Rachele
  38. 21
  39. 22
  40. 23
  41. 24
  42. 25
  43. 26
  44. Ismail
  45. 27
  46. Rachele
  47. Ismail
  48. 28
  49. Ismail
  50. 29
  51. Ludovica
  52. Ludovica
  53. Ringraziamenti
  54. Copyright