Gideon la nona
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Gideon la nona

  1. 456 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Gideon la nona

Informazioni su questo libro

Gideon la Nona di Tamsyn Muir ci svela una galassia di duelli a fil di spada, spietati giochi di potere e necromanti lesbiche. I suoi personaggi saltano fuori dalla pagina, magistralmente animati come arcani redivivi. Allevata da ostili monache calcificate, valletti vetusti e un'infinità di scheletri, Gideon è pronta ad abbandonare una vita di schiavitù - nell'aldiquà - e una da cadavere rianimato - nell'aldilà. Prenderà la sua spada, le sue scarpe e le sue riviste zozze e si preparerà a un'audace fuga. Ma la nemesi della sua infanzia non la lascerà di certo andare senza chiederle qualcosa in cambio. Harrowhark Nonagesimus, Reverenda Figlia della Nona Casa e prodigio della magia ossea, è stata convocata. L'Imperatore ha invitato tutti gli eredi delle sue fedeli Case a prendere parte a un torneo all'ultimo sangue fatto di astuzia e abilità. Se Harrowhark avrà successo, diventerà un'onnipotente servitrice immortale della Resurrezione; ma nessun necromante può ambire all'ascensione senza un paladino. Senza la spada di Gideon, Harrow fallirà e la Nona Casa morirà. Chiaro, ci sono sempre cose che è meglio se restano defunte.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2020
Print ISBN
9788804723639
eBook ISBN
9788835705529

ATTO QUARTO

26

FIANCO A FIANCO, GLI adolescenti della Quarta vennero adagiati per il loro inquieto riposo nell’obitorio, accanto agli adulti che avevano così definitivamente fallito nel prendersi cura di loro. Qualcuno (in che modo? Era un mistero) aveva preso il corpo freddo dalle braccia di Gideon (che aveva estratto le lance da quei fori tremendi e aveva riportato indietro Jeannemary?) e tantissime persone le avevano rivolto tantissime parole, nessuna delle quali era riuscita a far breccia nella sua memoria a breve termine. Con l’occhio della mente aveva visto anche Maestro, che pregava sulle spoglie disfatte di Isaac Tettares, e da qualche parte c’erano anche Harrowhark e Palamedes, che estraeva un frammento di chissà che cosa dal cadavere di Jeannemary la Quarta con un paio di pinzette. Erano immagini confuse e prive di contesto, come in un sogno.
Ma una cosa se la ricordava: Harrowhark che le diceva «idiota che non sei altro… imbecille… stupida che non sei altro», con tutto l’antico disprezzo della nursery della Nona Casa che riemergeva, fresco come se fossero ancora là. Harrow l’architetta, che incedeva per i corridoi del Drearburh. Harrow la nemesi, spalleggiata da Crux. Per cosa in particolare Harrow la stesse rimproverando non era chiaro, ma indipendentemente dal motivo, se lo meritava. Gideon si era sottoposta al resto della tirata della sua necromante tenendosi la testa fra le mani. E poi Harrowhark aveva stretto i pugni, aveva sbuffato forte dal naso, e se n’era andata.
L’unica cosa che le era sembrata sensata era stata finire nella stanza imbiancata dove tenevano Dulcinea, seduta da sola in poltrona, e là si era grattugiata gli occhi con un’ora di pianto. Qualcuno le aveva pulito i tagli con una roba vermiglia, catramosa e puzzolente, e ogni volta che un granello errante di sale le toccava le ferite sentiva un male del diavolo e un odore sgradevole. Si compatì, e compatirsi non faceva che annacquarle ancora di più gli occhi.
Dulcinea Septimus era la persona giusta a cui offrire un tale spettacolo. Non le aveva detto: “Starai meglio” perché a Dulcinea mancava la capacità polmonare per soffermarsi sui luoghi comuni; si limitava a star seduta, sorretta da tipo quindici cuscini, con la mano esile e incandescente posata nel palmo di Gideon. Aveva aspettato che Gideon smettesse di sbattere forsennatamente le palpebre e poi aveva detto: «Non c’era nulla che tu potessi fare.»
«Col cazzo che non c’era niente che avrei potuto fare» disse Gideon. «Ho pensato a tutto quello che avrei dovuto fare. Ci sono tipo cinquanta cose che avrei potuto fare e non ho fatto.»
Dulcinea le rivolse un sorriso sbilenco. Aveva un aspetto tremendo. Mancavano poche ore all’alba e la luce mattutina le tingeva di grigio i riccioli color biscotto e la pelle sbiadita. Le sottili venuzze verdi sul collo e sui polsi sembravano terribilmente prominenti, come se la maggior parte della sua epidermide si fosse già squagliata. Quando respirava, il rumore era quello di un condizionatore d’aria pieno di crema pasticcera. Aveva le guance accese, di una brillantezza errabonda da scoria rovente.
«Oh, avrei potuto… avrei dovuto…» le disse. «A furia di avrei potuto e di avrei dovuto bisognerebbe tornare indietro alla settimana scorsa… e così via, fino al grembo materno. Io avrei potuto tenermi qui Pro, o sarei dovuta andare con lui. Posso tornare indietro e far succedere le cose alla perfezione, se penso a quello che avrei potuto o avrei dovuto fare. Ma non l’ho fatto… e nemmeno tu l’hai fatto… ed è così che stanno le cose.»
«Non lo posso sopportare» disse Gideon con sincerità. «È una tale marea di cazzate.»
«La vita è una tragedia» disse Dulcinea. «Chi muore ci lascia qui, senza la possibilità di cambiare un bel niente. È la totale mancanza di controllo… una volta che qualcuno muore, il suo spirito è libero per l’eternità, anche quando proviamo ad afferrarlo, a intrappolarlo o a usare l’energia che crea. Oh, so bene che a volte ritornano… o possiamo richiamarli, alla maniera della Quinta… ma persino quell’eccezione alla regola dimostra la loro superiorità su di noi. Vengono soltanto quando li imploriamo. Una volta che qualcuno muore, non possiamo più trattenerlo, grazie a Dio! – a eccezione di una persona, ma lui è molto lontano da qui, penso. Gideon, non dispiacerti per i morti. Sono convinta che la morte debba essere un trionfo assoluto.»
Gideon non riusciva ad accettarlo. Jennemary era morta come un cane mentre Gideon schiacciava un pisolino, e Isaac era stato ridotto a un grosso colabrodo adolescente; voleva dispiacersi per loro per l’eternità. Ma prima che potesse dar seguito a queste conclusioni, un attacco di tosse che riempì all’incirca due fazzoletti e mezzo aggredì Dulcinea. Il contenuto di quei fazzoletti spinse Gideon a invidiare i morti, per non parlare di Dulcinea.
«Troveremo il tuo paladino» le disse, cercando di apparire risoluta e fallendo in maniera così spettacolare da stabilire un nuovo record.
«Voglio solo sapere cos’è successo» fece Dulcinea con amarezza. «Quella è sempre la parte peggiore… non sapere cos’è successo.»
Gideon non era certa di poter accettare neppure quello. Vivere senza sapere esattamente quello che era successo, in una traballante foschia rosso-violacea, l’avrebbe riempita di devota gratitudine. Ma è anche vero che la sua mente continuava a scuoiarsi da sola al pensiero di Magnus e Abigail, là sotto al buio, da soli – al pensiero del quando e del come; si chiedeva se Magnus avesse o meno guardato sua moglie che veniva assassinata così come Jeannemary era stata costretta a guardare Isaac. Pensò: “È stupido che un paladino debba veder morire il suo necromante”.
Gideon si sentì bollente, vuota e desiderosa di combattere. Disse, senza crederci davvero: «Se vuoi che Silas Octakiseron ti ridia le chiavi, posso cercarlo io per te».
La tosse si trasformò in una risata gorgogliante. «No» disse Dulcinea. «Gliele ho cedute liberamente, di mia spontanea volontà. Che cosa dovrei farmene ormai?»
Gideon domandò senza giri di parole: «Ma perché hai scelto di prendere parte a tutta questa faccenda?».
«Intendi, nonostante io stia morendo?» Dulcinea le rivolse un sorriso friabile, ma accompagnato da una fossetta. «Non si tratta di un ostacolo assoluto. La Settima Casa ritiene che le mie condizioni siano un vantaggio. Volevano addirittura che mi sposassi e trasmettessi i miei geni… io! I miei geni non potrebbero essere peggiori di così – anche se la mia discendenza potrebbe sempre produrre della poesia, in futuro.»
«Non capisco.»
La donna di fronte a lei cambiò posizione, sollevando la mano per scostarsi dalla fronte qualche ciocca color cerbiatto. Ci mise un po’ a risponderle. Poi le disse: «Quando non ce l’hai in una forma troppo pesante – quando puoi vivere fino ai cinquanta, magari – quando il tuo corpo muore gradualmente, dall’interno all’esterno, quando le tue cellule sanguigne ti mangiano viva, perennemente… che gran necromante che diventi, Gideon la Nona. Un generatore ambulante di thanergia. Se trovassero un qualche modo di cristallizzarti alla fase in cui sei quasi tutta cancro e solo una frazioncina di donna, lo farebbero! Ma non possono. Si dice che la mia Casa ami la bellezza – la amavano e la amano – e c’è una certa bellezza in una morte splendida… nel consumarsi… mezzi morti, mezzi vivi, nel massimo fulgore del tuo regale potere».
Il vento fischiò, esile e solitario, contro la finestra. Dulcinea cercò a fatica di sollevarsi sui gomiti prima che Gideon potesse fermarla, e le domandò: «Ho l’aspetto di una che ha raggiunto il picco del suo regale potere?».
Di fronte a una domanda del genere sarebbero venuti i sudori freddi a chiunque. «Ehm…»
«Se mi dici una bugia ti mummifico.»
«Sembri un secchio dell’immondizia.»
Dulcinea si rimise giù, ridacchiando nervosa. «Gideon» proseguì, «ho detto alla tua necromante che non voglio morire. Ed è vero… ma sto morendo da diecimila anni, da come la percepisco io. Più che altro, non mi andava di morire da sola. Non volevo che mi nascondessero da qualche parte. È orribile essere relegati via e sparire… la Settima mi avrebbe rinchiusa in una bellissima tomba senza mai più nominarmi. Non volevo dar loro questa soddisfazione. Allora sono venuta qui, quando l’Imperatore ha chiesto di me… perché lo desideravo… anche se sapevo bene che sarei venuta qua a morire.»
Gideon disse: «Ma io non voglio che tu muoia» e si rese conto, un secondo dopo aver finito la frase, di averlo detto ad alta voce.
Chiuse pollice e indice attorno alla sua mano. Il blu profondo dei suoi occhi era luminoso – troppo luminoso; era una lucentezza bagnata, calda e brillante – e Gideon prese quelle dita tra le sue, con grande cautela. Le sembrava che anche la più leggera delle pressioni avrebbe ridotto Dulcinea in polvere, come le ossa più antiche conservate nel reliquiario della Nona Casa. Sentiva il cuore indolenzito e tenero; il cervello indolenzito e secco.
«Non è nei miei piani, sai?» le disse Dulcinea, anche se ora la sua voce si era fatta più flebile, come acqua versata nel latte. Chiuse gli occhi con un sospiro ghiaioso. «Probabilmente vivrò per sempre… mio malgrado. Che ne è stato di una carne, una fine?»
«Ho già sentito queste parole» disse Gideon, senza avere idea di dove le avesse lette. «Cosa significano?»
L’altra sgranò gli occhi blu.
«Non ti suonano familiari?»
«Dovrebbero?»
«Be’» cominciò Dulcinea con calma, «avresti dovuto recitarle alla tua Reverenda Figlia il giorno in cui hai prestato giuramento, votandoti di servirla come sua paladina, e lei avrebbe dovuto ripeterle a te… ma tu non hai mai fatto niente del genere, vero? Non sei stata addestrata secondo la tradizione della Casa del Sepolcro Sigillato, e non somigli per niente a una monaca della Nona Casa. E combatti come… non saprei. Non sono nemmeno sicura che tu sia cresciuta nella Nona Casa.»
Gideon appoggiò il capo alla testiera del letto e rimase lì, per un po’. Quando aveva pensato a quel momento, si era aspettata di sprofondare nel panico. Le scorte di panico erano esaurite. Era stanca, e basta.
«Sgamata» disse. «Sono stufa di fingere, quindi sì. Ci hai preso, quasi su tutto. Sai già che sono la paladina più fasulla che abbia mai provato a spacciarsi per paladina. Il vero paladino soffriva di ipertiroidismo cronico ed era anche un cazzo moscio totale. Sono due mesi che faccio finta di ottemperare ai suoi doveri. Sono una paladina farlocca. E non potrei cavarmela peggio di così.»
Il sorriso che ricevette in risposta era privo di fossette. Era stranamente tenero – Dulcinea dimostrava sempre una strana tenerezza nei suoi confronti – come se condividessero da sempre chissà quale succulento segreto. «Ti sbagli» le disse. «Se proprio vuoi sapere come la penso… penso che tu sia una paladina degna di un Littore. Vorrei vederti, vorrei vedere che cosa diventerai. Mi domando se la Reverenda Figlia abbia davvero compreso cos’ha per le mani.»
Si scambiarono un’occhiata, e Gideon sentì di aver sostenuto quello sguardo di un blu chimico troppo a lungo. La mano di Dulcinea era incandescente, sulla sua. Ora l’antico panico della confessione sembrò riaffiorare – l’adrenalina, in fondo alle sue viscere, stava riguadagnando terreno – e, proprio in quel momento così opportuno, la porta si spalancò. Palamedes Sextus entrò con quel suo borsone nero pieno di merdate assurde, si sistemò gli occhiali e soppesò per qualche secondo di troppo il livello di prossimità delle loro mani.
Nel suo tono c’era qualcosa di tragicamente discreto, distaccato e poco Palamedesiano quando disse: «Sono venuto a vedere come stavate, tutte e due. È un brutto momento?».
«No, anche se io schiodo… è ufficiale» disse Gideon, ritirando di scatto la mano. Erano tutti incazzati con lei, il che era fantastico, anche se non era possibile che fossero più incazzati di lei. Si alzò in piedi e roteò il collo finché tutte le giunture scattarono e scrocchiarono ansiose e fu sollevata di scoprire che aveva ancora la spada allacciata al fianco. Squadrò Palamedes sentendosi polverosissima e colpevole. «Torno ai miei alloggi. No, sto bene, piantala. Grazie per l’unguento, ha proprio un magico odore di piscio.»
«Per l’amor di Dio, Nona» disse Palamedes spazientito, «rimettiti a sedere. Devi riposare.»
«Prova un po’ a fare mente locale su quell’altro pisolino che mi sono goduta poco tempo fa. Eh, già. No, grazie.»
«Non è nemmeno un unguento, è un balsamo medicamentoso. Vorrei ricordarti che Cam ha estratto venti schegge ossee dalla tua persona e ha detto che ne restavano almeno un’altra dozzina…»
«Può tirarmele fuori Nonagesimus… o magari no» aggiunse Gideon, agitandosi un po’. «Potrei lasciarle lì dove sono, finché non avrò finito di far ammazzare tutti quanti, giusto?»
«Nona…»
Si concesse di piantare in asso il Guardiano della Sesta, sbandando lungo il corridoio come una bomba. Era all’incirca la maniera meno dignitosa di concludere una conversazione perfet...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. GIDEON LA NONA
  4. DRAMATIS PERSONAE. In ordine di apparizione delle Case
  5. ATTO PRIMO
  6. ATTO SECONDO
  7. ATTO TERZO
  8. ATTO QUARTO
  9. ATTO QUINTO
  10. Epilogo
  11. Ringraziamenti
  12. Copyright