Tiny Pretty Things. La perfezione ha un prezzo
eBook - ePub
Disponibile fino al giorno 13 Jan |Scopri di più

Tiny Pretty Things. La perfezione ha un prezzo

  1. 432 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Gigi, Bette e June sono tre ragazze estremamente diverse. Le accomuna un'unica passione: ballare. Ma all'American Ballet Conservatory, la prestigiosa scuola di danza di Manhattan, non è sufficiente essere bravi, serve essere i migliori. E per farlo, a volte, è necessario giocare sporco. Lo sa bene Gigi, l'unica ballerina nera della scuola, spirito solare e libero, che inizia a subire pesanti episodi di bullismo. La colpevole potrebbe essere la perfida Bette, che per ottenere la parte di prima ballerina e per uscire dall'ombra della famosa sorella étoile farebbe davvero di tutto. Oppure potrebbe essere June, che non riesce a mangiare senza vomitare e che è stanca di essere sempre la "seconda scelta". Ma ci sono anche Alec, che ha un legame strano con Bette; Henry, affascinate e misterioso; e William, che fatica a rivelarsi per chi è davvero.
Non ci sono amici, non ci sono nemici, ciò che conta è danzare meglio di chiunque altro, raggiungere la vera perfezione a qualunque costo.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2020
Print ISBN
9788804718444
eBook ISBN
9788835705314
ATTO II

Stagione primaverile

20

Bette

La lista del cast è uscita ventiquattr’ore fa e nel frattempo ho già preso cinque pasticche – quelle nuove. Non mi importa degli effetti collaterali: il cuore che batte all’impazzata, il tremito alle mani e la bocca secca. Posso sopportarli perché ho bisogno di quella roba, della sensazione di pace mista a quella di maggiore concentrazione. Il signor K ha esposto l’elenco in super anticipo rispetto agli altri anni – l’ultima settimana di gennaio anziché metà febbraio. Ha detto che così avremo più tempo, ma è stata una decisione sbagliata. E, adesso, durante le prove, non riesco a pensare ad altro: la mia vita sta andando in rovina.
Però le pasticche mi permettono di ballare come se il pavimento fosse il fuoco e io le fiamme. Non che qualcuno ci faccia caso, è chiaro. I russi hanno smesso di seguirmi con attenzione. Puff, all’improvviso, dopo tutti questi anni. E Alec non fa altro che accarezzare le spalle di Gigi, durante le prove. Immagino significhi che ora stanno ufficialmente insieme.
Eleanor non mi è d’aiuto. Fa stretching e si guarda allo specchio quasi non si fosse mai vista prima. E forse è così, perché è cambiata. Deve aver perso oltre due chili durante le vacanze invernali e sulle gambe le sono spuntati dei muscoli che non credevo esistessero. Invece le mie vacanze sono state una delusione totale. Ho passato ore e ore a rimbambirmi davanti alla tv, cercando di non ingozzarmi con le schifezze ipercaloriche che mia madre tiene in cucina. Però mi sono allenata in palestra con Adele e il suo personal trainer. E mia madre ha pagato una delle mie ex maestre di balletto – licenziata dal conservatorio per volere del signor K – perché venisse a darmi lezioni ogni giorno.
Quando termina la sessione, sto tremando: sono esausta e arrabbiata, e un po’ è anche per le pasticche. Prima che Morkie esca, le faccio un cenno con una mano, ma lei non fa in tempo a ricambiare, o a fare qualche apprezzamento sulla mia precisione oppure sul chiletto che ho smaltito durante le vacanze, perché Gigi la ferma e inizia a blaterare e ad agitare le mani, quasi fosse lei ad avere assunto la pozione della super velocità. Alec se ne va e non riesco a parlargli: non mi aspetta come faceva prima.
Nessuno mi aspetta. Eleanor deve essere già in qualche sala prove, e non riesco a sopportare il mio riflesso in questi specchi un minuto di più. Esco, ma fra la sala A e gli ascensori mi blocco all’improvviso. Mi appoggio al muro, cercando di riprendermi. Di solito, dopo le prove molto lunghe andavo in camera da Alec o a guardare un film con Eleanor, oppure mi mettevo a cercare gare e corsi intensivi di danza per l’estate. O, ancora meglio, me ne stavo a sognare di interpretare quei ruoli che mi spettavano da anni.
Adesso non posso fare nessuna di queste cose. Mi chino, slaccio le scarpe da punta e le tolgo. Poi è la volta delle bende. Mi massaggio le dita dei piedi. Mi fanno male, dopo così tante ore di allenamento.
Subito, le mani corrono al medaglione che adesso è vuoto, e i pensieri sprofondano in un luogo oscuro, dove c’è il mio peggiore incubo: essere una mediocre, una qualsiasi del corpo di ballo, nessuno. Il brusio degli studenti che stanno uscendo in corridoio non può competere con il rumore nella mia testa, e nemmeno mi accorgo di Henri, lì accanto a me.
«Andiamo a provare» dice. Mi afferra per un polso – che mi fa un po’ male – e mi strattona. Mi riporta alla realtà.
«Eh? No, non credo proprio.» Mi divincolo, ma sento di nuovo male al polso.
«Potrei insegnarti un paio di cose» insiste cercando di afferrarmi di nuovo, come se potesse toccarmi senza alcun permesso. «Fattene una ragione.»
«E di cosa?» Sto sudando. Il body nero mi si incolla alla schiena e allo stomaco, la calzamaglia pizzica e sento i muscoli bruciare. Non posso dimenticarmi ciò che mi ha detto, ciò che dice di sapere su Cassie.
«Di non avere ottenuto la parte che volevi» mi dice come fossimo amici, e gli dispiacesse per me. Quando Adele ha saputo che ero stata scartata di nuovo, mi ha detto di tenere un basso profilo, di continuare a lavorare sodo, di cercare oppurtunità e che i cast cambiano molto in fretta, come dei vortici. Mia madre, invece, ha minacciato di mandarmi in un altro conservatorio, di fare licenziare il signor K e di ritirare le donazioni degli Abney. Ma stavolta ho deciso di provare a dare retta a Adele, l’unica che ha ottenuto proprio quello che vorrei io.
«Dai, andiamo a divertirci un po’. Ecco cosa manca nel tuo modo di ballare» dice Henri incrociando le braccia al petto, con un sorriso. Le sue fossette sono profonde, e i suoi bicipiti molto evidenti, per un istante capisco cosa Cassie trovasse di tanto attraente in lui. È esattamente come appare su tutte le riviste di danza; ora posso guardarlo bene, tanto non sono più la ragazza di Alec.
«L’ultima cosa che vorrei fare è andare da qualche parte con te» rispondo secca, chiedendomi se si sia scordato che non gli ho mai rivolto la parola durante le prove del nostro pas, comunicando con lui solo attraverso i sostituti del secondo anno. Devo ricordarmi che non me ne frega niente che lui sia famoso, né di quanti contratti pubblicitari abbia ottenuto. Non è nessuno, anche se, forse, sa qualcosa che potrebbe rovinarmi completamente.
«Non dovresti essere così sgarbata» dice con quel sorrisino evidenziato dalle fossette. «Non ti dona e ti fai solo dei nemici.»
Il mio sguardo lo oltrepassa, come fosse invisibile, come se le cose che ha appena detto fossero solo un ronzio di sottofondo. Gli volto le spalle per andarmene.
«Il tuo atteggiamento mi fa venire voglia di spifferare tutto.» L’accento francese fa risaltare la sua irritazione.
«Tu non sai niente di me» ribatto voltandomi appena.
«E invece sì.» Indica il soffitto. «Lo sai che ci sono delle telecamere? E anche nelle sale prove... anche nella B.»
Avverto una specie di scossa elettrica: mi attraversa il corpo dalla punta dei piedi fino allo stomaco, e lì si stringe in una morsa.
«Lo sai che registrano tutto e possono anche estrapolare le conversazioni?» mi incalza.
Sento le lacrime pronte a sgorgare, calde, colme di rabbia. Giro su me stessa per tornare indietro e affrontarlo a muso duro, senza mostrare alcun cedimento.
«Cos’hai detto?»
«Mi sembra di avere finalmente ottenuto la tua attenzione» risponde.
«Tu non sai niente.» Il tono della mia voce è identico a quello di mia madre quando litigava con papà. «Non ci sono telecamere. Io sono qui tipo... da sempre. Non credi che ne sarei al corrente?» Non ne sono del tutto sicura, però.
«C’è un locale francese» dice Henri. «Nell’East Village. Mi servono del vino, se mi siedo verso il fondo. I proprietari conoscono mio padre. È un posticino carino.»
«Non ho intenzione di andare da nessuna parte, con te.»
«Oh, ma lo farai. Perché io conosco i tuoi piccoli segreti. Quel genere di cose che potrebbero farti sbattere fuori dalla scuola. O, meglio ancora, farti spedire chissà dove, perché alcuni scandali ti seguono dappertutto, e infangano il nome della tua famiglia. Cose che richiederebbero un avvocato, capisci? Non puoi sapere come potrei usare quelle informazioni, quindi credo che ci vedremo fuori, all’ingresso principale.»
Mi lascia lì impalata, piena di rabbia, frustrazione... confusione. «Bene» dico ad alta voce. «Ma vado prima a cambiarmi.»
«Okay» dice voltandosi. «Ma mi piaci anche così.»
Odio quest’ultimo commento.
Cerco di non pensare al motivo per cui mi cambio, salto la lezione di storia e dico a Eleanor che vado da Adele.
Henri mi sta aspettando nell’atrio, ben vestito e con espressione compiaciuta, come se sapesse per certo che mi sarei presentata e consapevole di piegarmi al suo volere.
«Il cibo francese è troppo pesante» dico con il cappotto in mano, ancora incapace di arrendermi completamente. In realtà, per me tutto il cibo è troppo pesante ultimamente. Solo sedano, carote, brodo... Il resto mi fa stare male. Osservo il mio riflesso nello specchio del foyer: detesto i fianchi che superano il giro vita, le guance più piene del solito. Le linee del mio corpo sembrano tutte sbagliate con questi abiti normali. Non riesco a scendere di peso come vorrei, quel chilogrammo striminzito non è abbastanza. Le mie piccole pasticche non riescono a darmi abbastanza carica, a farmi concentrare oppure ad aiutarmi a dimagrire. Intanto, quando chiudo gli occhi più a lungo di un battito di ciglia, vedo il corpo magro e leggiadro di Gigi che volteggia, si struscia e finisce fra le forti braccia di Alec.
Mezz’ora dopo, Henri e io siamo seduti in un separé in fondo al bistrot più piccolo di Manhattan. È tutto sui toni del rosso: le panche, le frange delle lampade, il tappeto, il vino e la macchia che lascia sulle labbra di Henri. Sta mangiando una bistecca e continua a sfiorare il mio piede con il suo, in modo fastidioso.
«Non succederà» ripeto per l’ennesima volta. «Qualunque sia il motivo per cui tu mi abbia portato qui, non avverrà.»
«Stai al gioco, almeno.»
Non lo faccio. Lui è divertito, scherza e cerca di prendermi la mano, ma quando arriva circa a metà bottiglia, si incazza. Voglio solo capire cosa sa e cosa intende fare, per trovare il modo di screditare tutto. Cassie, adesso, è ritenuta una mezza squilibrata. L’infortunio l’ha spinta oltre il limite. O almeno è quello che ho sentito dire. E nessuno dà retta a persone del genere.
«Cosa c’è? Non ti piace il ristorante?» chiede Henri con il suo accento francese che enfatizza la sua indignazione. «È accogliente.»
«Non è il mio stile» rispondo sorseggiando il vino, anche se mi macchierà i denti. «Quando avrai un’ingenua matricola per fidanzata, potrai portarla qui per sedurla.» Si zittisce e finisce in fretta quello che gli è rimasto nel piatto. Io non ho mangiato niente, ho solo giocato a scarnificare la bistecca fingendo fosse Gigi o Henri.
«Non ho più tempo da perdere con te. Se sapessi davvero qualcosa, a questo punto, l’avresti già detto.»
Ci interrompe il proprietario del locale, che viene al nostro tavolo e inizia a scambiare qualche battuta in francese con Henri. La mia misera conoscenza della lingua, studiata quando ero piccola, mi permette di capire solo qualche parola. Henri si gira sulla sedia per chiacchierare meglio, mi dà quasi le spalle e non mi presenta nemmeno. Meglio così. Sposto l’attenzione sulla coppia seduta vicino a noi, i due si lamentano dei voti di matematica del figlio; poi, a un tratto, il telefono di Henri, in bella mostra sul tavolo, si accende senza alcun suono.
Mi allungo per sbirciare. È una telefonata di Will. Chiama due volte, poi sullo schermo compare una serie di messaggi, alcuni sembrano davvero disperati. Dove sei? Ti va di giocare a biliardo? E se dopo guardassimo la tv? Sembrano di una ragazzina alla prima cotta. Cerco di non ridere, e mi chiedo se Henri sia bisessuale. Non sarebbe una stranezza nel mondo del balletto. Ma la cosa più interessante è che Will ha una nuova cotta e non è per Alec.
Henri finisce di parlare con il proprietario troppo presto e mi ruba il telefono da sotto gli occhi.
«Vado un attimo in bagno, poi andiamo» dico prendendo il cappotto. «Non me ne frega più niente. Di’ pure quello che vuoi. Nessuno ti crederà.» Mi alzo senza dargli tempo di reagire.
I servizi sono in fondo al locale, dove conservano grembiuli, seggioloni e un vecchio, triste e solitario telefono a gettoni. Mi sistemo lo chignon e ritocco le labbra con il mio rossetto rosso di Dior. Henri non dirà nulla, e comunque nessuno gli crederebbe. Me lo ripeto più volte, poi mando un messaggio al mio fornitore scrivendogli che ho bisogno di incontrarlo alla scuola appena possibile.
Non sono sorpresa di vedere Henri appoggiato al muro quando esco dal bagno delle signore. Lui mi cinge con un braccio, le sue dita mi accarezzano il fianco. Lo spintono, e lui mi stringe ancora di più, quasi volesse sollevarmi, come in un pas. Mi fa il solletico e, divincolandomi, finisco nell’angolo, ancora più in ombra.
«Non provare a fare lo stronzo con me» dico cercando di allontanarlo. Lui mi spinge di nuovo nell’angolo. «Lasciami in pace!»
«Come ci si sente?»
«Come ci si sente a fare cosa?» Mi guardo attorno, alla ricerca di qualche cameriere o di altri clienti. Non c’è nessuno, quasi Henri avesse detto loro di girare alla larga.
«A essere messi all’angolo. Come hai fatto con Cassie.»
«Non ho fatto niente alla tua preziosa fidanzatina. Eravamo amiche!» La bugia è servita. Conversazione finita. Cerco ancora una volta di scansarlo, stavolta con gentilezza, ma lui mi blocca.
«BASTA!» dico a voce alta. «Smettila.»
«Oh, dai… Bette.» Il suo sussurro mi fa mancare il fia...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Cassie
  4. ATTO I. Stagione autunnale
  5. ATTO II. Stagione primaverile
  6. Ringraziamenti
  7. Copyright