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Sword & Sorcery: L'epopea di Fafhrd e del Gray Mouser
L'epopea di Fafhrd e del Gray Mouser
- 1,296 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
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Sword & Sorcery: L'epopea di Fafhrd e del Gray Mouser
L'epopea di Fafhrd e del Gray Mouser
Informazioni su questo libro
Fafhrd è un barbaro del Nord, alto e muscoloso. Il Gray Mouser è il suo inseparabile compagno, e non potrebbe essere più diverso: piccolo, scaltro, ex apprendista di un mago e ladro. I due vivono mille avventure nel mondo di Nehwon, tra colossali bevute, feste, corteggiamenti, risse, ruberie e giochi d'azzardo... Prototipi degli eroi di mille romanzi successivi, Fafhrd e il Gray Mouser sono protagonisti dei tanti racconti riuniti in questo volume e hanno ispirato nei decenni infiniti adattamenti.
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Informazioni
Print ISBN
9788804723127eBook ISBN
9788835705284Il cavaliere e il fante di spade

La magia del mare
I
Sul mondo di Nehwon, nella terra di Simorgya, a sei giorni di navigazione a sud dell’isola della Brina, due meravigliose creature dai riflessi d’argento erano immerse in un’accesa conversazione; dal tono delle loro voci traspariva una certa tensione. Si trovavano in un vasto salone scarsamente illuminato, pieno di colonne, il cui tetto si apriva sulle loro teste nell’oscurità. Quelle luci assai strane dalle sfumature verdi giallastre sembravano provenire dai grotteschi tappeti che rivestivano un pavimento con infernali arabeschi fino a lambire la base delle colonne, e da sfere e globi in lento movimento, che fluttuavano all’altezza delle loro teste e volteggiavano tra le colonne emettendo tenui bagliori che li facevano apparire del tutto simili a enormi e pesanti lucciole.
«Hai sentito quel fremito, sorella?» domandò Mordroog all’improvviso. «Molto debole e lontano, direi proveniente da nord, ma inequivocabilmente nostro.»
«Lo stesso che percepimmo due giorni fa, fratello,» rispose con slancio Ississi «era il nostro oro mistico sprofondato negli abissi marini e poi nuovamente riemerso.»
«Proprio lo stesso, sorella, anche se questa volta non è chiaro se sia veramente riemerso o se sia scomparso definitivamente» rispose Mordroog.
«Comunque ora ne abbiamo una prova certa e l’interpretazione non può essere che una: sono i nostri tesori più preziosi, le nostre principali difese, depredati secoli e secoli fa. Ora finalmente sappiamo chi furono i colpevoli che li trafugarono: quegli infami pirati dell’isola della Brina!» mormorò Ississi.
«Accadde secoli e secoli fa, prima ancora che Simorgya sprofondasse e che un’isola meravigliosa divenisse un oscuro regno infernale. La loro scomparsa fu forse una delle cause principali del suo affondamento. Ma ora esiste un rimedio e quando il tesoro sarà di nuovo al suo posto chissà quali misteri sepolti per anni nel profondo degli abissi emergeranno per compiere la loro vendetta e spargere terrore nel mondo. Guarda, sorella!» esclamò Mordroog.
All’improvviso la scena abissale si oscurò, ma subito dopo una tenue luce cominciò a diffondersi ed egli, infilando una mano nella borsa che teneva appesa in vita, estrasse qualcosa grande appena quanto un pugno. Sfere e globi ondeggiavano qua e là con fare inquisitivo, urtandosi e spingendosi a vicenda. Il loro bagliore si riflesse nell’oscurità su una piccola sfera d’oro massiccio che Mordroog stringeva tra i lunghi e sottili artigli argentati: dodici bordi spessi come quelli di un esaedro incastonato nella superficie di una sfera, di cui riprendeva esattamente la curvatura. Mentre le allungava la sfera, la luce dorata sembrò donare ai loro profili una parvenza umana.
«Sorella,» mormorò «ora spetta a te partire alla volta dell’isola della Brina e riappropriarti del nostro tesoro, decidere se vendicarti oppure no, a seconda dell’opportunità che ti si presenterà, obbedendo a quello che ti suggerisce la prudenza. Nel frattempo io rimarrò qui per riunire le forze e raccogliere gli alleati sparsi ovunque, in attesa del tuo ritorno. Avrai bisogno di quest’ultimo arcano tesoro per difenderti e per riuscire a trovare le tracce dei suoi fratelli nel mondo di lassù.»
Solo ora, per la prima volta, Ississi sembrava esitare e pareva che il suo entusiasmo si fosse improvvisamente raffreddato.
«La strada è lunga, fratello, e ci siamo indeboliti a forza di attendere» protestò con un lamento. «Quello che un tempo avrebbe significato una sola settimana di navigazione ora si tramuterà per me in tre nere lune di tortura, anche cercando di fare più in fretta possibile. Siamo schiavi del mare, fratello, e continuiamo a sopportarne il peso: sono stata abituata a detestare la luce del giorno.»
«Tuttavia abbiamo la forza del mare» le ricordò con tono autorevole. «Pur sentendoci deboli come fantasmi sulla terraferma e preferendo l’oscurità e le profondità marine, possiamo dire di conoscere le antiche vie per conquistare il potere e fronteggiare persino il sole. È compito tuo, sorella, spetta a te. L’impresa è ardua, ma dolce sarà la tua vendetta. Parti, su, vai!»
Dopo queste parole, Ississi afferrò la sfera fantasma e la lasciò cadere nella sua borsa. Si voltò con uno scatto improvviso e si allontanò, mentre le luci animate le indicavano la strada verso nord.
Una piccola bolla d’argento, formatasi agli angoli della bocca di Mordroog con l’ultimo “vai!”, si staccò dalle sue labbra sottili e s’ingrandì sempre più a mano a mano che saliva dalle profondità abissali su, su, fino in superficie.
II
Tre mesi più tardi, Fafhrd si stava allenando con l’arco nella brughiera a nord della città di Porto Salato, sulla costa sudorientale dell’isola della Brina. Si trattava di una delle esercitazioni più impegnative della sua vita, di cui era allo stesso tempo l’ideatore e il realizzatore, nel tentativo di assimilare i meccanismi di sopravvivenza per chi, come lui, era privo della mano sinistra; infatti l’aveva persa a causa di Odino, nel corso degli scontri per respingere i mingol del mare dalle coste occidentali dell’isola. Fafhrd aveva fissato con cura una sottile asta d’acciaio appuntita della lunghezza di un dito (molto simile al codolo della lama di una spada) nel mezzo dell’arco, spingendola a fondo nel foro che aveva praticato nel polso di legno. Quest’ultimo era ricoperto da un aderente guanto di pelle lungo quanto metà del suo avambraccio, cosparso di fori di aerazione, che serviva a proteggere il moncherino appena guarito. In questo modo il braccio sinistro terminava con un comodo appiglio, che poteva dimostrarsi però alquanto difficile da regolare.
Nella zona di brughiera prossima alla città, l’erba cresceva in mezzo all’erica che arrivava fino alle caviglie. Qua e là macchie di ginestra punteggiavano il paesaggio e coppie di lemming giocavano indisturbate rincorrendosi fra i massi di pietra grigia che si ergevano quasi ad altezza d’uomo. Forse un tempo gli abitanti dell’isola della Brina, che ora potevano dirsi del tutto atei, avevano attribuito un significato religioso a quelle pietre. Atei non certo perché non credessero in qualche divinità (cosa estremamente difficile per qualsiasi abitante del mondo di Nehwon), ma piuttosto perché non riuscivano a provare un vero affetto per simili divinità e non si preoccupavano di sottostare ai loro ordini e alle loro minacce o di cedere alle loro lusinghe. Quei massi imponenti parevano tanti orsi grigi e silenziosi.
Fatta eccezione per qualche nuvola bianca e compatta che pareva sospesa sull’isola, il cielo pomeridiano era perfettamente limpido. Non spirava un alito di vento e la stagione pareva straordinariamente mite, nonostante si fosse già quasi alla fine dell’autunno, alle soglie cioè dell’inverno con i suoi venti gelidi e forieri di neve.
Una ragazza con i capelli biondo platino accompagnava Fafhrd nei suoi esercizi: non aveva più di tredici anni e arrancava dietro di lui raccogliendo le frecce, metà delle quali colpivano il bersaglio, rappresentato da un enorme disco. Per reggere meglio l’arco, Fafhrd lo portava sulla spalla con il braccio sinistro mutilato piegato verso l’alto.
«Dovrebbero inventare una freccia con cui si possa colpire dietro agli angoli» disse Gale fissando le pietre. «In quel modo si potrebbe colpire il nemico anche se si nasconde dietro una casa o dietro il tronco di un albero.»
«Buona idea!» ammise Fafhrd.
«Forse basterebbe che la freccia fosse leggermente ricurva» aggiunse lei.
«No, in quel caso cadrebbe a terra» osservò Fafhrd. «Il segreto di una freccia sta nell’essere perfettamente diritta.»
«Non c’è bisogno che tu me lo ripeta» lo interruppe con impazienza. «Me lo sento dire in continuazione da zia Afreyt e da sua cugina Cif quando mi raccontano della Freccia d’Oro della Verità e dei Cerchi d’Oro dell’Unione e altre storie simili.» La ragazzina si riferiva alle icone d’oro conservate con estrema cura nella sala del tesoro di Porto Salato, che per tempo immemorabile erano state le sacre reliquie adorate dai pescatori dell’isola della Brina.
Questo fece venire in mente a Fafhrd il Cubo d’Oro della Giustizia, disperso per sempre da quando il Mouser lo aveva scagliato in mare per calmare il potente gorgo che aveva distrutto la flotta dei mingol, minacciando di affondare anche la loro nel corso di quella grande battaglia navale. Chissà se ancora giaceva nel fondo melmoso del mare, vicino alla spiaggia delle Bianche Ossa, o se invece era svanito dal mondo di Nehwon insieme agli dei erranti Odino e Loki?
Questo lo indusse a ripensare con una certa preoccupazione al Mouser, l’uomo dalla chioma grigia che era salpato un mese prima a bordo del Falco marino per una spedizione a No-Ombrulsk, al comando di una ciurma composta in gran parte di ladri e dall’equipaggio della nave mingol chiamata il Relitto, nonché dallo stesso Skor, luogotenente di Fafhrd. Quell’uomo piccolo e minuto che ora chiamavano capitano Mouser, aveva programmato di fare ritorno all’isola della Brina prima dell’inverno e delle grandi tormente.
Gale interruppe i suoi pensieri. «Capitano Fafhrd, zia Afreyt ti ha raccontato che sua cugina Cif la notte scorsa ha visto un fantasma o qualcosa di simile nella sala del tesoro, di cui solo lei ha le chiavi?» La ragazza sorreggeva l’enorme bersaglio in modo che egli potesse estrarne le frecce e riporle nella faretra che portava sulle spalle.
«Non credo» rispose lui. In effetti quel giorno non aveva ancora visto Afreyt e nemmeno Cif. Le notti precedenti non aveva dormito a casa di Afreyt: era rimasto con i suoi uomini e con quelli del Mouser nel dormitorio che Groniger, capitano del porto e capo del consiglio, aveva messo a loro disposizione. Senza dubbio era il luogo più adatto per controllare quei furfanti in assenza del Mouser, o perlomeno questa era una spiegazione sulla quale sia lui che Afreyt si sarebbero trovati d’accordo. «Che aspetto aveva questo fantasma?»
«Sembrava molto misterioso» spiegò Gale, con gli enormi occhi celesti spalancati al di sopra del bersaglio che le nascondeva la parte inferiore del viso. «Una sagoma d’argento e d’ombra che si è volatilizzata non appena Cif le si è avvicinata. Cif ha chiamato subito Groniger, che si trovava lì vicino, ma non sono riusciti a trovare nulla; poi ha raccontato ad Afreyt che le era sembrata una principessa, o un enorme pesce dalla forma affusolata.»
«Come è possibile che qualcosa possa contemporaneamente assomigliare a una donna e a un pesce?» le chiese ridendo Fafhrd, mentre estraeva l’ultima freccia.
«Be’, le sirene esistono, no?» replicò lei trionfante, lasciando cadere il bersaglio.
«Sì,» ammise Fafhrd «anche se non credo che Groniger sarebbe d’accordo con noi» continuò. Il suo viso perse per un attimo quell’espressione leggermente accigliata. «Ehi, metti il bersaglio dietro quella roccia. Mi è venuto in mente un sistema per colpirlo rimanendo dietro un angolo.»
«Bene!» Gale fece rotolare il bersaglio contro una delle enormi pietre grigie a forma di orso ed entrambi si allontanarono di un centinaio di metri. Fafhrd si girò. Non spirava un alito di vento. In lontananza una piccola nuvola copriva il sole, ormai basso nel cielo, che per il resto era perfettamente limpido, di colore azzurro intenso. Estrasse dolcemente una freccia dalla faretra e la appoggiò al ditale di legno fissato al centro dell’arco, proprio al di sopra del codolo. Fece un paio di passi mentre misurava con gli occhi la distanza che lo separava dalla roccia. D’un tratto si piegò all’indietro lasciando partire la freccia che saettò verso l’alto, sempre più su, per poi ridiscendere velocemente, proprio dietro la roccia.
«Non è così che si colpisce dietro un angolo» protestò Gale. «Chiunque è capace di farlo. Io intendevo dire facendo passare la freccia di lato.»
«Ma non lo hai detto» gli rispose lui. «Gli angoli sono anche sopra e sotto, a destra e a sinistra. Che differenza fa?»
«Dall’alto puoi far cadere le cose di lato.»
«Certamente!» disse Fafhrd, e con un movimento rapido che lo lasciò quasi senza fiato lanciò una dopo l’altra le frecce rimaste. Tutte sembrarono colpire un punto proprio dietro la pietra, fatta eccezione per l’ultima, che sentirono toccare di striscio contro la roccia. Quando però raggiunsero una posizione dalla quale poter vedere meglio, scoprirono che tutte le frecce eccetto l’ultima avevano mancato il bersaglio. I dardi piumati erano conficcati nel terreno soffice, tutti stranamente allineati. Nessuno di essi aveva colpito il bersaglio, tranne l’ultimo, che aveva trafitto un angolo del disco e vi era rimasto conficcato, con le tre penne d’oca impigliate nel tessuto.
«Visto? L’hai mancato» gli disse Gale. «Nessuna delle tue frecce lo ha colpito, eccetto quella che è stata deviata dalla roccia.»
«Sì, va bene, per oggi può bastare» disse Fafhrd che, mentre la ragazza raccoglieva le frecce, estraendo l’ultima dal bersaglio, allentò il codolo dell’arco per toglierlo dalla cavità di legno facendo leva con il dorso della lama del suo coltello. Poi allentò la corda e passandola sul petto si mise l’arco in spalla. Infilò quindi un uncino di acciaio lavorato nell’incavo del polso e lo premette contro la roccia per fissarlo bene. Quest’ultima manovra lo fece sussultare: la ferita era appena guarita e gli esercizi lo avevano molto stancato.
III
Mentre si incamminavano verso le basse case dai tetti rossi di Porto Salato, volgendo le spalle al tramonto, Fafhrd continuava a studiare le enormi pietre grigie. Si rivolse a Gale e le chiese: «Cosa ne sai delle antiche divinità adorate dagli abitanti dell’isola della Brina? Voglio dire, prima che diventassero atei».
«Gli abitanti dell’isola erano dei selvaggi, un gruppo di gente senza legge. Zia Afreyt dice: “Come gli uomini del capitano Mouser prima che diventassero soldati”, o come i tuoi prima che tu li domassi.» E continuò, con sempre crescente entusiasmo: «È evidente che non credevano alla Freccia d’Oro della Verità, né alla Riga d’Oro della Prudenza, o alla Piccola Coppa d’Oro dell’Ospitalità. Credo che fossero tutti una massa di bugiardi, prostitute, assassini e pirati».
Fafhrd annuì. «Forse il fantasma che ha visto Cif era uno di loro» disse.
Una donna alta e snella uscì da una delle case viola per venir loro incontro. Quando si fu avvicinata, chiamò Gale: «Ecco dov’eri. Tua m...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- It’s Game Time!. di Massimo Scorsone
- Il Ciclo delle Spade: cronologia dell’epopea
- «Il Gray Mouser»: due sonetti
- SWORD & SORCERY. L’epopea di Fafhrd e del Gray Mouser
- Il mondo di Nehwon
- Libro primo. Spade e diavolerie
- Libro secondo . Spade contro la morte
- Libro terzo . Spade nella nebbia
- Libro quarto . Spade contro la magia
- Le spade di Lankhmar
- Spade tra i ghiacci
- Il cavaliere e il fante di spade
- Copyright