About sex. Una parola sfuggita dal sesso
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About sex. Una parola sfuggita dal sesso

  1. 216 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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About sex. Una parola sfuggita dal sesso

Informazioni su questo libro

Se l'espressione "fare l'amore" è ormai enigmatica, che cosa significherà nel terzo millennio "fare sesso"? Nel tentativo di dare una risposta, gli autori di questo romanzo si ritrovano alle prese con un ginepraio di questioni laterali e tuttavia fondamentali: rapporti di coppia, giochi delle parti, malattie cosiddette veneree, delitti assurdamente definiti passionali, chirurgia chissà perché estetica. E ancora: pornografia, sentimentalismo, giovanilismo, impotenza, dipendenza da social network - drammi fasulli e autentiche commedie che continuano ad avvincere e a deprimere l'opinione pubblica. Perché a quanto pare il bello e il brutto del sex stanno tutti nell'about.

Saltando come funamboli da un luogo comune all'altro, adoperando ogni bussola a disposizione e perdendole tutte strada facendo, Marco Cavalli e Alessandro Zaltron disegnano una tragicomica mappa dell'Eros che ha una delle sue attrattive nei tanti e diversi colori di cui è tappezzata. About sex è uno scanzonato, serissimo zig-zag tra i miti e i riti, le frasi fatte e i conti in sospeso di un'esperienza considerata ancora oggi, a torto o a ragione, imprescindibile: un "distillato di gradi diversi di disperazione" che provoca stordimento (sovente) e rinsavimento (talvolta).

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2021
Print ISBN
9788804722090
eBook ISBN
9788835701316
1

La modica qualità

Vi prego, sbottonatemi qui
WILLIAM SHAKESPEARE
Si dice che negli esseri umani adulti la durata media di un orgasmo oscilli fra un minuto e un minuto e mezzo. Secondo le stesse fonti statistiche, la frequenza dei rapporti sessuali nelle coppie è una volta alla settimana, prevalentemente il sabato sera, perché il venerdì lei esce con le amiche e il giovedì lui gioca a calcetto. Ciò significa che nella generalità degli umani il cosiddetto godimento sessuale occupa cinque minuti al mese – se preferite, un’ora all’anno. Moltiplichiamo questo ammontare per l’intera vita (potenzialmente) sessuale, diciamo dai quindici ai settant’anni. La conclusione sarà che al bello del sesso ogni individuo destina poco più di due giornate di un’intera esistenza. Fossero anche dieci volte tanto, la sostanza non cambierebbe: 20 giorni su 27.000 di vita media, pari allo 0,07 per cento – più o meno la concentrazione di sodio nelle acque oligominerali che fanno bene alla salute.
Per contro, il sesso sembra non conoscere cadute d’attualità nel borsino della vita odierna. Dove ci si astiene dal farlo, di solito se ne parla parecchio, e parecchio a sproposito; dove non se ne parla, solitamente lo si fa: a volte in modo frenetico, spesso con danno per le cose che, in quei contesti, andrebbero fatte al posto del sesso. Ci si congiunge nelle alcove, ma di preferenza nelle sedi di potere (significativamente denominate “stanze dei bottoni”), negli uffici, nelle aziende, negli ospedali, nelle canoniche, nelle aule scolastiche, lungo le corsie preferenziali e i corridoi felpati che collegano le aziende alle sedi di potere e le sedi di potere alle canoniche. Oltre a regolare i meccanismi di accesso ai palazzi delle istituzioni secolari ed ecclesiastiche, i rapporti sessuali determinano carriere nella vita professionale e, non ultimo, producono una gran mole di reati, spesso cruenti.
Da quando il capitalismo si è globalizzato, il mercato del sesso è il solo a non aver subito tracolli, recessioni, crisi di domanda. Tra sesso e politica, lo sanno anche gli sprovveduti, esistono legami e collaborazionismi riconosciuti, antichissimi. Tra il sesso e l’economia sembra esserci molto di più: un’identificazione immediata, quasi una consanguineità.
La prostituzione non è soltanto un giro d’affari che fa perno sul sesso. La prostituzione è la componente erotica che soggiace a tutte le relazioni di potere e, insieme, l’ingrediente economico che i generi sessuali introducono tacitamente nei loro rapporti cosiddetti disinteressati allo scopo di protrarli con mutua soddisfazione. Senza la pietra focaia del meretricio, la fiamma del desiderio erotico non si accende, i rametti e i fili di paglia del piacere fisico restano spenti, incombusti. Quel plusvalore che in alcune circostanze gli esseri umani assegnano alle relazioni di tipo sessuale chiamandolo “amore”; ebbene, quel plusvalore è parte integrante del sesso e del suo appeal merceologico.
Vale per il sesso quel che vale per l’economia: è il sommerso a costituirne l’ossatura. I discorsi ufficiali sulla sessualità umana sono interessanti per il molto che nascondono più che per il poco che rivelano. La loro intelligenza non è, a ben vedere, che l’ultima frontiera della banalità.
Le cose che si possono dire una volta oltrepassata quella frontiera non fanno che spostarla ulteriormente. Ma finché si rimane al di qua, non succede nemmeno quello.1
M.C.
1. Un esempio insigne di banalità condivisibile: “La passione fisica è sicuramente lo scherzo più astuto e maligno che la natura abbia fatto alla razza umana. Gli altri mondi attorno a noi, il mondo animale, il mondo degli insetti, degli uccelli, dei pesci, sono esenti dalle complicate invenzioni campate in aria con le quali ci ostiniamo ad abbellire i nostri istinti fondamentali. Solo noi umani insistiamo a mescolare l’elemento spirituale con quello fisico e sebbene tale ostinazione abbia indubbiamente ispirato capolavori mirabili di letteratura, musica e arte in generale, ha pure allegramente mandato al diavolo i nostri sistemi nervosi” (Noël Coward). Eccellente, vero? Soprattutto, molto ben detto. Un’affermazione di questo tenore poteva servire un tempo a chiudere un discorso sul sesso. Oggi, o la si pone in apertura di discorso, o meglio cambiare discorso.
2

Première

È il sesso a determinare l’amore e non viceversa
BELÉN RODRÍGUEZ
La conoscevo da poco e già mi aveva concesso la sua amicizia – non su Facebook, nel 1991 non esisteva: nel mondo fatto di incontri, di sguardi, che non aveva bisogno di essere chiamato reale per sottolineare la sua differenza e la sua inferiorità rispetto al mondo virtuale.
Mi ero imbattuto in Benedetta per caso – un caso che avevo un po’ forzato, lo ammetto. Sentendola al telefono, mi aveva colpito la sua voce, sbrigativa e allo stesso tempo narrativa; con un’urgenza di raccontarsi, nel timbro, che mi aveva conquistato. A me le storie piacciono davvero.
Al nostro primo appuntamento neanche mi guardava negli occhi. Avrei capito in seguito che era un’accortezza a mia tutela: siccome quei fari verdi trafiggevano, deviarli era il suo modo gentile per sollevarmi da inevitabili sofferenze. All’epoca ero come un cadetto che si presume invincibile soltanto perché non ha mai dovuto battersi; vincevo sempre perché ero io a spostare le pedine sulla scacchiera – a volte barando.
Dopo alcuni mesi di frequentazione amicale, Benedetta se ne andò in vacanza. Al mare, credo. Ogni tanto… spesso… la pensavo, ma non le telefonai: non sapevo con chi fosse. Avevo evitato con cura di fare domande presagendo che non sarei stato felice della risposta. Nel frattempo, constatavo che la mia invalicabile corazza affettiva aveva smesso di funzionare, come un superpotere scaduto.
Passarono dieci giorni. Ero in ufficio a scrivere qualcosa; attraverso la porta a vetri intravidi un paio di gambe abbronzatissime. Sobbalzai, neanche fossi uno stimato padre di famiglia sorpreso nello zapping notturno fra le reti porno. Avevo capito subito a chi appartenevano quelle gambe, anche perché le mie colleghe ne apostrofavano a gran voce la proprietaria. Diritte, sottili, di proporzioni perfette. Avvampai. Benedetta.
Non riuscivo a tenere rossore e sudore entro una deriva accettabile. Il gran caldo di quell’agosto avanzato non bastava a giustificarli. Continuai a fingere di fare ciò che stavo realmente facendo prima dell’interruzione. Tentavo di accorciare il disagio allungando la concentrazione.
Sperai addirittura che non mi notasse. Assunsi allo scopo quella posizione di invisibilità da scrivano dell’Ottocento che prevede testa incassata fra le spalle, fronte corrugata e occhi fessurati a scrutare lo schermo del computer. Chiudere la porta dell’ufficio sarebbe servito solo a farmi notare. Un gesto imperdonabile, sia che fosse inteso come il tentativo di isolarmi dalle voci in arrivo dall’altra stanza, sia che venisse percepito da Benedetta alla stregua di una dichiarazione di ostilità.
Lei, che di tutto questo mio rimescolamento era ovviamente all’oscuro, fece l’unica cosa che qualsiasi essere dotato di sensibilità media avrebbe fatto in nome dell’amicizia. Mi venne a cercare.
Avanzò verso di me a passo deciso, molleggiandosi sugli zatteroni di sughero coi laccetti rossi che danzavano a tempo sul brunito delle caviglie. Accentuai l’astrazione dal contesto. Ma quando mi si piazzò a venti centimetri, ignorarla divenne impossibile. La guardai per un attimo negli occhi, occhi da cui avevo tentato invano di salvarmi, mentre lei con l’unghia del mignolo si scarnificava il bordo del labbro inferiore. Abbassai all’istante il viso, quasi che nascondere a me stesso la fonte dell’imbarazzo lo rendesse invisibile agli altri.
Avevo sentito dire che al cospetto della bellezza ci si sente indifesi, smarriti. Lo stavo sperimentando. Non si può scappare: la bellezza è un gorgo che risucchia. Né è ammesso prolungare l’esposizione oltre la soglia massima di irradiamento, pena la cecità.
Le gambe, affusolate lucide-di-crema scurissime, mi fronteggiavano salutando la fascia di me più esposta, quella dal petto all’inguine. Come accade in questi casi, le bave metaforiche assorbirono l’intera salivazione. Pur di scongiurare un’umiliante scena muta arrivai a emettere qualche banalità con voce strozzata. Lei finse di non accorgersene, o forse non era preparata sul serio al mio stato confusionale.
Si avvicinò una collega e cominciò a scherzare con noi due. Disse una cosa del tipo: «Hai visto che bella che è la Benedetta, oggi?».
In panico, farfugliai un commento idiota. Si scelga, a piacimento, fra:
«Mah, se lo dici tu…»
«Be’, adesso non esageriamo.»
«Si soffoca oggi, non è vero?»
Ero in bilico sull’orlo dell’abisso. Una tarantola mi passeggiava sul braccio e io la fissavo, paralizzato, sperando e temendo il morso fatale che doveva arrivare, sarebbe arrivato, non arrivava mai. Desideravo che quella situazione non avesse fine e insieme non vedevo l’ora che cambiasse per tornare padrone della mia eloquente comunicazione non verbale.
Nudo in mezzo alla piazza sarei stato meno violato nella mia intimità.
Speravo che Benedetta non si accorgesse di avermi in pugno perché, se solo avesse voluto, le sarebbe stato agevole stritolarmi. Io stesso avrei guidato la sua mano verso il mio cuore. Uno strappo, e via.
Però non mi dispiaceva del tutto che potesse intuire il mio interesse smodato, tanto più sincero in quanto incapace di dissimulazione: il mio palese stravolgimento era un tributo genuino alla sua attrattiva sessuale.
Mi scoprivo vulnerabile, inadeguato, felice. Avevo finalmente avuto accesso a quella zona di me che non sta nella mappa.
A.Z.
3

Lo sballo del debuttante

Nella prima parte della vita, il mondo si divide grossolanamente tra chi ha già fatto sesso e chi no
JULIAN BARNES
Mi chiedo a che cosa si ridurrebbe la fisiologia del sesso una volta svuotato il sesso delle aspettative che lo illuminano d’immenso. Forse avremmo un sesso fatto meglio ma ancor più trascurabile come esperienza di quanto lo sia oggi. Togli al sesso la zavorra e il suo aerostato non si alza più nemmeno a tenerlo per aria con le maniere forti.
Non avevo aspettative sul sesso quando l’ho fatto per la prima volta. La traccia esile lasciata nella memoria dalla mia iniziazione mi rassicura sulla modestia delle sue proporzioni, che sono quelle di un evento tanto felicemente vissuto quanto facilmente dimenticato. Dall’assenza di aspettative direttamente all’assenza di rimpianti.
Accadde durante una vacanza estiva in montagna insieme con la famiglia della migliore amica di mia sorella. Questa amica aveva a sua volta una sorella più grande, Nadia, trascinata come me, che avevo un anno meno di lei, nel vortice di euforia associazionistica creato dalle due famiglie. Per aver agio di bisticciare in modo indisturbato, mia sorella e la sua amica avevano ottenuto che i genitori prendessero in affitto uno chalet nei dintorni di Brunico. Io e Nadia fummo sistemati d’autorità in una camera col soffitto a cassettoni e due letti gemelli divisi tra loro da un tappeto sbrindellato e da uno snello tavoli...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. About sex
  4. About About sex
  5. 1. La modica qualità
  6. 2. Première
  7. 3. Lo sballo del debuttante
  8. 4. Stazione di scambio
  9. 5. Chi ben comincia…
  10. 6. Riproduzioni
  11. 7. Hit parade del godimento
  12. 8. Il lato B
  13. 9. Nessuna tolleranza
  14. 10. Che barba, che noia
  15. 11. Cinema Bianchini. (sotto le coperte, sopra i cuscini)
  16. Allucination
  17. 13. Guarda un po’: la pornografia
  18. 14. Hard-core
  19. 15. Frammenti di una pornostar
  20. 16. Gite fuori porta
  21. 17. Uomini e donne. (non sono fatti per stare insieme ma spesso ci provano)
  22. 18. Lascia fare a me
  23. 19. Poche seghe
  24. 20. La bambola sgonfiabile
  25. 21. Il tormentone dell’omosessualità
  26. 22. Family day
  27. 23. Il senso di coppia
  28. 24. Leggende metropolitane
  29. 25. Coppie scollate, coppie scollacciate
  30. 26. La prova Invalsi
  31. 27. Stagioni
  32. 28. Andare in bianco
  33. 29. Roba da ridere
  34. 30. Sessocrazia (?)
  35. 31. San Patrizio
  36. 32. Gelosia geometria
  37. 33. «Sei mio», «Sono tua»
  38. 34. Inerzia da stalking
  39. 35. Quote rosa
  40. 36. E così muore la carne
  41. 37. Tradire è un po’ partire
  42. 38. Parallelismi
  43. 39. Clandestini
  44. 40. Non c’è due senza il terzo
  45. 41. Catene di montaggio
  46. 42. La solita musica
  47. 43. Quante volte
  48. 44. Il desiderio cala
  49. 45. In attesa di risposta
  50. 46. Mi corteggi o no?
  51. 47. Donne nella rete
  52. 48. Smorzauccello. (nuovo vocabolario erotico femminile)
  53. 49. Il pensiero fesso
  54. 50. Acciughe alla birra
  55. Copyright