Si dice che negli esseri umani adulti la durata media di un orgasmo oscilli fra un minuto e un minuto e mezzo. Secondo le stesse fonti statistiche, la frequenza dei rapporti sessuali nelle coppie è una volta alla settimana, prevalentemente il sabato sera, perché il venerdì lei esce con le amiche e il giovedì lui gioca a calcetto. Ciò significa che nella generalità degli umani il cosiddetto godimento sessuale occupa cinque minuti al mese – se preferite, un’ora all’anno. Moltiplichiamo questo ammontare per l’intera vita (potenzialmente) sessuale, diciamo dai quindici ai settant’anni. La conclusione sarà che al bello del sesso ogni individuo destina poco più di due giornate di un’intera esistenza. Fossero anche dieci volte tanto, la sostanza non cambierebbe: 20 giorni su 27.000 di vita media, pari allo 0,07 per cento – più o meno la concentrazione di sodio nelle acque oligominerali che fanno bene alla salute.
Per contro, il sesso sembra non conoscere cadute d’attualità nel borsino della vita odierna. Dove ci si astiene dal farlo, di solito se ne parla parecchio, e parecchio a sproposito; dove non se ne parla, solitamente lo si fa: a volte in modo frenetico, spesso con danno per le cose che, in quei contesti, andrebbero fatte al posto del sesso. Ci si congiunge nelle alcove, ma di preferenza nelle sedi di potere (significativamente denominate “stanze dei bottoni”), negli uffici, nelle aziende, negli ospedali, nelle canoniche, nelle aule scolastiche, lungo le corsie preferenziali e i corridoi felpati che collegano le aziende alle sedi di potere e le sedi di potere alle canoniche. Oltre a regolare i meccanismi di accesso ai palazzi delle istituzioni secolari ed ecclesiastiche, i rapporti sessuali determinano carriere nella vita professionale e, non ultimo, producono una gran mole di reati, spesso cruenti.
Da quando il capitalismo si è globalizzato, il mercato del sesso è il solo a non aver subito tracolli, recessioni, crisi di domanda. Tra sesso e politica, lo sanno anche gli sprovveduti, esistono legami e collaborazionismi riconosciuti, antichissimi. Tra il sesso e l’economia sembra esserci molto di più: un’identificazione immediata, quasi una consanguineità.
La prostituzione non è soltanto un giro d’affari che fa perno sul sesso. La prostituzione è la componente erotica che soggiace a tutte le relazioni di potere e, insieme, l’ingrediente economico che i generi sessuali introducono tacitamente nei loro rapporti cosiddetti disinteressati allo scopo di protrarli con mutua soddisfazione. Senza la pietra focaia del meretricio, la fiamma del desiderio erotico non si accende, i rametti e i fili di paglia del piacere fisico restano spenti, incombusti. Quel plusvalore che in alcune circostanze gli esseri umani assegnano alle relazioni di tipo sessuale chiamandolo “amore”; ebbene, quel plusvalore è parte integrante del sesso e del suo appeal merceologico.
Vale per il sesso quel che vale per l’economia: è il sommerso a costituirne l’ossatura. I discorsi ufficiali sulla sessualità umana sono interessanti per il molto che nascondono più che per il poco che rivelano. La loro intelligenza non è, a ben vedere, che l’ultima frontiera della banalità.
Le cose che si possono dire una volta oltrepassata quella frontiera non fanno che spostarla ulteriormente. Ma finché si rimane al di qua, non succede nemmeno quello.1
M.C.
La conoscevo da poco e già mi aveva concesso la sua amicizia – non su Facebook, nel 1991 non esisteva: nel mondo fatto di incontri, di sguardi, che non aveva bisogno di essere chiamato reale per sottolineare la sua differenza e la sua inferiorità rispetto al mondo virtuale.
Mi ero imbattuto in Benedetta per caso – un caso che avevo un po’ forzato, lo ammetto. Sentendola al telefono, mi aveva colpito la sua voce, sbrigativa e allo stesso tempo narrativa; con un’urgenza di raccontarsi, nel timbro, che mi aveva conquistato. A me le storie piacciono davvero.
Al nostro primo appuntamento neanche mi guardava negli occhi. Avrei capito in seguito che era un’accortezza a mia tutela: siccome quei fari verdi trafiggevano, deviarli era il suo modo gentile per sollevarmi da inevitabili sofferenze. All’epoca ero come un cadetto che si presume invincibile soltanto perché non ha mai dovuto battersi; vincevo sempre perché ero io a spostare le pedine sulla scacchiera – a volte barando.
Dopo alcuni mesi di frequentazione amicale, Benedetta se ne andò in vacanza. Al mare, credo. Ogni tanto… spesso… la pensavo, ma non le telefonai: non sapevo con chi fosse. Avevo evitato con cura di fare domande presagendo che non sarei stato felice della risposta. Nel frattempo, constatavo che la mia invalicabile corazza affettiva aveva smesso di funzionare, come un superpotere scaduto.
Passarono dieci giorni. Ero in ufficio a scrivere qualcosa; attraverso la porta a vetri intravidi un paio di gambe abbronzatissime. Sobbalzai, neanche fossi uno stimato padre di famiglia sorpreso nello zapping notturno fra le reti porno. Avevo capito subito a chi appartenevano quelle gambe, anche perché le mie colleghe ne apostrofavano a gran voce la proprietaria. Diritte, sottili, di proporzioni perfette. Avvampai. Benedetta.
Non riuscivo a tenere rossore e sudore entro una deriva accettabile. Il gran caldo di quell’agosto avanzato non bastava a giustificarli. Continuai a fingere di fare ciò che stavo realmente facendo prima dell’interruzione. Tentavo di accorciare il disagio allungando la concentrazione.
Sperai addirittura che non mi notasse. Assunsi allo scopo quella posizione di invisibilità da scrivano dell’Ottocento che prevede testa incassata fra le spalle, fronte corrugata e occhi fessurati a scrutare lo schermo del computer. Chiudere la porta dell’ufficio sarebbe servito solo a farmi notare. Un gesto imperdonabile, sia che fosse inteso come il tentativo di isolarmi dalle voci in arrivo dall’altra stanza, sia che venisse percepito da Benedetta alla stregua di una dichiarazione di ostilità.
Lei, che di tutto questo mio rimescolamento era ovviamente all’oscuro, fece l’unica cosa che qualsiasi essere dotato di sensibilità media avrebbe fatto in nome dell’amicizia. Mi venne a cercare.
Avanzò verso di me a passo deciso, molleggiandosi sugli zatteroni di sughero coi laccetti rossi che danzavano a tempo sul brunito delle caviglie. Accentuai l’astrazione dal contesto. Ma quando mi si piazzò a venti centimetri, ignorarla divenne impossibile. La guardai per un attimo negli occhi, occhi da cui avevo tentato invano di salvarmi, mentre lei con l’unghia del mignolo si scarnificava il bordo del labbro inferiore. Abbassai all’istante il viso, quasi che nascondere a me stesso la fonte dell’imbarazzo lo rendesse invisibile agli altri.
Avevo sentito dire che al cospetto della bellezza ci si sente indifesi, smarriti. Lo stavo sperimentando. Non si può scappare: la bellezza è un gorgo che risucchia. Né è ammesso prolungare l’esposizione oltre la soglia massima di irradiamento, pena la cecità.
Le gambe, affusolate lucide-di-crema scurissime, mi fronteggiavano salutando la fascia di me più esposta, quella dal petto all’inguine. Come accade in questi casi, le bave metaforiche assorbirono l’intera salivazione. Pur di scongiurare un’umiliante scena muta arrivai a emettere qualche banalità con voce strozzata. Lei finse di non accorgersene, o forse non era preparata sul serio al mio stato confusionale.
Si avvicinò una collega e cominciò a scherzare con noi due. Disse una cosa del tipo: «Hai visto che bella che è la Benedetta, oggi?».
In panico, farfugliai un commento idiota. Si scelga, a piacimento, fra:
«Mah, se lo dici tu…»
«Be’, adesso non esageriamo.»
«Si soffoca oggi, non è vero?»
Ero in bilico sull’orlo dell’abisso. Una tarantola mi passeggiava sul braccio e io la fissavo, paralizzato, sperando e temendo il morso fatale che doveva arrivare, sarebbe arrivato, non arrivava mai. Desideravo che quella situazione non avesse fine e insieme non vedevo l’ora che cambiasse per tornare padrone della mia eloquente comunicazione non verbale.
Nudo in mezzo alla piazza sarei stato meno violato nella mia intimità.
Speravo che Benedetta non si accorgesse di avermi in pugno perché, se solo avesse voluto, le sarebbe stato agevole stritolarmi. Io stesso avrei guidato la sua mano verso il mio cuore. Uno strappo, e via.
Però non mi dispiaceva del tutto che potesse intuire il mio interesse smodato, tanto più sincero in quanto incapace di dissimulazione: il mio palese stravolgimento era un tributo genuino alla sua attrattiva sessuale.
Mi scoprivo vulnerabile, inadeguato, felice. Avevo finalmente avuto accesso a quella zona di me che non sta nella mappa.
A.Z.
Mi chiedo a che cosa si ridurrebbe la fisiologia del sesso una volta svuotato il sesso delle aspettative che lo illuminano d’immenso. Forse avremmo un sesso fatto meglio ma ancor più trascurabile come esperienza di quanto lo sia oggi. Togli al sesso la zavorra e il suo aerostato non si alza più nemmeno a tenerlo per aria con le maniere forti.
Non avevo aspettative sul sesso quando l’ho fatto per la prima volta. La traccia esile lasciata nella memoria dalla mia iniziazione mi rassicura sulla modestia delle sue proporzioni, che sono quelle di un evento tanto felicemente vissuto quanto facilmente dimenticato. Dall’assenza di aspettative direttamente all’assenza di rimpianti.
Accadde durante una vacanza estiva in montagna insieme con la famiglia della migliore amica di mia sorella. Questa amica aveva a sua volta una sorella più grande, Nadia, trascinata come me, che avevo un anno meno di lei, nel vortice di euforia associazionistica creato dalle due famiglie. Per aver agio di bisticciare in modo indisturbato, mia sorella e la sua amica avevano ottenuto che i genitori prendessero in affitto uno chalet nei dintorni di Brunico. Io e Nadia fummo sistemati d’autorità in una camera col soffitto a cassettoni e due letti gemelli divisi tra loro da un tappeto sbrindellato e da uno snello tavoli...