Mezzanotte era passata da un pezzo e Libby di rado infrangeva quella promessa con se stessa. Era una perfetta Cenerentola, consapevole che la sua carrozza si sarebbe trasformata in zucca, poiché il padre le aveva ripetuto per una vita intera che le ore prima della mezzanotte valevano il doppio, mentre quelle dopo la metà. Sapeva che sarebbe dovuta rincasare su una zucca marcia, ma non le importava più di tanto. Erano ore che saltava da un sito all’altro come un tempo zampettava a piedi nudi sui sassi al fiume vicino a casa della sua nonna materna. Sotto agli strati di controllo e perfezionismo, la sua cipolla rivelava un gran senso dell’avventura. Si era impuntata che doveva scoprire tutto sul poliamore e allora aveva passato l’intera serata a leggere articoli come La scelta monogama o I vari tipi di poliamore o Come gestire i miei metamours che, scoprì poi, era la definizione per gli amanti dei propri amanti. Investigare la calmava, ma al contempo leggere di tutte quelle vite apparentemente così lontane dalla propria la confondeva. Sarebbe davvero stata in grado di aprire la sua coppia alla novità? Per se stessa la risposta era certa, ma l’idea di sapere Adam con un’altra le apriva il cuore in due. Capitò su un forum dove un gruppo di persone stava affrontando proprio la questione gelosia, ammettendo che anche le persone poliamorose la provavano, ma che non era il sentimento negativo che tutti pensavano, bensì un segnale dall’interno che andava capito e confortato. Che poteva essere risolto, in qualche modo. Libby si chiese se sarebbe mai riuscita a fare un passo simile, ad affrontare quel mostro per lasciar spazio al suo demone personale, quello della sensualità e della connessione. Be’, il suo era grande il doppio. Era convinta che finite le cose con Niko sarebbe stato semplice tornare alla normalità, ma in verità era rimasta a bocca asciutta e ancora più affamata di prima. La fame non le era passata come sperava e anzi il suo corpo aveva prodotto saliva per niente, perché non c’era stato nulla da mandare giù se non l’amarezza dell’umiliazione. E il fatto di aver conosciuto Sebastian ed essersi sentita allo stesso modo, attratta e frustrata, l’aveva convinta di essersi meritata quell’ergastolo per cattiva condotta.
Forse era resilienza, forse testardaggine, ma Libby decise che qualcosa andava fatto per forza per non impazzire di nuovo. Forse, pensò, la spiegazione a tutto era che lei, sotto anni di condizionamento monogamo da parte della società e dei media, in realtà era poliamorosa. Aveva avuto cotte fin dai tempi dell’asilo senza mai fermarsi, era stato il suo vero nutrimento ancora più degli spaghetti al pomodoro che tanto adorava. Prima di Adam non aveva mai avuto occasione di mettere alla prova la sua monogamia: ogni sua storia precedente era finita ancora prima che lei avesse il tempo di farsi affascinare da qualcun altro. E forse, nelle sue relazioni passate, c’era troppa sofferenza sul fuoco per sentire anche solo il bisogno di guardarsi altrove, la sua tanica di attenzioni ed emozioni forti era già fin troppo colma. Ma non si era mai posta la domanda, come quelle persone anziane che fanno coming out solo in tarda età: certe cose le scopri quando la vita ti ci fa sbattere il naso contro.
Il giorno dopo Libby non lavorava e, nell’elenco mentale di cose da fare che si era preparata prima di dormire, la prima recitava così: “Chiamare Leo e chiedergli di diventare il nostro mentore LGBT”. Leo gestiva una delle associazioni LGBT più importanti della città e sarebbe stata la persona perfetta per quel ruolo.
«Pronto?»
«Ciao Leo, sono Libby, del gruppo del giovedì. Scusami se ti chiamo a quest’ora, ti ho svegliato?»
«Figurati, stavo studiando. Che succede, stai bene?»
«Sì, cioè no, ma non preoccuparti. In realtà volevo chiederti una mano con una cosa.»
«Spara.»
«Ti ricordi quando mi hai accennato al poliamore? Ecco, io… non l’ho ancora detto a nessuno, ma credo di esserlo. Poli, intendo.»
«Oh wow. Cosa te l’ha fatto capire?»
«È una lunga storia. Che dici, ti va di vederci per un tè? O un pranzo, o anche una merenda. Mi piacerebbe saperne di più, ma non so proprio a chi chiedere.»
«Pensavo di studiare fin verso le quattro. Che dici, poi ci prendiamo una cosa in centro?»
«È perfetto. Grazie davvero Leo, significa molto.»
«Con piacere, a dopo, amiga!»
Libby e Leo si diedero come luogo d’incontro una piccola crêperie vegana che aveva aperto da poco. Aveva grandi vetrate e tante poltrone, diverse fra loro, che rendevano lo spazio eccentrico ma casalingo, come andare a trovare i nonni e farsi servire da loro pane burro e zucchero, con gli zuccherini che finivano dappertutto sul pavimento. Con quell’idea nuova, frizzante e spaventosa nel cuore, Libby aveva bisogno di un luogo come quello, che la coccolasse e la facesse sentire al sicuro, un bozzolo nel quale poter crescere protetta.
«Se vuoi, nel mio gruppo c’è qualche persona poliamorosa, ti ci posso mettere in contatto.»
Libby si vide già vittima degli sguardi lussuriosi dei partecipanti, e ancora una volta ripensò al cuoco dipendente del sesso. Aveva il terrore che potessero trascinarla a fare un’orgia, o qualcosa del genere. Leo notò subito la sua aria preoccupata.
«Sono persone normali, non hai nulla da temere.»
«Sai cosa, credo di aver letto del poliamore così tanto che ormai mi sembrano figure mistiche, fatico a immaginare che qualcuno possa esserlo davvero, sai, nella vita vera.»
«Eppure mi hai detto che tu potresti esserlo.»
«Be’, sì, credo. Mi innamoro spesso e con facilità, con Adam non ho nessuna carenza eppure continuo a desiderare altri. È come se il mio cuore non volesse accontentarsi di una persona sola, quindi non vedo altre spiegazioni.»
«Marina potrebbe dartene qualcuna» disse ridacchiando, «ma non c’è niente di male a sentirsi così.»
«Io non mi sento a posto con me stessa. È come se avessi scoperto di essere, chessò, pedofila. Hai un istinto che non puoi controllare e le tue azioni fanno del male a qualcuno.»
«Nel tuo caso però sono tutti adulti consapevoli e consenzienti, quindi non c’è niente di sbagliato.»
«Credi davvero che smetterò di sentirmi così male?»
«Credo che tu debba vedere con i tuoi occhi che è possibile starci bene. E che può essere una cosa figa, un po’ come se fossi l’eroina piena di amanti di quei libri che ti piacciono tanto.»
«In effetti l’idea di essere la protagonista di un romanzo storico, magari una regina o un’imperatrice, con uomini diversi che raggiungono le mie stanze ogni notte in gran segreto, ha tutto un altro appeal.»
«Vedi, è solo questione di cambiare prospettiva.»
«Sei bravo, sai? Dovresti fare da assistente a Marina.»
«C’è un mondo razzista e omobitransfobico là fuori, ho altro a cui pensare.»
Sembrava serio, non cattivo.
«Hai ragione. Forse tutta questa storia mi ha resa più egocentrica del dovuto.»
«È normale. Il nostro dolore ci fa dimenticare quello degli altri. Ma la cosa bella è che funziona anche al contrario.»
La mattina dopo Libby aveva un turno con Anya e Niko. Passò la prima ora, quella che anticipava l’apertura al pubblico, godendosi il pilota automatico. Si legò la chioma bionda in una coda morbida, che non le stringesse troppo facendole venire il mal di testa. Sopra al maglione – ormai era quasi dicembre – mise il gilet nero e arancione del supermercato, controllando che nella tasca sul davanti ci fossero almeno due penne funzionanti e un paio di forbici, sempre utili. Controllò, insieme all’assistente del capo, che la sua cassa avesse abbastanza moneta, riempiendo i cassetti dei rotoli di monete che le sarebbero potuti servire, dato che restavano pochi spicci negli scompartimenti. Portò al piano di sopra la sua cassa e poi controllò anche la numero due, rifornendola con altri rotoli e controllando che entrambe avessero abbastanza carta per scontrini, scottex e prodotti per le pulizie. Passò l’aspirapolvere all’entrata e bagnò le povere piantine che nessuno voleva mai comprare, se non lei quando ormai raggiungevano il 50 per cento di sconto della disperazione, pur di non vederle cestinate. Si spostò poi all’area refrigerata, che lei in quel periodo soffriva più del solito. Sembrava di stare in uno di quei ristoranti con l’aria condizionata a palla che ti facevano venire il mal di pancia e non sapevi se era stato il cibo o la congestione. Libby e Anya si misero a controllare gli yogurt, come ogni giorno: data alla mano, dovevano guardarli uno per uno per assicurarsi che non fossero scaduti e, se la scadenza era vicina, attaccavano il bollo del 30 o del 50 per cento di sconto per non arrivare a buttarli. Qualche volta, quando era di buon umore, il signor Marchetti permetteva loro di portarsi via quello che non erano riusciti a vendere, e così tornavano a casa con un piccolo bottino di cibi scaduti ma ancora più che mangiabili.
«Ho un nuovo piano» esordì Libby tra uno yogurt alla vaniglia e uno al caramello.
«Forse ultimamente stai un po’ esagerando con i piani» scherzò Anya, con un fondo di verità.
«Chiederò a Adam di aprire la coppia. Aperta spalancata, non aperta socchiusa come quando gli ho chiesto per Niko, diciamo che quello era un one time pass. Ora vorrei aprirla in modo ufficiale.»
Anya era la prima a essere parecchio libertina, ma non si sarebbe aspettata nulla di simile da una persona tradizionale e romantica come Libby.
«Oddio, ma davvero? E come farai con la gelosia?»
«Ci ho pensato su, sai. E non riesco a immaginare Adam innamorato di un’altra, proprio non ci riesco. Lui dice di non saperci nemmeno provare, con le ragazze. Secondo me non corro rischi e, in caso, imparerò a gestirla. Chi siamo noi per possedere la persona con cui stiamo? Voglio evolvermi.»
«Ammirevole, amica. Davvero ammirevole.»
Niko era intento a fare lo stesso loro lavoro ma con la carne secca, e sembrava origliare da lontano.
«Ieri ho comprato questo libro, si chiama La zoccola etica, che mi sta illuminando. L’ho portato da leggere in pausa, se vuoi dopo te lo mostro.»
«Di cosa parla?»
«Di come fare la zoccola, ma in modo etico.»
«Insomma, per ora sei una zoccola e basta.»
«Più che altro sono una zoccola frustrata. Ma ci sono un sacco di cose che non conoscevo, come vari tipi di gerarchie relazionali, accordi diversi che si possono prendere con il o i partner… insomma, ci sono tante sfaccettature che non avevo considerato.»
«Che cosa pensi di proporre a Adam?»
«Vorrei una coppia aperta, ma non solo per il sesso. E per le regole vediamo, a me piacerebbe saperlo se lui fa qualcosa, mi sembrerebbe di essere più in controllo. Ma ci sono tantissime cose da decidere: quali atti si possono fare e quali no, quante informazioni condividere, obblighi sul sesso sicuro. C’è un mondo intero, Anya, non ti immagini.»
«Tutto questo se lui accetterà la tua proposta.»
«Già. Devo capire come fare.»
Niko, con la sua solita felpa blu e una pila di prosciutto secco in mano, si avvicinò alle ragazze di soppiatto, mettendo fine alla conversazione. Libby per un attimo ebbe l’impressione di avvertire il suo profumo nell’aria, ma ormai non lo associava più ai loro sguardi rubati tra un cliente e l’altro e alle farfalle nello stomaco che seguivano. L’odore di Niko era diventato sinonimo di tradimento e umiliazione e tanta, tantissima rabbia. Pensò che il suo genere era quello della peggior specie, di persone che seminano briciole a terra attirando chi, come lei, muore di fame e si accontenta. Si fanno spazzolare l’ego finché non si sentono dei re e poi abbandonano Pollicino per strada, incolpandolo di aver sperato di trovare la pagnotta intera, alla fine del sentiero. Negano pure di averle lanciate, quelle briciole, così da confondere l’avversario e, inevitabilmente, vincere. Ma Libby non ci cascava più, e il suo profumo le dava solo il vomito.
«Ho deciso di aprire la mia coppia....