Supponiamo di essere in viaggio nella nostra automobile. A un tratto sul cruscotto si accende la spia dell’olio, oppure iniziamo a sentire un rumore insolito che proviene dal motore. Cominciamo a preoccuparci, perché proprio attraverso questi segnali capiamo che qualcosa nell’auto non va, che l’equilibrio che permette al motore di muoversi in sicurezza si è alterato. La stessa cosa accade al nostro corpo, che a volte ci invia dei piccoli o grandi segnali di malessere, sintomo di qualche disfunzione o di qualche patologia e, esattamente come nel caso dell’automobile, dobbiamo imparare ad ascoltarli e a interpretarli nel modo giusto.
Per comprendere e valutare al meglio i disagi e i segnali di allarme del nostro organismo dobbiamo innanzitutto considerare che si tratta sempre di necessità soggettive, che riguardano soltanto il nostro corpo e il nostro vissuto, e per questo non seguono un criterio omologabile per tutti gli esseri umani.
Parlando di alimentazione e del modo personale di affrontare il proprio rapporto con il cibo, ognuno di noi sviluppa gusti e appetenze che dipendono non soltanto dai propri equilibri metabolici, ma anche dallo stile di vita e dai fattori psicologici individuali.
Ecco perché è sbagliato pretendere di dettare regole universali che indichino un modo generalizzato di mangiare, quando invece la natura fa sviluppare dentro di noi voglie ed esigenze diverse e soggettive, che sono in continuo cambiamento anche nell’arco della nostra stessa vita. Ciò premesso, a questo punto bisogna capire se e quando il proprio desiderio di cibo è corretto o sbagliato, cioè se si tratta di una necessità fisiologica di mangiare per vivere e restare in salute o del segnale di un bisogno patologico dettato da un malessere o da una malattia che ci richiede ciò che invece per il corpo non sarebbe adeguato. Un esempio tra tutti è quello di un diabetico che ha una forte appetenza per i dolci e quindi prova in maniera patologica il senso di fame, oppure ancora quello di un obeso che è convinto di essere in sovrappeso per l’eccessiva quantità di cibo che mangia, mentre magari il vero problema va risolto in modo più personalizzato per evidenziare il suo modo sbagliato di nutrirsi.
Certo, l’appetito è una sensazione che tutti conosciamo, è una richiesta del corpo che sale a livello di coscienza e si esprime con il senso della fame! Questa richiesta è generica e “uniforme” per tutti gli esseri umani, ma si manifesta con un ritmo che cambia a seconda dell’età e delle diverse fasi di crescita dell’organismo.
I neonati e i bambini molto piccoli hanno bisogno di nutrirsi ogni due o tre ore, mentre questo intervallo tende ad allungarsi durante la pubertà, età nella quale ai pasti principali si aggiungono merende e spuntini, che servono alle importanti esigenze che l’organismo ha in una fase fondamentale di crescita. Man mano che si raggiunge l’età adulta e il corpo ha completato la sua fase di sviluppo sia fisico sia psichico, ci si potrà tranquillamente abituare ad associare i cibi in modo tale che saranno sufficienti i tre pasti principali della giornata (colazione, pranzo e cena) a non far comparire il senso di fame durante gli intervalli, salvo eccezioni come la gravidanza, l’allattamento o nel caso si pratichi un’intensa attività sportiva.
Quando sentiamo arrivare lo stimolo della fame, tutti noi ci comportiamo in maniera diversa a seconda della situazione in cui ci troviamo o del cibo che abbiamo a disposizione. Il più delle volte, se andiamo di fretta o non abbiamo voglia di prepararci qualcosa di speciale, ingurgitiamo qualsiasi cibo senza considerare se ci fa bene oppure no pur di placare quel fastidioso senso di fame. Altre volte invece resistiamo al desiderio con sofferenza e sacrificio, con lo scopo preciso di cercare di non ingrassare, anzi magari addirittura di dimagrire. Se invece decidiamo di mangiare e siamo in condizione di poter scegliere, optiamo per qualcosa che sicuramente ci piace ed evitiamo tutti gli alimenti che non amiamo, anche se utili per il nostro benessere. Si potrebbe pensare che seguire le proprie avversioni o le proprie preferenze sia un modo corretto e naturale di farsi guidare dai messaggi che ci invia il nostro organismo per poterci nutrire nel modo che è più adatto e salutare per noi. Ma non è sempre così. Escludere alcuni alimenti, o al contrario assumerne preferibilmente sempre certi altri può essere dannoso per l’equilibrio del nostro benessere e addirittura causare il tanto temuto aumento di peso. Ecco perché quando si sceglie come nutrirsi bisogna sempre cercare di non farsi condizionare da fattori psicologici (il latte va bene perché ci ricorda il seno materno, oppure il pesce è pericoloso perché ha le spine), da fattori religiosi (per ebrei e musulmani l’astensione da certi cibi come la carne di maiale), da fattori salutistici (i vegetariani, i vegani o i crudisti non assumono proteine di origine animale), da fattori etici (rispetto nei confronti degli animali intesi come fonte di cibo per l’uomo), da fattori psico-patologici (i fruttariani si nutrono di sola frutta), da fattori etnici (riluttanza nei confronti di cibi diversi dalla propria cultura alimentare), e per finire da fattori pseudo-scientifici, i più difficili da valutare perché si tratta di tutta quella miriade di informazioni e consigli spesso contraddittori diffusi su internet e in tutti i canali di informazione, tra i quali è difficilissimo barcamenarsi per capire quali siano i comportamenti giusti per nutrirsi vivendo davvero in salute.
Nei capitoli seguenti cercheremo di accompagnarvi in un percorso attraverso il quale poter riflettere trovando tutte le soluzioni adatte al proprio equilibrio. Ci riferiamo in particolare ai capitoli che tratteranno del modo di cuocere i cibi e del modo fondamentale di variare e associare gli alimenti all’interno dei diversi pasti della giornata, a seconda della tipologia del sovrappeso corporeo.
Rispondere a questa domanda, tutt’altro che semplice, significa riuscire a comprendere in quale modo affrontare il problema dell’aumento del peso corporeo alla radice.
Conoscere il motivo per cui si ingrassa costituisce la forma più adeguata a contenere e contrastare quello che oggi è diventato un serio problema che riguarda tutti i Paesi occidentali. I dati ufficiali dell’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) riferiscono infatti che negli ultimi quarant’anni il numero di bambini e adolescenti (tra i 5 e i 19 anni) obesi è aumentato di dieci volte – nel nostro Paese di circa tre volte – per un campione totale di più o meno 130 milioni di individui.
Questa pericolosa tendenza riguarda soprattutto le cosiddette società del benessere, all’interno delle quali gli individui tendono maggiormente a ingrassare, con forti ripercussioni sia a livello della qualità della vita individuale sia in termini di costi sociali per tutta una serie di patologie che il sovrappeso comporta.
La prima immediata ed evidente considerazione è che si mangia troppo. Ma è davvero l’unica reale risposta? Basta soltanto dimezzare, limitare, diminuire le porzioni per stare bene ed essere in forma?
Generazioni di nutrizionisti hanno per molto tempo affrontato il problema del sovrappeso affidandosi alle più moderne ricerche in campo alimentare. Hanno calcolato con precisione il valore calorico di ogni alimento e, riducendone l’apporto in modo mirato, hanno costretto l’organismo a “mangiare se stesso” e quindi a perdere peso, spesso anche affidandosi a sofisticati programmi informatici in grado di calcolare la quantità esatta di calorie necessarie a questo scopo per ogni soggetto in base a età, sesso, dati antropometrici, attività lavorativa ecc.
Ma si è visto che, praticando questo tipo di regime alimentare, i risultati non sono poi così brillanti come ci si aspetterebbe e soprattutto non sono duraturi. I chili tanto faticosamente persi durante una dieta di questo tipo tornano ad accumularsi, e spesso si è costretti a ricorrere alle famigerate “diete di mantenimento”, vale a dire che bisogna continuare a sacrificarsi per evitare di riprendere un peso addirittura maggiore di quello perduto. E, peggio ancora, gli unici veri colpevoli del nostro nuovo aumento di peso siamo proprio noi che abbiamo ricominciato a mangiare.
Ma dobbiamo davvero stare a dieta per tutta la vita?
Sarebbe superficiale considerare questo tipo di dieta, dal risultato immediato ma raramente risolutivo in modo duraturo, come l’unica possibile soluzione al problema del sovrappeso, in quanto non daremmo la dovuta importanza al fatto non trascurabile che così spesso si facilita l’insorgere di disfunzioni e di disturbi più o meno severi per la nostra salute. È per questo motivo che abbiamo da sempre contestato le misure drastiche di riduzione dell’apporto calorico che hanno lo scopo di ridurre il peso corporeo ma spesso ci costringono a vivere le nostre giornate ai limiti della fame.
Fino a qualche tempo fa la nostra visione critica riguardo a questo modo di affrontare il desiderio di dimagrire o di non ingrassare era considerata al di fuori di qualsiasi criterio scientifico, ma con l’avvento della psico-neuro-endocrinologia si è iniziato a comprendere quanto la componente fisica di un essere umano sia soltanto uno degli aspetti che ne regolano l’equilibrio generale.
Bene, direte voi, ma allora perché nei Paesi più poveri della Terra, dove c’è carenza di cibo, gli individui sono tutti magri? O ancora, come si spiega che un malato che non riesce più a nutrirsi a sufficienza perde rapidamente peso? In entrambi i casi si tratta di un modo decisamente non “normale” di perdere peso.
È vero: non mangiando si dimagrisce, ma non basta ridurre semplicemente l’apporto calorico.
Nei Paesi occidentali dunque il punto focale del problema del sovrappeso non è che si mangia troppo, ma che si mangia male, disturbando, intasando e perciò rallentando in vario modo l’efficienza dei metabolismi del nostro organismo! La nostra “macchina corpo” viene nutrita male, funziona male, e ingrassa. La ricchezza dei nutrienti di cui si avrebbe bisogno per alimentarsi in modo corretto è troppo esigua in confronto alla enorme quantità di cibi poco salutari che introduciamo.
Ecco perché ripetiamo che non basta ridurre semplicemente l’apporto calorico senza considerare la qualità e le caratteristiche dei vari alimenti, oltre che delle loro associazioni, e che la dieta corretta non può essere sostenuta soltanto da un mero conto calorico.
Le calorie non sono più di moda!
Ecco la meravigliosa notizia per chi vuole affrontare un percorso dimagrante: non è necessario ridurre drasticamente la quantità di cibo, bisogna sceglierlo in modo corretto e associarlo opportunamente nella composizione dei pasti! Ed è ciò che cercheremo di chiarire in questo libro.
Ritornando alla domanda di partenza – perché si ingrassa? –, la prima riflessione importante che bisogna fare è che ci sono in gioco molti fattori responsabili, alcuni facilmente modificabili, altri meno.
Il primo è sicuramente la genetica, riguardo alla quale tutte le statistiche evidenziano come i figli di genitori obesi abbiano una maggiore predisposizione ad aumentare di peso come conseguenza di un assetto neuro-endocrino di carattere ereditario.
Altri fattori importanti sono le abitudini e gli stili di vita, l’uso o l’abuso di farmaci e le diverse manipolazioni degli alimenti, solo per citarne alcuni.
In questo capitolo vediamo alcuni dei fattori sui quali è possibile, e direi piuttosto facile, intervenire.
Ripetitività e monotonia nella scelta quotidiana degli alimenti
Che cosa ne direste di un conoscente che indossa quasi sempre gli stessi indumenti e che quindi non li lava spesso? Di sicuro non lo invitereste tanto volentieri a casa vostra!
Con il cibo ci comportiamo un po’ tutti allo stesso modo: prepariamo con frequenza ciò che ci piace particolarmente, altre volte abbiamo poca voglia di perdere tempo in cucina a provare ricette sempre diverse, oppure la tavola calda vicino all’ufficio propone sempre gli stessi piatti o, ancora, a casa ci adeguiamo alle scelte o ai gusti degli altri membri della famiglia ecc. L’analogia tra l’abbigliamento e l’alimentazione non è poi tanto bizzarra e ci aiuta a capire un concetto fondamentale. Se prendiamo come esempio l’abbigliamento intimo e il cibo, possiamo dire che questo confronto è ancora più calzante perché così come il primo è direttamente in contatto con la nostra pelle, il secondo, ancora “più intimo”, interagisce con la mucosa del sistema digerente entrando letteralmente nel nostro organismo. Quindi in ambedue i casi dobbiamo cercare di variare per raggiungere uno stato salutare.
Se si consuma troppo spesso un alimento, sia pure di ottima qualità, o si ripete con frequenza eccessiva un certo tipo di menu, i nutrienti saranno sempre gli stessi e in breve tempo “satureranno” le riserve dell’organismo, che nel frattempo si sarà impoverito per la carenza di tutti gli altri elementi nutritivi.
Così facendo, il corpo avrà una serie di reazioni, come l’accumulo di sostanze in eccesso, oppure manifesterà l’affaticamento di organi importanti come il fegato o i reni, per non parlare di varie forme di irritazione con conseguente aumento delle disbiosi intestinali, delle intolleranze alimentari e delle allergie.
Ma come facciamo a capire con quale frequenza si possono assumere gli alimenti?
L’esperienza quotidiana della bioterapia nutrizionale ci fornisce la risposta a questo quesito in modo se volete empirico ma ben comprensibile: senza entrare in una dinamica compulsiva di cambiamento continuo, abbastanza improbabile per lo stile di vita moderno, si è visto che è sufficiente un intervallo di almeno settantadue ore nell’assunzione dello stesso tipo di alimento, con qualche eccezione per la colazione del mattino.
Qualità e modalità di cottura dei cibi
In seguito ci occuperemo di un argomento molto importante, che riguarda l’utilizzo, purtroppo molto diffuso, di alimenti commercialmente modificati e quindi svuotati del loro valore nutrizionale, la cui assunzione contribuisce all’usura di quegli organi vitali di cui abbiamo già parlato, nuocendo alla nostra salute e al mantenimento del giusto peso corporeo. Si tratta dunque di un argomento di fondamentale importanza, che comprende anche le modalità di cottura dei cibi con particolare attenzione a quelle che stimolano maggiormente il metabolismo organico.
Pasti frugali e frettolosi a mezzogiorno
L’abitudine di mangiare in modo frettoloso a mezzogiorno e di consumare pasti frugali costituisce la condizione in cui si rinuncia al naturale stimolo metabolico in una fase oraria che invece lo richiederebbe, cioè quando l’organismo è attivo sia in senso fisico che mentale, creando in questo modo i presupposti per aumentare l’apporto nutrizionale di sera.
L’errore di cinque pasti al giorno negli adulti
Consumare cinque pasti al giorno è utile e necessario solo per organismi che si trovano in fase di crescita, per gli sportivi, per le donne in gravidanza o in allattamento o dopo malattie debilitanti che abbiano comportato un notevole deperimento organico. In tutti questi casi è ampiamente giustificato lo stimolo ...