Cento scene di vita sovietica
  1. 560 pagine
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Informazioni su questo libro

Michail Zoščenko è stato uno degli autori più prolifici e di maggior successo nei primi decenni della Russia sovietica. Ma soprattutto è stato uno scrittore davvero "popolare": popolari sono infatti i temi trattati, popolari l'ambientazione, i personaggi, la forma adottata (raccontini brevi, storielle umoristiche, spesso riuniti in cicli con personaggi ricorrenti) con specifici richiami alla tradizione folclorica slava. E popolare è la lingua che Zoščenko utilizza: ironica fino al sarcasmo, ferocemente parodistica, ricca di una vasta gamma di registri e di colori locali, "maleducata" (ma in realtà assai sofisticata). È lo skaz, un idioma misto di espressioni comuni, magari storpiate, locuzioni libresche, termini giornalistici, che mima la spontaneità del parlato spesso con esiti grotteschi e, in un rapporto strettissimo tra l'autore e i suoi lettori, dà vita a una nuova letteratura realista.

Amatissimo dal pubblico, meno dalla critica e ancora meno dall'intellighenzia di regime, Zoščenko rimane una figura atipica, uno scrittore difficilmente etichettabile. In un'epoca che comincia a privilegiare la dimensione monumentale dell'arte, egli narra usi, costumi e psicologia dell' homo sovieticus partendo da pretesti narrativi provocatoriamente banali, che finiscono per svelare la contraddittorietà della realtà sociale, politica e culturale scaturita dalla Rivoluzione.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2022
eBook ISBN
9788835717379
Print ISBN
9788804729273

I RACCONTI PER IL LETTORE

1923-1938

Magia nera

I

Non sono tempi questi per credere ai sortilegi o, magari, alla magia nera, però parlarne non fa mai male.
Ancora oggi ci sono in giro personcine ignoranti. Com’è la situazione negli altri villaggi non lo so, ma a Laptenki è così. Nel paese di Laptenki le donne, per esempio, scongiurano qualunque malattia, fanno sortilegi nell’acqua e nel fuoco e raccolgono erbe dalle proprietà preziose. Sul resto non so, non dico niente, ma sulle malattie, be’, forse è giusto così. Con le malattie nonna Vasilisa se la cava proprio a meraviglia.
Si capisce, se viene qui un qualche bellimbusto dall’estero, di certo si mette a ridere.
“Eh,” dirà “la Russia, la Russia, che paese ignorante!”
A lui cosa interessa? Dategli un dottore col cilindro e la giacca, nonna Vasilisa non la degnerebbe nemmeno di uno sguardo. Sì, quello non degnerebbe di uno sguardo nemmeno l’infermiere Fedor Ivanič Vasil’čenka. Bella roba! Ma guarda tu che bellimbusto!
Ma con uno così non mi metto nemmeno a litigare. Lì da loro è un’altra vita, mica come la nostra. Lì, magari, non ci sono nemmeno le stesse malattie come da noi.
Per esempio, raccontano che lì da loro hanno messo il riscaldamento sui tram, perché con le correnti d’aria non si gelino i piedini, te lo raccomando…
E che cosa vi dico io? Più avanti di così si muore. Totale illuminismo europeo e civiltà…
Da noi, be’, la vita è diversa e la gente pure. Da noi, per esempio, una donna è morta di magia nera. La moglie di Dmitrij Naumyč.

II

È stato tutto inutile. Quella, pensate un po’, Dmitrij Naumyč l’aveva cacciata da casa. È iniziato tutto da lì. Anche se no, non è iniziato da lì. Prima c’era stata un’altra cosa, un affare di paese. E quel figlio di un diavolo di Vanjuška ci ha ficcato il naso.
Ecco com’è andata.
C’era una volta questo Vanjuška, un uomo malato, miserabile… È successo tutto per colpa sua.
Si capisce, anche prima in quel villaggio era successo di tutto; gli uomini, per esempio, avevano preso l’abitudine di affogare ogni primavera: ora Vasil’ Vasil’evič, un contadino abbastanza ricco, era affogato, ora lo starosta era annegato per disgrazia, e adesso Vanjuška… Solo che quello che succedeva, succedeva in allegria, ma una cosa così, per esempio, di cacciare via la propria donna, abitudini così non erano successe a nessuno.
Dunque, Vanjuška era malato e miserabile… Appena mi sono stabilito a Laptenki, la mia attenzione è stata tutta per Vanjuška. Quello va in giro, pensate un po’, tutto allegro, canaglia, e si sfrega le mani. Io, mi ricordo, l’ho fermato lì al paese e l’ho trascinato da parte.
«Com’è che te ne vai in giro spavaldo a fregarti le mani, mascalzone?» chiedo.
E lui, me lo ricordo come fosse adesso, mi ha guardato maligno.
«Be’,» dice «mi devo disperare? Per me adesso, lo sa, è una pacchia. Pure se sono malato e miserabile, da ora in poi vivrò come si deve. Davanti a me c’è una vasta scelta, intendo, di mogli facoltose con la dote.»
«Ma» dico «che balle vai dicendo?»
«No,» risponde «niente balle. Con me se ne va in giro un uomo di gran valore, ci pensi, un uomo scapolo, senza moglie… Ma, dice, d’altronde, guardi lei stesso cosa succede qui intorno.»
Ho dato uno sguardo tutto intorno e ho visto: in paese le donne pullulano, le ragazze alle feste ballano una scema con l’altra, i loro cavalieri sono spariti nel nulla. Cavalieri nisba. Nessuno dei valorosi giovani, pensate un po’, è tornato a casa dalla guerra in Germania.
“Be’,” penso “eh sì.”
Vanjuška gira per il villaggio e si fa bello.
«È arrivato» dice «il mio momento. Pensate quello che volete. Eccola la bella vita. Io sarò pure malato e miserabile, ma comunque sono un uomo. A caval donato non si guarda in bocca.»
E dunque per una settimana circa Vanjuška ha girato per il villaggio, ha cominciato, quel figlio di un cane, a scolarsi il samogon1 per fare festa, si è messo ad andare oltre il fiume…
Dall’altra parte del fiume viveva una gran signora, l’allegra soldatessa Njuška… E, ve lo immaginate?, Vanjuška è annegato. Tornava dalla casa della soldatessa una notte, ubriaco fradicio, ed è annegato, lo scemo.
Non è riuscito a tenersi la fortuna.
E gli altri hanno riso proprio tanto di lui.

III

E va bene. Lui, diciamo, è affogato a tarda sera e la mattina gli altri si sono avvicinati alla riva, hanno riso un bel po’ e poi sono andati a ripescarlo.
Sono usciti in barca, hanno agitato gli arpioni, hanno raschiato il fondale coi rampini, ma Vanjuška non c’è. Eppure, il fiumiciattolo è roba da niente, è un fiumiciattolo solo di nome.
Ci sono rimasti male.
«Ma porcaccia!» dicono. «Vasil’ Vasil’evič s’è trovato subito, lo starosta subito pure lui, e questo fenomeno, quel microbo, pensa un po’, non riusciamo a trovarlo.»
Hanno buttato lungo il fiume i vasi… Sì, sì. Vasi normali. Di terracotta… Non si tratta di qualche oscura credenza o, tipo, di un antico uso, è un metodo strepitoso per trovare un annegato. Sì, ci sono perfino dati scientifici che lo dimostrano. Mettiamo che il cadavere è sul fondo e con la gamba è impigliato in un tronco, magari. Ecco qua. Sopra il cadavere l’acqua, è matematico, deve per forza vorticare e fare un mulinello… Il vaso capita lì e, pensate un po’, gira.
E così anche stavolta. Hanno buttato i vasi. Un vasetto galleggia al centro del fiume e, guarda, gira. Ficcano lì l’arpione, beccano un sasso. Una buca. Lanciano il rampino e rimane lì. Al diavolo!
Gli uomini hanno deciso: bisogna tuffarsi. Prima uno, poi l’altro, e ancora un quinto si rifiutano.
«Dmitrij Naumyč…»
Quello non è stato tanto a discutere, si è levato la casacca, si è segnato il muso con la croce e si è tuffato.
E a quel punto, badate bene, è cominciato tutto.

IV

Me lo ha raccontato poi proprio Dmitrij Naumyč.
«Mi sono tuffato» dice. «Bene. Mi ero appena tuffato e all’improvviso ho avuto una folgorazione: “Certo che” penso “quel Vanjuška passava di qua tutto tranquillo, senza moglie, e poi è affogato nel fiume. E io che faccio,” penso “mi lascio scappare un’occasione così ghiotta dalle mani? Caccio via, mettiamo, la mia donna e poi mi sposo una riccona”.»
Fatto questo pensiero, a momenti l’acqua va di traverso anche a lui, c’è quasi rimasto, è stato sott’acqua più del previsto. Pure gli altri allora si erano agitati, perché nell’acqua si era vista una bolla bella grossa. Poi però, un minuto dopo, Dmitrij Naumyč è ricomparso in superficie, si è sdraiato sulla sabbia ed è restato lì con un’aria profondamente triste, addirittura trema.
“Be’,” hanno pensato gli altri “c’è un mostro sul fondo, per forza.”
Invece sul fondo, intendiamoci, è tutto tranquillo: Vanjuška giace sul fondo, coi pantaloni impigliati in un tronco.
Gli altri si mettono a fare mille domande: che è, che non è, ma Dmitrij Naumyč fa:
«Tiratelo» dice «col rampino, è tutto a posto.»
Quelli lo tirano… be’, non c’è altro da dire, Vanjuška non ci serve più per la nostra storia, perché la questione ha preso un’altra china. Comunque, Vanjuška l’hanno tirato fuori.
Dmitrij Naumyč è corso a casa.
“Certo che” pensa, mentre corre “in tutti i paesi qui intorno uno scapolo ha un gran valore. Sì,” pensa “adesso faccio sparire dalla faccia della terra la mia donna oppure, magari, la caccio via.”
Ecco qua, ha fatto di nuovo questo pensiero e vede che sono proprio le parole che gli servono. Arrivato a casa, comincia a mettersi in ghingheri. Ha l’impressione che sua moglie cammini storta e anche il panorama dalla finestra gli pare brutto.
La donna vede che lui si è intristito, ma la ragione non la sa. Allora si avvicina e gli parla e le sue sono parole pacate, come sempre.
«Perché mai, Dmitrij Naumyč, mi sembra che siete triste?» dice.
«Sì,» risponde quello, sfacciato «mi sono intristito. Voglio essere» dice «ricco e voi, chiaro, mi siete d’impiccio.»
Quella si è zittita.
C’è da dire che la moglie di Dmitrij Naumyč era proprio una donna straordinaria. La disgrazia era una sola, non era ricca, ma povera. Per il resto era una persona gradevole in tutto: aveva la voce calma, piacevole e pure il portamento non era a papera, da un fianco, per capirci, all’altro, ma aveva un portamento magnifico: camminava e sembrava fluttuare.
Sua sorella, addirittura, era stata ammazzata da un certo bellimbusto per quanto era bella. Perché lei non voleva viverci assieme.
Era successo a Kiev…
E anche questa donna era proprio tanto bella. Lo dicevano tutti. Ma a Dmitrij Naumyč adesso non interessavano queste opinioni e aveva un altro pensiero in testa.
Quindi, ecco, avevano parlato e quella stava zitta, ma Dmitrij Naumyč, badate bene, cerca rogna.
Cammina un po’ su e giù per l’isba.
«Be’, forza,» sbraita «donna, qui non si mangia?»
Ma all’ora di pranzo mancava molto tempo. Quella, a ragione, gli risponde:
«Ma che dite, Dmitrij Naumyč, io» dice «non ho nemmeno ancora pensato ad accendere la stufa.»
«Ah,» dice lui «pensa te, penza,» dice «pensavi di farmi morire di fame. Piglia su le tue carabattole, baracca e burattini, e non sei più ufficialmente la mia sposa legittima.»
La donna si è spaventata a morte, poi ha cominciato a pensarci su. Sì, capisce che la caccia via. Ma perché la scaccia, non si sa.
In tutto quello che fa è limpida come l’acqua. Pensa di risolvere la questione pacificamente. Gli si butta ai piedi.
«Picchiami, è meglio, Pilato martire, perché sennò non so dove andare» dice.
Ma Dmitrij Naumyč, pur avendo esaudito il suo desiderio di essere picchiata, l’ha poi comunque cacciata di casa.

V

E allora quella ha raccolto le sue quattro carabattole, ovvero la gonnellina bucata, ed è uscita in cortile.
Ma non ha un posto dove andare.
Gira in tondo per il cortile, mugola un po’, un po’ piange, ci pensa di nuovo su.
«Vado» dice «dalla vicina, be’, magari un consiglio me lo dà.»
Arriva dalla vicina. La vicina sospira e geme e mette le carte sul tavolo.
«Già,» dice «brutto affare. Veramente,» dice «un affare schifoso. Guarda tu stessa: ecco il re di picche, l’otto e a parte la donna di picche. Le carte non mentono. Quello ha qualcosa contro di te. È solo colpa tua. Sappilo.»
Pensate un po’ che cretina che è stata la vicina. Doveva consolarla, che era fuori di sé, e invece la cretina le attacca una solfa:
«Sì, è solo colpa tua. Vedi che quello s’è intristito e tu sopporta, ma che ti chiacchier...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Le padelle di Zoščenko. di Ornella Discacciati
  4. Bisogna morire quando è tempo: la vita di Michail Zoščenko. di Marta Valeri
  5. CENTO SCENE DI VITA SOVIETICA
  6. I RACCONTI DI NAZAR IL’IČ, SIGNOR SINEBRJUCHOV. 1921-1922
  7. I RACCONTI PER IL LETTORE. 1923-1938
  8. I RACCONTI DI LELJA E MIN’KA. 1938-1945
  9. I RACCONTI SULLA VITA DI LENIN. 1939-1940
  10. I RACCONTI PER LA CRITICA. 1941-1963
  11. SCENE ILLUSTRATE
  12. Supplemento gratuito. Sugli inventori
  13. “Non gli hanno retto i nervi”
  14. Storia di un’invenzione
  15. Copyright