
- 516 pagine
- Italian
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Ucraina
Informazioni su questo libro
Ucraina significa "il luogo sul confine".
Una terra che ha dato i natali a scrittori che hanno usato la lingua russa, come Nikolaj Gogol' e Isaak Babel', e ad autori che hanno scritto in ucraino, come Ivan Franko e Taras Ševcenko.
Un Paese antico e ricco di storia, che in queste pagine viene raccontato attraverso una scelta di fiabe, racconti e poesie.
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Informazioni
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9788804756569eBook ISBN
9788835717461PARTE PRIMA
FIABE UCRAINE
Cirillo il Conciapelli
C’era una volta a Kyjiv un principe-cavaliere, e vicino a Kyjiv c’era un serpente a cui ogni anno dovevano mandare un dono: un giovanotto oppure una fanciulla. Venne il turno della stessa figlia del principe. Non c’era nulla da fare. Poteva toccare anche ai signori e quando veniva il loro turno anche loro dovevano andare. Così il principe dovette mandare sua figlia in dono al serpente. E la figlia fu talmente brava che persino il serpente la prese a ben volere. Una volta, con le lusinghe, si fece avanti e gli chiese: «Esiste al mondo un uomo più forte di te?».
«C’è!» disse. «È un tale di Kyjiv che vive lungo le rive del Dniprò. Quando il fiume inonda le case, il fumo si stende fino al cielo; allora lui va sul Dniprò a bagnare la pelle (perché è un conciapelli), e non ne prende una, ma dodici tutte insieme. E quando si gonfiano nel fiume, io le tiro in acqua. E lui che fa? Pensate che a sua volta si metta a tirare? Niente affatto! A lui non importa proprio nulla! Per poco non tira fuori anche me dalla riva del fiume. È solo di quest’uomo che ho paura.»
La principessina cominciò a riflettere. Pensa e ripensa: come far giungere quella notizia e tornare in libertà dal padre? Lei non aveva il coraggio di osare tanto. Solo una colombella, che aveva nutrito nei giorni felici quando era a Kyjiv, avrebbe potuto farlo. Pensa e ripensa, finché, singhiozzando, così scrive al padre: “Questo è quanto: da voi, mio signore, c’è a Kyjiv un tale di nome Cirillo, che fa di cognome Conciapelli. Scongiuratelo, fatelo convincere dagli anziani, perché si batta con il serpente per liberarmi, povera me, da questa prigionia. Pregatelo, mio signore, con i doni e con le parole più adatte, perché non si senta offeso da una mancanza di riguardo. Per voi e per lui pregherò Dio per tutta la vita”.
Scrisse così e legò il messaggio con un anello alla zampa della colombella, che liberò dalla finestra. La colomba si sollevò in aria e volò a casa e nel cortile fino dal principe. Persino i suoi figli corsero nel cortile a vederla.
«Papà, paparino», dicono «hai visto la colombella mandata dalla nostra sorellina?»
Il principe inizialmente si rallegrò, ma poi si rattristò pensando: “Vuol dire che quel maledetto drago ha già spacciato mia figlia!”.
Chiama a sé la colomba; scorge il pezzettino di carta legato all’anello e lo prende. Legge quello che la figlia gli aveva scritto, viene a sapere come stanno le cose e immediatamente riunisce il consiglio degli anziani.
«Esiste veramente un uomo che si chiama Cirillo il Conciapelli?»
«Esiste, principe, e vive sulle rive del Dniprò.»
«Come possiamo fare ad avvicinarlo senza che si offenda quando lo chiamiamo per nome?»
Alla fine decisero così: inviarono i più anziani. Giunsero alla sua casa, timorosi, aprirono lentamente la porta. Videro che Conciapelli sedeva in terra, e, stando di spalle, conciava dodici pelli; si vedeva soltanto quando scuoteva la barba bianca. Uno di quei messi, intimorito, starnutì.
Conciapelli si spaventò e strappò le dodici pelli. Si voltò e quelli gli spiegarono: «Siamo venuti per questo e per quest’altro motivo, ci ha mandati a te il principe con una preghiera…».
Ma lui non li guardava né li ascoltava perché era arrabbiato: per colpa loro aveva strappato le dodici pelli.
Quelli nuovamente chiedono, nuovamente lo pregano. Si inginocchiano. Niente da fare! Chiesero, pregarono, ma dovettero andarsene con le facce scure.
«Cosa dobbiamo fare?» si affliggeva il principe e, insieme a lui, tutto il consiglio degli anziani.
«Perché non inviare i giovani?»
Mandarono i giovani, ma anche loro non conclusero nulla. Il Conciapelli infatti taceva e sbuffava, come non fossero stati affari suoi. Era chiaro: sempre a causa di quelle pelli.
Poi il principe ci ripensò e gli mandò i bambini. Questi, quando arrivarono, cominciarono a pregarlo, buttandosi in ginocchio e piangendo. A questo punto persino Conciapelli non poté resistere e tra le lacrime disse: «Se è per voi, lo farò!».
Andò dal principe.
«Datemi» dice «dodici botti di pece e dodici carri di canapa.»
Si avvolse con la canapa, si incatramò con la pece per bene, prese una clava pesante dieci pud e andò dal serpente.
E il serpente gli disse: «Che fai Cirillo? Sei venuto in pace o per batterti?».
«Ma quale pace! Per battermi con te, maledetto drago!»
Cominciano a battersi, tanto che la terra comincia a tremare. Appena prova solo a fuggire, il serpente lo acchiappa con i denti, ma strappa via solo la pece, appena prova a fuggire, il serpente lo acchiappa, ma tira via solo un fascio di canapa. Poi Conciapelli con la sua enorme clava lo percuote e lo sbatte a terra. Il serpente fuma come un fuoco e si scalda talmente che corre verso il Dniprò e, non appena salta in acqua per dissetarsi un po’, Conciapelli di nuovo si avvolge nella canapa e si incatrama con la pece. Ancora una volta dopo che il drago maledetto si stacca da Conciapelli, lui gli da giù con la clava, finché non vengono fuori le scintille. Continuarono a darsele finché non uscì il fumo e le scintille schizzarono da tutte le parti.
Cirillo sistemò il serpente meglio di un fabbro che acconcia il vomere dell’aratro nella sua fucina. Il serpente sbuffò, si mise a bestemmiare il maledetto, finché la terra sotto di loro non gemette. Le campane e le preghiere risuonavano e sulle montagne lì intorno c’era la gente che, mezza morta, mano nella mano aspettava l’esito della lotta. A un tratto si udì un tale botto che la terra tremò. La gente che stava sulle montagne con le mani unite gridava “gloria al Signore!”.
Così Cirillo, uccidendo il serpente, liberò la principessina e la restituì al principe. Questi non sapeva come ringraziarlo e come premiarlo. Da allora, in suo onore, presero a chiamare le lande desolate dove lui viveva “Conciapelli”.
Ciò che poi fece Cirillo nessuno lo capì bene. Prese il serpente, lo bruciò, e sparse le ceneri al vento. Da quella cenere ebbero origine: mosche, zanzare e moschini. Se avesse sepolto quella cenere nella terra, nel mondo non ci sarebbe stato niente del genere.
Il pastore di pecore
C’era un pastore di pecore che per tutta la vita non aveva fatto nient’altro che pascolare le sue pecore, fin dalla più tenera età. Una volta una pietra che pesava otto pud cadde dal cielo proprio vicino a lui. Il pastorello si mette a giocarci come fosse un giocattolo: la lega al suo frustino e poi ci dorme su per tutto il giorno. Il dì seguente getta la pietra in alto, quella vola e ricade nello stesso punto dov’era prima, conficcata nella terra. E se anche avesse abbandonato la sua giacca di lana in mezzo alla steppa con quella sopra, due o più persone non sarebbero riuscite a prenderla. La madre lo sgridò: «Che stai a fare con questo ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Il libro
- Frontespizio
- UCRAINA YKPAÏHA
- PARTE PRIMA
- PARTE SECONDA
- Copyright