Mercoledì 19 dicembre 2007
Un’altra lettera dai poteri occulti, che atterra nella mia cassetta della posta con il tipico gergo di una minaccia di morte.
L’editto di oggi – completo di orribili clip art con foglie di agrifoglio e con così tanti punti e virgola per frase da farti venir voglia di riscriverlo – informa tutto il personale che questo mese il colore del camice cambierà da azzurro a rosso. Come le tazze di Starbucks! Che bello! Forse al posto delle cuffie da chirurgo indosseremo anche cappelli di velluto rosso con finiture bianche, e ai piedi calzeremo babbucce a punta anziché i soliti zoccoli sanitari, e sostituiremo la normale suoneria del cicalino con l’intro al pianoforte di All I Want for Christmas Is You. Sono misure che mi sentirei di appoggiare.
Ma questo provvedimento, come un cagnolino in un pacco regalo, non è solo un diversivo per il periodo natalizio: è definitivo. Saremo come quegli svitati, ospiti fissi delle trasmissioni televisive della mattina, che, prendendo alla lettera I Wish it Could Be Christmas Everyday dei Wizzard, festeggiano il Natale 365 giorni l’anno. Presto si sparge la voce che il cambiamento non sia dettato dal periodo festivo o da ragioni sartoriali, bensì da interessi economici, guarda caso.a
A me piacciono l’azzurro e il verde: veicolano in modo più immediato di qualsiasi altro colore il messaggio “professionista in ambito sanitario”. Al St. Agatha volevano che ogni figura fosse contraddistinta da un colore diverso: arancione per gli anestesisti, grigio per le ostetriche, viola per i ginecologi e così via. Quando c’era un’urgenza e tutto il gruppo si riuniva, sembrava che qualcuno avesse chiamato i Power Rangers.
In che modo i camici rossi sono la soluzione al deficit abissale del nostro ospedale? Il colorante per tessuti rosso è molto meno costoso? Il reparto è sponsorizzato dalla Virgin Atlantic? No. Ecco la risposta: il sangue non si nota così facilmente sul rosso, quindi si spera che i pazienti non si accorgano quando siamo inzuppati.b
Venerdì 21 dicembre 2007
Da quando è arrivato il nuovo sistema a comando vocale, il mio cicalino è molto più silenzioso. Ma è diventato impossibile, di fatto, contattare chiunque.
Visto che l’ospedale è un ambiente estremamente snob, la società che ha ideato il software ha immaginato che il personale fosse composto da ricchi proprietari terrieri, quindi ha programmato il sistema per riconoscere soltanto accenti di una raffinatezza caricaturale. Le corsie sono piene di medici e infermiere che ripetono parole nei dispositivi con una dizione sempre più impeccabile: “Sala operatooooria”. Sembra la versione amatoriale di un film sull’aristocrazia inglese dell’inizio del Novecento.
Quando alla fine riesci a far capire al diabolico centralino una delle parole che hai pronunciato, è sempre quella sbagliata. Oggi per esempio, volendo contattare il radiologo, avrei fatto prima a usare due vasetti di yogurt collegati da un pezzo di spago.
«Radiologia.»
«Stiamo trasferendo la chiamata a: Audiologia. Se non è la tua richiesta, di’: cambia reparto.»
«CAMBIA REPARTO!»
«Stiamo trasferendo la chiamata a: Sala parto.»
Domenica 23 dicembre 2007
Così come un allenamento intenso è solitamente seguito da uno stretching attivo per fare sì che l’attività corporea non passi da cento a zero, analogamente il mio estenuante turno di notte è seguito a ruota da un turno di mattina, a un livello di difficoltà appena inferiore: lavorerò come senior house officer. È una buona azione: la collega in servizio ha appena perso il nonno e le è stato rifiutato il congedo per motivi famigliari, riservato, a quanto pare, solo all’assistenza o alla commemorazione dei parenti di primo grado. Che bello sapere che i propri cari hanno ciascuno un preciso valore, come carte da gioco. E come se non fosse bastato vedersi negare il permesso, la mia collega non ha nemmeno potuto prendersi un normale giorno di ferie, perché aveva dato “un preavviso insufficiente nel periodo festivo”.
“Come sa, questa è la nostra regolare policy” recita il copione standardizzato delle risorse umane: come se essere cattivi con tutti senza distinzioni fosse in qualche modo meglio che fare dispetti ad hoc. Se vogliamo guardare il bicchiere mezzo pieno, poteva andare peggio. In passato l’ufficio del personale era noto per aver chiesto certificati di morte e per aver stabilito che solo il decesso del coniuge, ma non il ricovero urgente in terapia intensiva, costituiva un motivo sufficiente per prendersi qualche giorno di pausa.
Nonostante la determinazione dei capi a far saltare alla senior house officer il funerale del nonno, siamo riusciti a organizzarci tra di noi. Io faccio sei ore extra e stasera il registrar del turno di notte arriverà sei ore in anticipo. In un mondo ideale si dovrebbe poter elaborare il lutto e stare accanto alla famiglia per più di un giorno, ma è comunque meglio di niente. Sono assai deprimenti questi rigidi diktat imposti dai piani alti, ma le regole che in teoria dovrebbero tutelare il personale sono presto aggirate o ignorate, in caso di necessità.
Comunque è bello – quasi rilassante – lavorare con meno responsabilità, seppur non pagati. Il registrar di turno è un sostituto, naturalmente, e per la maggior parte del tempo stiamo ognuno per conto proprio. Per essere gentile lo informo ogni volta che ammetto una paziente e, nel caso dei cesarei, uniamo le forze. Per non metterlo in imbarazzo non specifico che di solito sono un registrar.
La mia metà del turno è finita. Quando stiamo per salutarci, lui mi prende in disparte e mi dice che sono un bravo senior house officer.
«Dovresti valutare l’idea di lavorare come registrar» suggerisce, lanciandomi quel sorrisetto paternalistico che io personalmente riservo solo a quelli che mi descrivono l’intelligenza prodigiosa del loro figlioletto di un anno. «Magari tra sei mesi o giù di lì» aggiunge.
Buon Natale, coglione.
Lunedì 24 dicembre 2007
La paziente HL si presenta con un episodio di sanguinamento postcoitale. Dentro è tutto un po’… sbucciato. Chiaramente ha omesso qualche particolare: forse il suo ragazzo è quel mostro, fatto di roccia, dei Fantastici Quattro.
La verità è che, in mancanza di preservativi, lei e il partner hanno frugato in una scatola di dolcetti natalizi e hanno ovviato al problema con l’incarto di un Mars: forse si sono fidati troppo dello slogan “Mars ti aiuta lo sai”. Il desiderio umano di scopare sembra prevaricare qualsiasi buon senso. Ecco perché la gente si infratta nei bagni degli aerei (loculi provvisti di sciacquone!) o usa i macinini del pepe come vibratori.
Per fortuna la paziente HL non deve essere ricucita e non ha bisogno di fasciature.c Le consiglio di usare metodi di contraccezione meno abrasivi in futuro e di fare un break dall’attività sessuale finché non sarà completamente guarita. E non è un invito a passare ai KitKat.
Martedì 25 dicembre 2007
’fanculo le decorazioni con rami di agrifoglio. Ormai è il mio quarto Natale di fila in reparto e la cosa più deprimente è quanto mi sembri normale. Ci ho fatto l’abitudine, come un albero che ramifica intorno a una cancellata, e i riti sono sempre gli stessi: lo scambio di regali con gli occhi annebbiati delle sette di mattina e la mince pie ingurgitata in un istante mentre H fa finta di non notare che con un occhio guardo l’orologio.
Quest’anno quando sono usciti i turni non mi sono ribellato. Fa parte del lavoro, a qualcuno deve pure toccare. Forse è colpa del complesso dell’eroe che ogni medico finge di non avere: Batman con il cicalino. E poi c’è il richiamo egoistico a cui qualsiasi esemplare della nostra specie cede per natura, lo stesso che ci spinge a fare una donazione a un programma tv a scopo benefico o a riunire un bambino piagnucolante con l’orsacchiotto che ha smarrito. In assenza di un dio che inserisca le mie azioni nelle colonne inferno/paradiso del suo libro mastro, è già qualcosa. Ma se sono altruista sul lavoro, riesco a essere ancora più egoista in altri modi: abbandonare H, che ormai ha smesso di rinfacciarmelo perché abbiamo già declinato la stessa discussione in tutte le varianti possibili; abbandonare i miei genitori, che non smetteranno mai di rinfacciarmelo. Troveranno senz’altro un modo anche da morti, tramite e-mail annuali programmate o tavoletta Ouija.
Questo è il messaggio di mia madre di oggi: “Magari ti vedremo un anno o l’altro”: una pugnalata. In questi giorni faccio parte di quella categoria di persone che non festeggiano il Natale, come i Testimoni di Geova, o i tacchini.
Lungo la strada per andare al lavoro, la voce caramellosa del presentatore alla radio fa un applauso a tutti coloro che lavorano il giorno di Natale, e io per poco non mi metto a suonare il clacson in segno di partecipazione, ma poi mi ricordo che sono inglese. E torno a chiedermi se oggi il parcheggio sarà gratuito (la risposta è no, naturalmente).
Entro in ospedale, guardo la lavagna del reparto di ostetricia e faccio un sospiro. «Qualcuno ha consultato gli psichiatri per la paziente della stanza 8?»
Megan, una delle ostetriche, mi risponde con un sospiro più plateale e mi dice di guardare meglio i dati della paziente.
- 18 anni
- Durante il travaglio ha rifiutato di farsi esaminare la vagina in quanto sosteneva di essere vergine
- Consultare il reparto di psichiatria perché sostiene che il bambino sia “il figlio di Dio”
- Paziente extracomunitaria: Nazareth
- Bambino maschio partorito alle 00.00. Condizioni: stabili.
Ah ah, no. Sono solo le otto e dieci e sono già troppo stanco per queste stronzate.
In ginecologia c’è molto meno da fare gli spiritosi: la paziente HW ha avuto una bruttissima settimana, i cui momenti peggiori sono stati l’intervento d’urgenza per una torsione ovaricad e una grave infezione della ferita dopo l’operazione. Ho sperato con tutto il cuore che la sua temperatura rimanesse bassa, così sarebbe riuscita a tornare a casa per godersi almeno un assaggio di Natale e non avrebbe dovuto bollare tutto il mese di dicembre come un periodo da dimenticare. Devo proprio essere stato un bravo bambino, perché quest’anno Babbo Natale ha controllato scrupolosamente la sua lista e ha deciso di accontentarmi. Purtroppo, anche se la paziente HW sta abbastanza bene dal punto di vista clinico, resta qualche problema logistico da risolvere: non c’è nessuno che la venga a prendere e quelli del trasporto ospedaliero dicono che non c’è posto sul dorso dell’asino.
Brook, una delle infermiere, si fa convincere dall’atmosfera natalizia e si offre di accompagnarla a casa. «Tanto sono di strada!» dice con un gran sorriso, ma una sua collega indica con un cenno del capo che è una bugia bella e buona. Di fronte a questo semplice atto di generosità il mio cuore di ghiaccio si scioglie.
A volte potrei muovere un piccolo passo in più verso gli altri, ma, abitando a trenta chilometri da qui, ho già un bel po’ di strada da fare. Brook dice alla paziente che staccherà alle due del pomeriggio e le chiede se può attendere fino a quell’ora. «Va bene» risponde la donna. «Ma non si aspetterà che le dia un contributo per la benzina.» Questo sì che è lo spirito giusto.
Giovedì 27 dicembre 2007
Sono le quattro di notte e io crollo su una sedia della sala mensa facendo un rumore simile a quello di un gommone quando si buca. Burton, uno degli house officer, è seduto sul divano davanti a me, rannicchiato su se stesso come un gamberetto. «Com’è andato il turno?» gli chiedo.
Lui si raddrizza un pochino e mi guarda negli occhi: ha le membra esauste, la faccia gonfia. Fa per parlare, ma lo sforzo è troppo, così scuote la testa e ritorna nel suo bozzolo immaginario. Oh dio. Avrei sperato di fissare il televisore inebetito per u...