Puoi lasciare un luogo e una figura che ti hanno devastato, ma loro non lasceranno te. Per mesi hanno abitato nel mio cervello come un tarlo, angosciando le mie notti e i miei giorni. A millecinquecento chilometri di distanza, niente era lontano. Ancora non lo è. Quando ne parlo, mi viene naturale coniugare i tempi al presente. Al rientro a Roma passavo e ripassavo al setaccio ogni ricordo, gesto, sensazione, nonostante il dolore che mi provocavano, quasi a voler trovare una spiegazione all’assurdo, come se dal presente potessi intervenire sul passato. Lui era un’ombra nera, non avevo un solo dettaglio del suo viso, non avrei mai potuto riconoscerlo, rintracciarlo o denunciarlo. Non facevo che chiedermi: «E se l’ascensore non fosse arrivato in quel preciso momento? E se nella valigetta avesse avuto un’arma?». La durata di un attimo mi aveva salvata. Un attimo in cui era accaduto qualcosa che gli aveva fatto allentare la presa e mi aveva permesso di allontanarlo. Un attimo in cui mi era comparsa davanti la cabina dell’ascensore. Un attimo in cui la chiave dell’appartamento aveva fatto clic.
La fortuna, il caso, il caos. Ognuno a quell’attimo dà il nome che vuole. Il mio è angelo. Una protezione celeste che ho sempre percepito e che mi accompagna da prima che nascessi. Mia mamma prima di me aveva avuto due aborti spontanei e, quando rimase di nuovo incinta, i medici le consigliarono di prepararsi al terzo aborto. Non avevo nessuna speranza di cavarmela, ma lei era devota a sant’Antonio da Padova e gli chiese la grazia. Eccomi qui, Maria Grazia.
Dopo Parigi ero traumatizzata per quello che mi era capitato e ancor di più per quello che mi sarebbe potuto succedere. Ero disgustata dalla violenza psicologica che mi era toccata, oltre a quella fisica. Nelle orecchie tornavano a rimbombare quel tum tum tum del cuore impazzito dal terrore e quella frase: «Sei mediterranea, sicuramente lo hai provocato». Per tutto l’anno successivo, se sentivo qualcuno dietro di me, gli urlavo contro. Avevo comprato lo spray al peperoncino e avevo avvisato i miei amici di non fare improvvisate e scherzi idioti, perché io avrei spruzzato senza esitare. Ero rabbiosa e avevo perso la voglia di giocare. Da quel momento non ho più accettato battute sulla mia quinta taglia di reggiseno o sul mio corpo e ho deciso di rispondere per le rime a chiunque mi avesse mancato di rispetto. Non ostento ciò che non ho, sono fatta così e non vedo perché dovrei rinunciare a una scollatura. Peraltro, da quando hanno tentato di strangolarmi, non indosso abiti stretti al collo perché mi danno un senso di soffocamento. Ne avrò il diritto?
Non ho reagito chiudendomi in casa e mortificando il mio corpo. Non mi è mai nemmeno passato per la testa. Ci sono stati dei riflessi condizionati, per via di una memoria fisica che mi faceva ripiombare in quella paura, ma poi razionalizzavo, cercando di riprendermi la mia normalità.
Non sono una che si abbatte facilmente. Ho avuto modelli importanti di donne nella mia famiglia. A partire da mia madre, che è cresciuta in campagna, ha frequentato la scuola solo fino alla quinta elementare e ha avuto me e mia sorella a quarant’anni suonati. Una scelta davvero controcorrente mezzo secolo fa, per cui fu anche molto criticata da parenti e vicini di casa. Ma le chiacchiere non le interessavano, voleva una famiglia numerosa e portò avanti la sua idea, così a mia sorella Lilla, più grande di tredici anni, e a mio fratello Gaetano, ci unimmo io e, due anni dopo, Giovanna. Abitavamo in un appartamento piccolo, la stanza di noi figli aveva i letti a scomparsa. Di giorno sembrava essere spaziosa, di notte si trasformava in un accampamento. A svegliarci era il profumo del ragù, e in casa c’era un unico bagno, per cui facevamo la fila. Il primo arrivato riusciva a godersi la doccia calda, all’ultimo toccava l’acqua gelata. Mia madre vive sempre lì e nelle occasioni in cui ci riuniamo, peraltro con un carico di nipoti, stiamo ancora tutti in coda davanti a quella porta.
La mia è stata un’infanzia felice. Le rinunce non mi pesavano perché mia madre mi insegnava che tutto è possibile: una cosa non c’era? Allora la dovevi realizzare. Lei non poteva comprarci i vestiti? Ce li cuciva. Mio padre non guidava, ma mia madre voleva portarci a tutti i costi al mare in macchina perché, in cinque e con le borse, stavamo troppo scomodi sugli autobus. Intendeva rendersi indipendente e si mise a studiare di notte per prendere la patente. Di giorno si occupava di noi, cucinava, stirava, puliva e, dopo averci messo a letto, trovava la forza di fare i quiz. Avendo conseguito solo la quinta elementare, tutti le dicevano che non ce l’avrebbe fatta, invece finì per scarrozzarci al mare e per dare passaggi a chiunque ne avesse avuto bisogno. Non si è mai abbattuta nei periodi più difficili e mi ripeteva: «Finché c’è vita, c’è speranza. Se oggi va male, domani si può ricominciare daccapo».
E poi c’era mia nonna Agatina, una potenza. Era una contadina, gestiva la campagna e la famiglia, impastava quaranta chili di farina al giorno per andare a vendere il pane. Poi il suo terreno venne espropriato perché dovevano costruire l’autostrada, e lei venne a vivere da noi. Non sapeva né leggere né scrivere, ma non rinunciava a tramandarci storie che aveva appreso dalla vita vera e non dai libri. Lei raccontava e Lilla registrava la sua voce: incisioni che abbiamo ascoltato in continuazione e che conserviamo come tesori. La volontà spesso è più forte dei limiti.
Al ritorno da Parigi mi sono liberata dagli incubi progettando il mio nuovo futuro e promettendo a me stessa che, qualsiasi lavoro avessi fatto, non mi avrebbe distolto dall’obiettivo di chiedere giustizia per le donne vittime di violenza. Ambivo alla visibilità esclusivamente per poter dare visibilità a chi aveva vissuto una storia simile alla mia o peggiore. Poco dopo ottenni il ruolo nel film Il postino. Fatalità, caos, destino. Il mio angelo alla carica.
Non avevo sognato di fare l’attrice. Mi bastava trovare un lavoro che mi facesse guadagnare abbastanza da aiutare i miei genitori. Facevo la modella, perché tutti a Messina mi dicevano: sei alta, sei magra… sei modella! Lo sembri, lo fai.
Cercando di uscire dal periodo più buio della mia esistenza, dopo gli eventi vissuti nella capitale francese, ero pronta per iscrivermi alla facoltà di Psicologia, invece sono finita al provino di un film da Oscar per una casualità, ed è stato un bene perché non ero lì a sgomitare per farmi notare, non ero vorace di successo. Il successo è come un fidanzato: se lo desideri, non ti fila. Se non lo insegui, ti trova.
La mia è stata una strada che si è disegnata da sola, e che poi ho deciso di percorrere a modo mio. Mi sembrò ironica la sorte: recitare in un film che raccontava la storia di un postino, proprio io che, poco prima di lasciare la Sicilia per comparire in tv, avevo vinto un concorso alle Poste. Ero figlia di un postino, mio fratello, mia sorella e mio cognato erano tutti postini. Massimo Troisi nel film indossava la stessa divisa di mio padre, quella che fece innamorare mia madre, e in testa aveva il cappello con cui noi bimbe giocavamo. Papà lo vedevamo come un eroe con una missione speciale, che lui stesso portava avanti con solennità. Vinse anche un premio di merito perché si prendeva a cuore la corrispondenza. Se non riusciva a tradurre una calligrafia sulla lettera o se l’indirizzo risultava sbagliato, dedicava ore a risalire al destinatario, sfogliando l’elenco telefonico, chiedendo informazioni nel quartiere. Sapeva che una manciata di righe poteva avere un’importanza vitale. Poteva essere una dichiarazione d’amore, la spiegazione per un abbandono, la risposta a un colloquio di lavoro, una dimostrazione d’affetto, l’annuncio di una nascita, di un matrimonio o di un decesso, una richiesta di aiuto. Dava tanto peso a quei pochi grammi e mi sembrava un incarico poetico. Troisi non fece che esaltare quella poesia. Massimo fu uno dei pochi ai quali raccontai del lavoro di mio padre. Ridendo mi disse: «Vedi il destino?».
Avevo ventitré anni, ero timida e sul set non parlavo molto. Preferivo ascoltare gli aneddoti dei grandi artisti che mi circondavano, al cospetto dei quali la mia vita sembrava davvero poco interessante.
Il successo mi travolse, piovevano premi e tutti mi chiedevano interviste. Capii che in parte ero guarita dal mio trauma parigino perché, leggendo sugli articoli italiani e stranieri: «la bellezza mediterranea della Cucinotta», ero in grado di prendere l’affermazione come un complimento. Andavo fiera della mia femminilità, non erano riusciti a farmene vergognare. Non era scontato che accadesse. Molte donne vittime di violenza rifiutano il proprio corpo, lo cancellano, lo umiliano. Però, dopo Il postino, mi pesava il fatto di essere ritenuta la sconosciuta baciata dalla fortuna, troppo bella per essere credibile. Troisi era morto poche ore dopo la fine delle riprese e non fu facile accettare la perdita di chi mi aveva appena dato la vita professionale. Non ero così solida, dovevo strutturarmi, ripartire da Maria Grazia. Così me ne andai in Spagna per lavorare con Álex de la Iglesia nel Giorno della bestia, un film che poi è diventato un cult della dark comedy. In seguito sentii la necessità di allontanarmi ancora di più dall’Italia e mi trasferii a Los Angeles.
L’America per me era davvero il nuovo mondo, la terra promessa. Ci ero andata la prima volta durante la promozione del Postino, città per città. Grazie al film, che aveva cinque nomination agli Oscar, mi ritrovai faccia a faccia con Oliver Stone, Sharon Stone, Kevin Spacey, personaggi che avevo visto solo in tv. Per quanto mi comportassi come una donna di mondo, restavo Alice nel paese delle meraviglie. Lì le persone mi saltavano addosso per congratularsi, facevano meno fatica che in Italia ad apprezzare il successo degli altri. Non mi definivano né terrona né miracolata. Ero un’italiana del mondo dello spettacolo e nessuno mi giudicava. Era il posto in cui volevo stare per ripartire e imparare. Masticavo un inglese che al confronto Totò era madrelingua, quindi il mio periodo iniziale a Los Angeles lo dedicai totalmente allo studio: lezioni sette giorni a settimana, dalle otto del mattino alle otto di sera. Volevo arrivare preparata alle interviste e apprendere il più possibile sulla comunicazione, così seguii anche corsi sul comportamento umano e di psicologia delle immagini.
Girare per la città era come andare al luna park. Ovunque c’erano produttori, attori, sceneggiatori, registi. Tante cose non le condividevo, dal sistema sanitario privato alla possibilità di entrare in un negozio e comprare un’arma. Ma io ero lì per lavorare e la meritocrazia mi attirava più di qualsiasi altra cosa. Da quel punto di vista mi sentivo tutelata. Avevo firmato un contratto con un’agenzia importante, che sapeva indicarmi le scelte giuste e tirarmi fuori dalla massa di aspiranti attrici. A Los Angeles il cinema è un’industria, tutti vogliono farne parte ma lo spazio per tutti non c’è.
Mi sentivo anche più rispettata come donna. Non mancava l’idiota di turno che ci provava, ma non incappai in situazioni spiacevoli, anzi, siccome erano gli anni successivi al sexgate, lo scandalo di Bill Clinton con Monica Lewinsky, gli uomini quasi mostravano un eccesso di zelo. Avevano paura persino di salire in ascensore con una donna, il che mi procurava grande sollievo, visti i miei trascorsi.
Da subito, dalle prime avvisaglie di successo, usai la mia posizione per tenere fede alla promessa che avevo fatto a me stessa: provare a cambiare un sistema basato su leggi arcaiche e maschiliste. È indubbio che la visibilità ti dia potere. Non sei più anonima, sei una voce che ha una qualche rilevanza e puoi chiedere aiuto, anzi, puoi pretenderlo. Non appena il mio nome comparve sui giornali, cominciarono ad arrivarmi lettere da tante associazioni benefiche e accettai di fare la spola dall’una all’altra. Alla mia prima campagna per i diritti delle donne mi presentai con un tubino maculato, proprio per ribadire il concetto: le donne si vestono come vogliono e non significa che siano a disposizione degli uomini come bagni pubblici.
Agli inizi incontrare persone con situazioni difficili risultò devastante. In verità lo è ancora oggi. Da una parte ribolli d’ira, dall’altra cerchi di mantenere il sangue freddo. Per essere utile e agire nel modo giusto, devi essere impermeabile ma assolutamente empatica. Sei un pistone di emozioni, molli e controlli. Crolli e ti contieni. Ho imparato a trattenermi quando ho ottenuto l’incarico di ambasciatrice per il World Food Programme delle Nazioni Unite. Mi spiegarono che agire d’istinto avrebbe potuto essere fatale per le vittime: loro mi confidavano le violenze e io volevo diventare l’omicida del loro carnefice. Invece no. Era meglio la via della diplomazia, perché le vittime che rendevano note le loro tremende storie, rischiavano di essere messe a tacere. Potevano essere perseguitate e ammazzate. Ho capito che avevo in mano la vita di altre persone e sono diventata più responsabile. Per anni ho viaggiato nelle fogne dell’animo umano. Ho visto baby prostitute sedute sulle ginocchia di uomini più simili a maiali in Thailandia e in Brasile, dove i pedofili affittano le case perché negli hotel vengono intercettati. Sono venuta a conoscenza del traffico di organi di bambini, usati come pezzi di ricambio e gettati via come carcasse. Ti serve un polmone o un rene? C’è chi paga e si salva la vita, strappandola ad altri. La triste realtà è che chi nasce povero non serve a niente, se non a migliorare la vita dei ricchi. Questo per me è inaccettabile.
Da piccola credevo che i cattivi sparissero con un colpetto della mia bacchetta magica. Da grande ho imparato che il male esiste e resiste. «Però» mi sono detta «non è un buon motivo per non provare a sconfiggerlo.» Ho incontrato persone meravigliose che dedicano l’esistenza principalmente a questo obiettivo e hanno brillato per me come fari nella notte. In Botswana ho conosciuto Cecilia, una donna che ha deciso di lasciare tutto per dedicarsi a chi nella vita è stato meno fortunato. Ha fondato l’associazione no profit Mosaico Euroafricano, indipendente da qualsiasi gruppo religioso e politico, che raccoglie i fondi per gestire e mantenere il Paolo Zanichelli Children’s Home, la scuola dell’infanzia per bambini dai tre agli otto anni, alcuni dei quali sieropositivi, diventata il punto di riferimento della zona. Il centro diurno sorge a D’Kar, un paesino nella zona desertica del Kalahari, dove i piccoli arrivano ogni mattina alle otto con l’autobus comprato grazie alle donazioni.
Prima di giungere lì, mi ero foderata lo stomaco di ghisa per attutire il colpo alla vista di quei frugoletti messi così male e invece ho trovato un’oasi: la concretezza di un sogno realizzato con la tenacia di una sola persona. Scendevano dal bus di corsa e volevano assolutamente riempirmi di baci. Siccome erano tanti, dovevo sedermi per terra per prenderne da tutti senza cadere.
Ogni giorno vengono puliti, in docce e vasche da bagno che in casa non hanno, fanno colazione, giocano in giardino e vanno in classe. Poi pranzo, sonnellino, studio fino a tardo pomeriggio, merenda e infine rientro al villaggio. Cecilia controlla il loro stato di salute, se c’è qualche problema più serio paga personalmente una visita medica e va periodicamente a verificare che nelle famiglie vada tutto bene. Una donna da sola ha fatto tutto questo, riuscendo a garantire una certa normalità e diritti fondamentali a chi sembra non averli. Sono queste le cose che ristabiliscono la fiducia nel genere umano.
Lo stesso mi capitò a Roma con il mio fisioterapista, Giancarlo. Mi stava riaggiustando la schiena quando mi raccontò di essersi appassionato alla questione dei bimbi bielorussi orfani e disabili che, se non vengono adottati, appena compiuti i sedici anni finiscono internati nei manicomi, dove certo non vengono assististi da persone amorevoli. Al mattino li nutrono con le aringhe, così il sale brucia la lingua e fa passare i morsi della fame. Li tengono lì come sacchi, nessuno si preoccupa di loro. Sono i bambini più grandi a insegnare ai più piccoli quel poco che hanno imparato da soli. Le loro storie fanno venire i brividi. Io stessa ho visto una bimba alla quale la mamma aveva aperto la testa con un’accetta.
Insieme siamo riusciti a costruire una casa famiglia dove i ragazzi vengono curati a dovere da tutor, non passano le giornate reclusi e possono condurre una vita normale. In questa espressione si condensa tutta l’assurdità delle disparità. Normale significa che segue la norma, che è un diritto assodato, addirittura scontato, al punto che spesso usiamo il termine «normale» come sinonimo di banale. Ciò che per noi è consuetudine, per loro è una conquista.
Giancarlo portava con sé gli specializzandi dall’Italia o li reclutava in loco, in modo da rimettere in piedi chi aveva problemi motori. Ha poi messo le sue competenze a disposizione di un centro di riabilitazione in Tanzania, nella periferia di Dar es Salaam, una città grandissima. Allora mi spiegò che, oltre le cure specifiche, c’era bisogno di cambiare mentalità: in quelle zone, infatti, i bimbi disabili vengono tenuti nascosti in casa, privati di ogni diritto. Se riescono a frequentare la scuola, sono segregati in classi speciali. Bisognava quindi lavorare con le famiglie locali, condividere conoscenze, cercando di trasmettere un approccio diverso. E così, in poco tempo, tante mamme hanno vinto la vergogna portando fuori casa, spesso per la prima volta, i figli disabili per incontrare i fisioterapisti e i medici. È nato in questo modo il progetto Inuka, grazie alla Onlus Solidali nel Mondo, che si è fatto carico di oltre millequattrocento bambini. Oggi sono oltre duemila.
Giancarlo ci ha lasciati presto e a suo nome è nata una palestra nel quartiere di Kawe, all’interno del centro di riabilitazione su base comunitaria Kila Siku, che in lingua swahili vuol dire «ogni giorno». Sarebbe felice di vedere quanti progressi fanno ogni giorno i suoi ragazzi. Un altro caso di persona che ha una visione e la realizza, senza aspettare chissà cosa prima di agire. Mi sono fatta coinvolgere, scoprendo quanto possa fare ognuno di noi. C’è indifferenza verso i più deboli ma forse ce n’è meno di quanto pensiamo. Esiste semmai una sottovalutazione delle proprie possibilità. Ogni singola persona crede di non poter cambiare situazioni molto più grandi di lei, invece può, eccome. Unendosi a tante altre persone le cose sicuramente migliorano. I bambini non chiedono di nascere, e noi adulti abbiamo il dovere di assicurare loro un’esistenza dignitosa.
È solo così che sono riuscita per anni a portare avanti il mio incarico per il World Food Programme delle Nazioni Unite: gli obiettivi non erano utopie, ma progetti realizzabili. Fissi negli occhi il male e, invece di inabissarti, guardi oltre, al bene che lo arginerà.
In ogni viaggio, in ogni situazione di miseria nera, la cosa che più mi colpiva erano i volti straordinari dei bambini. Espressivi, diretti, autentici. Avevano carattere, personalità. Non chiedevano nulla ed erano felici con nulla. Volevano solo vivere bene la loro infanzia. Per questo nei primi anni Duemila decisi di produrre All The Invisible Children, sette cortometraggi di sette diversi registi, i cui proventi furono devoluti al World Food Programme e all’Unicef.
Molti dei piccoli protagonisti provenivano da situazioni non meno dure di quelle che erano chiamati a interpretare. Per esempio, il bambino soldato Tanza, con la foto di Ronaldo sul mitra, arruolato nella guerra civile di un paese africano e incaricato di far salt...