Un anno prima
Quella stanza sembrava sempre troppo stretta per i sogni di Mirko. La finestra spalancata era solo una magra consolazione quasi insignificante.
La luce del sole primaverile entrava forte, in maniera quasi accecante, le valli verdi e i girasoli gialli la rendevano ancora più forte e brillante.
Mirko sembrava non fare caso a quel paesaggio puro e incontaminato, era abituato a quelle colline che tanto amava e tanto odiava, quella piccola provincia umbra troppo lontana dai suoi sogni, anzi, dal suo sogno.
Si sentiva nato per qualcosa di diverso, per qualcosa di grande, lo sentiva nella pelle e nell’animo, ogni giorno, dalla mattina alla sera, lo sentiva e lo comunicava, a chiunque, col sorriso, l’allegria, la voglia di vivere.
Era nato col bisogno di apparire, di farsi vedere, era nato con quell’egocentrismo che appartiene a un attore. E lui quello voleva diventare, anzi, in cuor suo attore lo era già, innato. Aveva solo bisogno della conferma e di dimostrarlo a chiunque in paese.
Lo stereo era al massimo e Mirko, in piedi sul letto, ballava e cantava con tutta la forza dei suoi ventotto anni. Guardava le sue espressioni e la sua interpretazione su uno specchio intero all’angolo della stanza, sistemato ad hoc. Indossava soltanto un paio di vecchie mutande, e ogni tanto l’elastico un po’ usurato gliele faceva calare leggermente sul sedere. Il fisico asciutto e i capelli in disordine lo rendevano simpatico.
Cantava a squarciagola Freedom degli Wham!. Quel pezzo gli era sempre piaciuto e, come ogni mattina, riusciva a dargli la carica per affrontare la giornata.
Ogni attimo era buono per perdersi, per staccarsi dalla realtà, per vivere in un mondo di fantasia, e quelle quattro mura intorno a lui rappresentavano quel mondo che tanto bramava. Un poster di Marlon Brando nel film Il selvaggio occupava quasi un’intera parete, nell’altra c’era Tom Cruise nella locandina di Top Gun. Quel cartellone Mirko se l’era fatto regalare qualche mese prima dal proprietario del cinema del suo paese, un collezionista. Videocassette, blocchi di appunti e un vecchio giradischi ricoprivano il resto della stanza, ma soprattutto giornali, pile di giornali accatastate una sopra l’altra. “Casting News” costituiva la pila più alta, poi c’erano “Audizioni Aperte”, “Cine Casting”, “Palcoscenico”, e via, fino a ricoprire le restanti pareti.
Mirko ballava e cantava a squarciagola nel suo regno, un po’ goffo ma a tempo. Urlò l’ultima strofa della canzone e schiacciò il tasto REW del mangianastri. Aveva bisogno di riascoltarla un’altra volta, quella mattina. Si affacciò alla finestra e respirò forte per riprendere fiato prima di tornare a ballare. L’aria era pulita e il sole già alto.
Vide suo fratello Pietro che camminava verso casa. Era ancora distante, la sua sagoma quasi si perdeva tra il marrone dei campi appena arati e il giallo del grano. Tre pecore lo seguivano ordinate e ubbidienti.
Mirko lo osservò con attenzione, calcolò approssimativamente la distanza e studiò il vento, poi annuì sicuro: c’era ancora tempo per ballare un’altra volta prima del suo arrivo.
Pietro camminava lento e rilassato, la faccia distesa ma provata dal caldo e dalla fatica. Erano solo le dieci e mezzo del mattino ma lui era nei campi da almeno tre ore.
La testa piena di capelli ricci, così folti che sembravano quasi crespi, una canotta bianca a costine che lasciava intravedere una leggera peluria sulle spalle, i pantaloni larghi infilati dentro gli stivaloni marroni. Aveva il naso leggermente aquilino, Pietro. Non si poteva dire fosse bello, e sembrava quasi impossibile potesse essere fratello del bel Mirko, ma la sua calma e la sua sicurezza trasmettevano serenità.
Le tre pecore lo seguivano come fosse un padre, senza bisogno di essere stimolate o richiamate.
Quell’aria di Fantignole Pietro l’amava. Aveva cominciato a lavorare la terra e occuparsi delle bestie fin da ragazzino, era sempre stato il suo sogno, il suo desiderio.
Una volta terminato il lavoro nei campi si trasferiva in officina ad aiutare il padre. Un figlio d’oro, di quelli che ne capitano uno su un milione, di quelli che non hanno bisogno gli venga detto nulla perché nulla trascurano. Era sempre stato scapolo, però, mai una fidanzata, mai una donna al suo fianco. Eppure non è che non gli piacessero, anzi, una donna accanto era l’unica cosa che gli mancava, l’unica cosa che desiderava.
“Siamo nel 2000” pensava Pietro, “ormai siamo proprio nel futuro, e forse anche le donne sono cambiate, hanno bisogno d’altro.” Ma di cosa avessero bisogno, non era mai riuscito a capirlo.
Cambiò il vento e sentì un rumore strano.
Guardò verso casa, socchiuse gli occhi per vedere meglio e lentamente cominciò a riconoscere che non si trattava di un rumore, ma di un suono, anzi, quel suono, una musica, la solita musica.
Guardò l’orologio con piglio nervoso, poi sollevò lo sguardo ancora verso casa, ma il suo volto non era più né disteso né tranquillo. Richiamò le pecore, dovevano accelerare il passo. Una la prese anche a calci.
Aumentò la falcata come se stesse misurando i metri con le gambe. Più si avvicinava e più la musica e le urla allegre del fratello gli entravano dentro le orecchie. Il volto di Pietro era irriconoscibile, così lontano dalla serenità di prima. Sembrava quasi un orco, gli occhi castano scuro parevano iniettati di sangue.
Le galline che circolavano libere e tranquille sotto casa cercarono di spiccare il volo per togliersi di torno il più presto possibile, due tacchini si nascosero in fretta dietro i rottami di un vecchio trattore abbandonato sotto casa da anni.
Chiuse le tre pecore dentro il vecchio recinto e non si rese nemmeno conto di aver lasciato aperto l’ingresso. Sarebbero potute uscire con facilità, ma anche loro capirono che quel giorno era meglio non rischiare.
«Mirkooooooo!» cominciò a urlare dal piazzale. Aprì di colpo la porta di legno che dava sulle scale interne che portavano alla stanza di suo fratello.
Sua madre lo sentì dalla cucina, al piano terra, dove una volta c’erano le stalle. Stava tagliando la carne con una mannaia quando la collera del figlio la raggiunse in pieno. Si asciugò le mani di fretta con un canovaccio per non sporcare il telecomando, poi abbassò il volume del televisore, e i personaggi della sua telenovela preferita, Milagros, smisero di parlare. Era la storia di una bambina adottata che una volta cresciuta si innamorava del fidanzato della sorellastra. Grecia Colmenares era la protagonista e Giulia impazziva per i suoi sceneggiati; l’aveva conosciuta con Topazio, poi aveva continuato a seguirla in Maria, Grecia, Ti chiedo perdono, Ribelle, Manuela, e così via, fino ad arrivare a Milagros. Giulia era una donna semplice, una mamma chioccia, portata per i sentimenti veri e le cose pratiche. Aveva rinunciato da tempo ai suoi sogni dedicandosi solo alla famiglia, ma attraverso quelle soap continuava a emozionarsi e a vivere vite diverse.
Mirko era sempre stato il suo figlio preferito. Era legata a lui non tanto a causa di quella meningite che aveva rischiato di portarselo via, ma soprattutto perché era quello più sensibile, più fragile e ingenuo, forse anche troppo per la sua età. Era l’unico dei due che sapeva comunicare amore, era l’unico sognatore, era l’unico sul quale lei poteva rivivere e proiettare i sogni a cui aveva rinunciato.
Mirko era troppo distante dalla vita dei campi e dell’officina, dalla vita reale, e per questo andava protetto, accompagnato.
Mirko veniva sempre giustificato, Pietro no, perché non aveva mai bisogno di giustificazioni. I comportamenti di Mirko andavano sempre interpretati, quelli di Pietro no, perché si spiegavano da soli. Mirko veniva mantenuto, Pietro no, perché si manteneva da quando aveva quattordici anni.
Mirko era buono, troppo buono, così buono che alle malelingue spesso sembrava quasi non del tutto sano, troppo protetto da una madre chioccia, troppo chioccia.
Pietro salì di corsa le scale di cemento grigio.
Il corridoio era buio e umido.
Saltò l’ultimo gradino ed esplose tutta la sua rabbia contro la prima porta sulla destra.
Mirko stava ancora ballando sul letto quando Pietro piombò furioso dentro la stanza. Si sentì in imbarazzo, nudo, nonostante le mutande. Lo guardò sorpreso e spaventato e subito pensò di aver calcolato male il vento e la distanza.
Si osservarono immobili sotto la voce squillante e densa di George Michael. Mirko abbozzò un mezzo sorriso per sdrammatizzare, ma il fratello non gradì.
Pietro gli saltò addosso con tutta la forza, lo prese per il collo e lo strattonò sopra al letto. Mirko sembrava un’anguilla pronta a sguisciare ovunque, pur di non finire in pentola, si dimenava e urlava cercando di far ragionare il fratello.
«Fermo! Fermooo, m’ammazzi» gridava quasi senza più aria nei polmoni.
Giulia entrò di corsa, nonostante i suoi sessantacinque anni, prese il maggiore per le spalle e cominciò a tirare con tutte le sue forze. «Lascialo! Lascialo, lo ammazzi!»
Pietro mollò la presa di scatto, quasi come se fosse tutto calcolato, come se conoscesse bene il limite da non superare per non ucciderlo veramente. D’altronde lui era abituato a strozzare oche e galline, a sgozzare conigli quasi ogni giorno.
Mirko cadde a terra cercando aria per i suoi polmoni vuoti e affannati. Guardava il fratello con un timore misto a incredulità. La madre si accasciò a terra poggiandosi al fianco del letto e cominciò a piangere dallo spavento. Pietro la guardò dall’alto in basso. Era difficile vederla soffrire. Lui sua madre l’amava anche se riusciva a dimostrarglielo poco. Si voltò verso il fratello e gli parlò con disprezzo: «Lo vedi? È sempre colpa tua». Fece una leggera carezza alla madre e uscì dalla stanza senza guardare indietro.
Mirko strabuzzò gli occhi, poi guardò Giulia e le sorrise, come se non fosse accaduto nulla, si massaggiò il collo dolcemente e si avvicinò alla madre sfiorandole il volto.
Lei restò a guardarlo senza capire, lo osservò per un istante come un estraneo. Qual era il suo problema? Come poteva prendere ogni cosa con leggerezza, con sufficienza, persino un’aggressione come questa? Si concentrò sul suo volto illuso e spensierato, dietro le lacrime che le appannavano la vista. Era così distante dalla realtà, quel figlioccio troppo coccolato, che si fecero largo in lei dei sensi di colpa. “Avrei dovuto essere una mamma più dura” si diceva Giulia, “più forte e sicura. Avrei dovuto trovare la forza di dire no, di farlo crescere senza proteggerlo a ogni costo, proprio come diceva mio marito.”
Si aprì anche lei in un leggero sorriso, un sorriso finto, forzato, un sorriso fatto per non lasciare solo quello del figlio, ma soprattutto fatto per compagnia, per condivisione.
Gli prese la mano, gliela baciò e tra le labbra sussurrò, con amore misto a dolore: «Tu mi farai morire».