La prima volta che incontrai Lillian Pentecost rischiai di spaccarle la testa con una spranga.
Mi avevano assegnato qualche turno di guardia presso un cantiere edile sulla West Forty-second Street. Nello Hart and Halloway’s Traveling Circus and Sideshow eravamo in tanti a fare lavoretti del genere quando capitavamo in una grande città. Li incastravamo di notte e nei giorni di fiacca, così potevamo timbrare il cartellino dopo un’esibizione ed essere pagati in contanti a fine turno.
Era più facile trovare lavori così in quegli anni. Molti degli uomini che avrebbero dovuto svolgerli erano andati oltreoceano sperando di fare fuori Hitler. Se hai assoluto bisogno di riempire un posto vacante, anche una circense ventenne può andare bene.
Non che servisse chissà quale curriculum. Era un incarico a prova di fesso. Dovevo camminare lungo il perimetro dalle undici di sera fino all’alba e controllare che nessuno oltrepassasse la recinzione. Se qualcuno lo avesse fatto, il mio compito era quello di suonare un campanello, gridare e produrre un gran baccano per metterlo in fuga. Se l’intruso non si fosse allontanato, sarei dovuta correre a cercare un poliziotto.
Questo almeno in teoria. McCloskey, il capocantiere che mi pagava, era di tutt’altro avviso.
“Se becchi qualcuno che cerca di entrare, dagli una bella randellata con questa” aveva detto, stiracchiandosi i baffi unti. “Questa” era una spranga di piombo lunga sessanta centimetri. “Fallo e ti cucchi un dollaro in più. Bisogna dare l’esempio.”
A chi dovessi dare l’esempio non mi era chiaro. Non sapevo nemmeno se in quel cantiere ci fosse qualcosa che valeva la pena rubare. I lavori erano appena cominciati, perciò in pratica si trattava di un’enorme buca nel terreno delle dimensioni di mezzo isolato. Un po’ di legname, qualche tubo, attrezzi: niente era davvero degno di un furto. Lì, a pochi passi da Times Square, avevo più probabilità di incrociare qualche ubriaco in cerca di un posto in cui smaltire la sbornia.
Mi aspettavo di trascorrere una manciata di notti tranquille, guadagnare qualche dollaro e finire il turno per poi correre a Brooklyn e dare una mano con la matinée del circo. Speravo anche di ritagliarmi il tempo per divorare il poliziesco che avevo comprato all’edicola in fondo alla strada. E magari recuperare qualche ora di sonno in un angolo del cantiere. Per noi itineranti una pennichella solitaria, soprattutto senza il rombo dei camion o il ruggito delle tigri che si aggiravano nella loro gabbia dall’altra parte dell’accampamento, era una rarità.
Le prime due notti erano andate proprio così. In realtà mi ero sentita quasi sola. New York sarà anche la città che non dorme mai, ma perfino gli isolati nel cuore di Midtown facevano un sonnellino tra le due e le cinque. Di pedoni se ne vedevano pochi, o meglio, se ne sentivano pochi attraverso la recinzione di legno alta due metri che circondava il cantiere. In quella buca grande mezzo isolato regnava una quiete sinistra.
Per questo, la terza notte, lo scricchiolio di un’asse rimossa dallo steccato echeggiò come una campana.
Con il cuore che batteva all’impazzata afferrai la spranga e mi incamminai lungo il perimetro della buca. Portavo una salopette e una camicia di jeans, un tessuto morbido che non faceva rumore. Gli scarponi con le suole consumate non giovavano alle arcate plantari ma mi permettevano di scivolare come un’ombra. Mi avvicinai di soppiatto alla figura accovacciata sul bordo del cratere.
La persona, chiunque fosse, prese una manciata di terriccio e la setacciò con le dita. Pensai di gridare per provare a scacciarla, ma era più grande di me. Nell’altra mano teneva qualcosa che sembrava una mazza o un randello, in ogni caso un oggetto più pesante della mia spranga. Se avessi urlato e fossi stata aggredita, sospettavo che non sarei rimasta in piedi abbastanza a lungo per difendermi.
Avanzai con estrema cautela. Quando fui a poca distanza, sollevai la spranga sopra la testa. Mi chiesi cosa sarebbe successo se avessi sferrato il colpo. Sarei stata così abile da stendere l’intruso senza ucciderlo? Nei romanzetti che leggevo, i detective ci riuscivano sempre. Più probabilmente gli avrei spaccato il cranio come un uovo. Il mio stomaco compì una lenta giravolta, come quando seguivo un’esibizione dei trapezisti.
Mentre me ne stavo lì con la spranga sollevata sopra la testa, la figura si voltò e mi guardò.
«Preferirei non concludere la giornata con una commozione cerebrale» disse, la voce tesa come la corda di un funambolo. Il tizio corpulento che temevo mi avrebbe aggredito era una donna. Doveva avere più o meno l’età che avrebbe avuto mia madre, i capelli raccolti in una crocchia intricata.
«Non dovrebbe essere qui» ribattei con fermezza nonostante il batticuore.
«È tutto da vedere. Lavora in questo posto da molto?»
«Da qualche notte.»
«Mmh.»
Colsi una nota di delusione in quel mormorio. In teoria avrei dovuto intimarle di smammare, ma per qualche motivo, chiamiamolo destino, noia, o un’innata propensione al pericolo, continuai a parlare.
«Credo che il capocantiere McCloskey abbia deciso di recente di ingaggiare delle guardie notturne. Se non sbaglio, prima stava qui lui; dormiva nella sua baracca per prendere il doppio stipendio. Così sostengono quelli del turno di giorno.»
«Meglio» dichiarò la donna.
Si alzò lentamente, facendo leva sul bastone che impugnava nella mano sinistra. Era alta e robusta, e sopra il tailleur pied-de-poule di sartoria, che sembrava costoso, indossava un cappotto lungo fino alle caviglie come quello che portava Blackheart Bart quando faceva il suo numero da tiratore.
«È questa la baracca?» chiese, guardando la piccola struttura in legno sul bordo della buca, poco più in là.
Annuii.
«Me la mostri, per favore.»
Non ci trovai niente di male, visto che ormai era chiaro che non ci saremmo prese a bastonate. O forse accondiscesi perché l’alternativa sarebbe stata chiamare la polizia, e ho maturato un’avversione per chiunque porti un distintivo.
Andai verso la baracca. La donna mi seguì a poca distanza, appoggiandosi al bastone. Non era proprio zoppa, solo un po’ instabile. Non capivo che problema avesse, ma era evidente che il bastone non serviva per fare scena.
Avevo visto pollai più solidi della catapecchia che McCloskey chiamava ufficio. Avevamo il divieto assoluto di entrarci, e oltretutto la porta era chiusa a chiave. La donna misteriosa prese qualcosa da una tasca interna del cappotto, un pezzo di fil di ferro sottile e ricurvo, e si mise ad armeggiare con il lucchetto. Aspettai un minuto prima di dire: «Deve infilarlo sotto».
«In che senso?»
Le tolsi di mano il fil di ferro e conclusi il lavoro in dieci secondi netti. Avevo forzato lucchetti più complessi da bendata. Letteralmente.
«Se ha intenzione di prenderci l’abitudine, le conviene procurarsi qualche grimaldello serio» osservai.
Negli anni successivi l’avrei vista fare solo una trentina di sorrisi. Il primo balenò in quel momento.
«Lo terrò a mente» rispose.
L’interno della baracca rispecchiava l’esterno: sudicio e sgangherato. C’era un tavolo ricavato da qualche asse scartata e un paio di cavalletti. Sul piano dei documenti erano sparpagliati alla rinfusa. Notai anche una lanterna e un telefono militare a batteria che McCloskey si era procurato per non essere costretto a cercare un apparecchio pubblico ogni volta che doveva fare una chiamata. Il resto dello spazio era occupato da una brandina e da una pila di stracci sporchi che, a ben guardare, erano vestiti.
L’intrusa accese la lanterna. Con l’apporto della luce la situazione non migliorò. Avevo visto gabbie per le scimmie più pulite.
«Mi descriva il signor McCloskey» disse, puntandomi addosso gli occhi grigiazzurri come un cielo invernale.
«Non saprei. Sulla quarantina. Nella media, suppongo.»
Mi guardò con quella che avrei poi ribattezzato come la sua espressione da maestrina delusa. «La media non esiste. Non per gli esseri umani. E non faccia supposizioni a meno che non sia costretta dalle circostanze.»
Cominciavo a rimpiangere di non avere usato la spranga. «E va bene» dissi con una punta di scherno. «Una trentina di centimetri più alto di me, diciamo sul metro e ottanta. Circa novanta chili, per lo più di grasso ma sotto c’è anche qualche muscolo. Come un manovale che si è dato all’alcol. A giudicare dalle toppe sui pantaloni, parrebbe che abbia due paia di vestiti che varranno non più di tre dollari l’uno. È taccagno ma vuole passare per spendaccione.»
«Da cosa lo ha capito?» volle sapere.
«Da quanto mi paga. Oltretutto, non spende un quarto di dollaro per rasarsi eppure ha sganciato più del doppio per un orologio tarocco.»
«Tarocco?»
«Un falso, un’imitazione.»
«Come sa che è falso?»
«Un tizio così non ne avrebbe mai comprato uno d’oro.»
A quel punto una scintilla le guizzò negli occhi. Era lo stesso sguardo che aveva Mysterio appena prima di segare in due la sua incantevole assistente.
«Ha il suo numero di telefono per le emergenze?»
«Sì, certo. Però ha detto di usarlo solo in caso di guai seri.»
«In effetti questo è un guaio serio, signorina...»
«Niente signorina. Solo Parker. Willowjean Parker. Mi chiamano tutti Will.»
«Per favore, Will, chiami il signor McCloskey. Gli dica che c’è un’intrusa e non vuole andarsene. Gli dica che ha chiesto di un orologio d’oro.»
Non fu difficile, visto che dovevo semplicemente dire la verità. Quando attaccai, la donna – che non si era ancora presentata, e non crediate che non fossi un tantino seccata dalla sua mancanza di buone maniere – volle sapere come mi fosse sembrato al telefono.
Le spiegai che all’inizio mi era parso normale, assonnato e infastidito. Poi, non appena avevo nominato l’orologio, nella sua voce si era insinuata una specie di panico. Aveva detto che sarebbe arrivato subito e che nel frattempo avrei dovuto trattenere l’intrusa.
Lei fece un rapido cenno d’assenso, quindi si sedette sulla branda, la schiena dritta, le mani inguantate strette intorno al bastone che teneva in grembo. Chiuse gli occhi, calma come la mia prozia Ida quando pregava in chiesa. Mi ricordò le fotografie delle donne dell’Oklahoma che avevo visto su “Life”, un volto segnato dal tempo che aspettava con pazienza l’arrivo della tempesta.
Pensai di chiederle cosa stesse succedendo. O almeno il suo nome. In fondo, il mio lo conosceva. Ma non volevo darle questa soddisfazione. Rimasi ad aspettare insieme a lei.
Dopo dieci minuti di silenzio, d’un tratto aprì gli occhi e disse: «Will, credo sarebbe meglio se prendesse l’uscita sulla Eighth Avenue. C’è una stazione di polizia, una decina di isolati verso sud».
«Devo andare a chiamare gli sbirri?»
«Chieda del tenente Nathan Lazenby. Spieghi che c’è stato un omicidio e che Lillian Pentecost vuole che venga subito. A meno che non preferisca leggere la storia sul “Times”.»
Feci per protestare, ma dalla sua occhiataccia capii che non sarebbe servito a niente, così mi avviai di corsa in direzione della Eighth Avenue, fermandomi prima di arrivare al cancello.
Come ho detto, non corre buon sangue tra me e le autorità, soprattutto quelle armate di pistola e manganello che non si fanno scrupolo di assestare qualche avveduta bastonata. Peraltro, cosa si aspettava questa donna? Che sentendo il suo nome un’intera squadra di detective si sarebbe precipitata lì?
Lillian Pentecost. Chi diavolo si credeva di essere?
Allora tornai silenziosamente sui miei passi e feci il giro della buca....