
- 1,008 pagine
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eBook - ePub
Il grande libro dei racconti di Sherlock Holmes
Informazioni su questo libro
Il più grande investigatore di tutti i tempi vide la luce dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle nel 1887 ed è stato protagonista di quattro romanzi e oltre 50 racconti, che non sono bastati a narrarne tutte loe vicende. Quella lacuna viene colamta da altri scrittori tutti di grande calibro che si sono cimentati con il personaggio da cui è nata la letteratura poliziesca. Da Neil Gaiman a Stephen King, passando per Anne Perry, Antony Burgess e molti altri, sono in tanti ad aver voluto regalare nuove vite all'investigatore di Baker Street. I loro racconti sono riuniti in questo imperdibile volume.
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Informazioni
Print ISBN
9788804723158eBook ISBN
9788835705147VITTORIANI CONTEMPORANEI
SCAMBIO DI IDENTITÀ
Colin Dexter
Il creatore dell’irascibile ma amato ispettore Morse, Norman Colin Dexter (1930-2017), condivideva molte qualità con il suo detective (ma non l’irascibilità). Entrambi amavano la letteratura inglese, la birra non filtrata, la musica di Richard Wagner e i cruciverba estremamente difficili. Nel novembre del 2008, Dexter apparve in una trasmissione della BBC, How to Solve a Cryptic Crossword, in cui parlò della destrezza di Morse con le definizioni delle parole crociate.
Il primo romanzo con Morse fu L’ultima corsa per Woodstock (1975), e l’ispettore rimase il personaggio centrale di tutti e tredici i romanzi di Dexter e i sei racconti di Morse’s Greatest Mystery (1993). Già molto popolare fra i lettori, il detective della polizia di Oxford ottenne un successo ancora maggiore quando furono trasmessi in televisione i trentatré episodi della serie Ispettore Morse, prodotta tra il 1987 e il 2000. Proprio come le brevi apparizioni di Alfred Hitchcock davanti alla cinepresa nei film che diresse, Dexter si divertì a fare un cammeo in quasi tutti gli episodi. Un personaggio minore della serie su Morse, il sergente (poi ispettore) Lewis, diventò la star di un nuovo ciclo televisivo, Lewis. Anche in questa serie Dexter fece dei cammei.
La (British) Crime Writers’ Association premiò due dei suoi romanzi – Questione di metodo (1989) e La strada nel bosco (1992) – con dei Gold Dagger, e nel 1997 gli conferì il Cartier Diamond Dagger per la carriera. Nella tradizione di altri illustri scrittori britannici di romanzi polizieschi, come Dorothy L. Sayers, Nicholas Blake, Edmund Crispin e Michael Innes, i gialli di Dexter uniscono un’erudizione di livello accademico, trame ben costruite e umorismo.
Scambio di identità è stato pubblicato la prima volta in Winter’s Crimes, a cura di Hilary Hale (Macmillan, Londra 1989), per poi apparire nell’antologia Morse’s Greatest (Macmillan, Londra 1993).
SCAMBIO DI IDENTITÀ
Colin Dexter
Malgrado conoscessi Sherlock Holmes ormai da lunga data, raramente l’avevo sentito parlare dei suoi primi anni di vita, e le uniche informazioni che appresi della sua storia familiare vennero dalle sporadiche visite del suo celebre fratello Mycroft. In tali occasioni, il nostro visitatore mi trattava sempre con grande cortesia, ma anche (permettetemi di essere onesto!) con una certa lieve aria di superiorità. Per quanto ne sapessi, aveva all’incirca sette anni più del mio grande amico, ed era socio fondatore del Diogenes Club, quella singolare istituzione ai cui membri è sempre vietato conversare tra loro. Fisicamente, Mycroft era più robusto del fratello (e l’ho messa nei termini più benevoli possibili), ma la sua caratteristica più sorprendente era l’intelligenza penetrante degli occhi, occhi grigiastri che sembravano vedere ben oltre la portata dei comuni mortali. Lo stesso Holmes aveva commentato quest’ultimo particolare: «Mio caro Watson, lei è più volte tornato nei suoi racconti – e ne sono lusingato – sulle mie capacità di osservazione e deduzione. Sappia, tuttavia, che Mycroft sa cogliere le cose intorno a lui quanto me, e riguardo alla deduzione, possiede una mente senza rivali – virtualmente senza rivali – nell’emisfero settentrionale del pianeta. Se può consolarla, però, sappia che è un po’ pigro e abbastanza sonnolento… e che la sua bravura nel suonare il violino è immensamente inferiore alla mia».
(“Non è che tra quei due intelletti senza precedenti c’è una punta di invidia competitiva?” mi chiedevo di tanto in tanto.)
In quel pomeriggio novembrino del 188… avvolto dalla nebbia, ero appena giunto al 221B di Baker Street, dopo aver preso parte ad alcune ricerche all’ospedale di St Thomas sulla tonsillite suppurativa (avevo già riferito a Holmes i particolari). Da alcuni giorni Mycroft era ospite di Holmes, e mentre entravo in quel noto salotto colsi di sfuggita la conversazione tra i due fratelli.
«Forse, Sherlock… forse. Ma è il dettaglio, no? Datemi tutti gli indizi ed è possibile che io riesca a ottenere gli stessi risultati delle tue analisi dalla mia poltrona nell’angolo. Ma essere costretto a correre di qua e di là, per trovare ed esaminare i testimoni, per giacere lungo il tappeto con una lente fissata saldamente alla mia vista mancante… No! Non è il mio métier!»
Mentre l’altro parlava, Holmes se ne stava in piedi davanti alla finestra, e osservava la strada londinese dai toni neutri. Guardai al di sopra delle sue spalle, e vidi sul marciapiede di fronte una giovane donna molto attraente, avvolta in una pesante pelliccia. Chiaramente era appena arrivata, e alzava di continuo lo sguardo verso la finestra di Holmes, esitante, mentre le sue dita si gingillavano nervosamente con i bottoni dei guanti. All’improvviso attraversò la strada e ben presto la signora Hudson introdusse la nostra nuova cliente.
Dopo aver consegnato la pelliccia a Holmes, la giovane donna si sedette nervosamente sul bordo della poltrona più vicina e si presentò come la signorina Charlotte van Allen. Mycroft annuì brevemente alla nuova arrivata, per poi tornare a una monografia sul canto gregoriano, mentre lo stesso Holmes osservava la giovane donna in quel modo distaccato ma intenso che gli era peculiare.
«Non trova» iniziò Holmes «che con la sua vista ridotta sia alquanto difficile passare tanto tempo a scrivere a macchina?»
Sul viso della ragazza apparvero in rapida successione sorpresa, apprensione, apprezzamento, cui fece seguito, però, un sorriso accattivante, segno evidente che riconosceva le capacità di Holmes, decisamente al di fuori dell’ordinario.
«Inoltre,» continuò lui «vuol dirmi perché è venuta con tanta fretta direttamente da casa sua?»
Per qualche secondo, la signorina van Allen sedette scuotendo incredula la testa, poi, mentre Holmes fissava il soffitto, cominciò il suo incredibile racconto.
«Sì, mi sono precipitata fuori di casa perché mi ha fatto molta rabbia vedere come ha preso questa faccenda mio padre, il signor Wyndham, che si rifiuta di prendere in considerazione persino la sola idea di andare dalla polizia, e di certo esclude di ricorrere a lei, signor Holmes! Continuava a ripetere – e su questo posso anche capirlo – che in fondo non è successo niente di irreparabile, anche se non ha idea del dolore che ho dovuto sopportare.»
«Suo padre?» interloquì Holmes con calma. «Forse si riferisce al suo patrigno, dal momento che i cognomi sono diversi?»
«Sì,» confessò lei «il mio patrigno. Non so perché continuo a riferirmi a lui come “padre”, soprattutto perché ha solo cinque anni più di me.»
«Sua madre è ancora viva?»
«Oh, sì! Anche se è inutile fingere: non mi ha fatto certo piacere che si sia risposata così presto dopo la morte di mio padre, e poi con un uomo che ha quasi diciassette anni meno di lei. Mio padre, il mio vero padre, cioè, aveva un’impresa idraulica a Tottenham Court Road e mia madre continuò a lavorare dopo la sua morte, fino a quando non sposò il signor Wyndham. Penso che lui abbia considerato quell’attività un po’ troppo di basso livello per la sua nuova moglie, considerata specialmente la sua posizione piuttosto elevata nella scala sociale, dato che fa il rappresentante di vini francesi. In ogni caso, ha costretto la mamma a vendere tutto.»
«Lei ha ricavato qualcosa dalla cessione dell’azienda di suo padre?»
«No. Ma ho diritto a un reddito annuo di cento sterline, che si aggiunge all’extra che guadagno come dattilografa. Sa, signor Holmes, sarebbe sorpreso nel sapere quante ditte londinesi, tra cui Cook and Marchant, mi chiedono prestazioni qualche ora alla settimana. Vede,» ci guardò con una timida, tenera diffidenza «sono abbastanza brava a fare almeno quello nella vita.»
«Quindi dispone di titoli di Stato che le rendono bene?…» domandò Holmes.
Lei sorrise di nuovo: «Nuova Zelanda, al quattro e mezzo per cento».
«La prego di perdonarmi, signorina van Allen, ma al giorno d’oggi una donna nubile non potrebbe cavarsela più che bene con, diciamo, cinquanta sterline all’anno?»
«Oh, certo! E io stessa vivo benissimo con non più di dieci scellini alla settimana, che è solo la metà di quella somma. Vede, non tocco mai un solo centesimo della mia eredità. Dato che vivo a casa, non sopporto l’idea di essere un peso per i miei genitori, e abbiamo raggiunto un accordo in base al quale il signor Wyndham stesso ha il potere di detrarre il mio interesse ogni trimestre fino a quando rimango in famiglia.»
Holmes annuì. «Perché è venuta da me?» chiese senza mezzi termini.
Una vampata affluì al viso della signorina van Allen, che tirò fuori nervosamente un fazzolettino dalla borsa mentre si accingeva a esporre il motivo della sua visita con completa sincerità. «Darei tutto quello che possiedo per sapere cosa ne è stato del signor Horatio Darvill. Ecco! Ora lo sa.»
«Per favore, vuole cominciare dall’inizio?» la incoraggiò dolcemente Holmes.
«Quando mio padre era vivo, signore, abbiamo sempre ricevuto i biglietti per il ballo dei gassisti. E dopo la sua morte, i biglietti venivano inviati a mia madre. Ma né lei né io abbiamo mai pensato di andarci, perché ci era fin troppo chiaro che il signor Wyndham non approvava. Riteneva che le persone invitate a questi eventi appartenessero a una classe inferiore, inoltre sosteneva che non avevamo gli abiti adatti, a meno di non spendere una cifra considerevole. Ma mi creda, signor Holmes, io stessa avevo un elegante abito viola che non avevo quasi mai tirato fuori dal cassetto!»
Dopo un’opportuna pausa, Holmes domandò con calma: «Ma andò al ballo?».
«Sì. Alla fine, ci andammo entrambe, io e mia madre, approfittando del fatto che il mio patrigno si era dovuto recare in Francia per la sua attività.»
«Ed è stato lì che conobbe il signor Horatio Darvill?»
«Sì! E… lo sa? Mi chiamò il mattino dopo. E in seguito, mentre il mio patrigno si trovava ancora in Francia, uscimmo molte volte insieme.»
«Il signor Wyndham si irritò dopo aver saputo cos’era successo?»
La signorina van Allen chinò in avanti la sua bella testa. «Molto, temo, perché diventò subito chiaro che non approvava il signor Darvill.»
«Cosa glielo fa pensare?»
«Sono abbastanza sicura che fosse convinto che al signor Darvill interessasse solo la mia eredità.»
«Il signor Darvill non tentò di continuare a vederla, nonostante queste difficoltà?»
«Oh, sì! Pensai, tuttavia, che per noi sarebbe stato più saggio smettere di vederci per un po’. Ma mi scriveva ogni giorno. E al mattino, ritiravo sempre le lettere di persona, in modo che nessun altro venisse a saperlo.»
«Quindi era fidanzata con questo signore?»
«Sì! Non avrebbe avuto nessun problema a mantenermi. Era cassiere in una ditta in Leadenhall Street…»
«Ah! Di quale azienda si trattava?» intervenni, perché conosco bene quella particolare zona di Londra, e speravo che forse avrei potuto essere di aiuto nell’indagine che si profilava. Però Holmes fece un’espressione un po’ infastidita, al che tornai a farmi indietro nella poltrona e il colloquio proseguì.
«Non ho mai saputo di preciso di quale ditta si trattasse» ammise la signorina van Allen.
«Ma dove viveva?» insistette Holmes.
«Mi disse che di solito dormiva in un appartamento nell’edificio di proprietà dell’azienda.»
«Ma non scriveva anche lei delle lettere a quest’uomo, con cui aveva accettato di fidanzarsi?»
Lei annuì. «Sì, e le portavo all’ufficio postale di Leadenhall Street, dove le lasciavo col fermoposta. Horatio… il signor Darvill… disse che se gli avessi scritto al suo indirizzo di lavoro non sarebbe mai riuscito a vedere per primo le mie buste, e di certo i giovani impiegati lo avrebbero deriso per quelle lettere d’amore.»
Fu allora che all’improvviso mi accorsi di uno stentoreo russare proveniente dall’angolo in cui sedeva Mycroft: mi parve una mancanza riprovevole di buona educazione.
«Cos’altro può dirmi del signor Darvill?» chiese rapidamente Holmes.
«Era molto timido. Preferiva sempre uscire con me la sera piuttosto che alla luce del giorno. Forse il termine migliore per descriverlo è “riservato”… Persino nel timbro di voce. Da giovane aveva avuto la tonsillite, e doveva fare ancora dei trattamenti ogni tanto. Ma la malattia lo aveva lasciato con la laringe indebolita e quel modo di parlare a sussurri. Anche la sua vista era piuttosto debole – proprio come la mia – e portava sempre occhiali scuri per schermarsi gli occhi dal bagliore delle luci forti.»
Holmes annuì comprensivo, e iniziai ad avvertire una nota di eccitazione repressa nella sua voce.
«Che altro?»
«Venne a casa la sera stessa in cui il signor Wyndham partì nuovamente per la Francia e propose di sposarci prima del ritorno del mio patrigno. Era convinto che questa sarebbe stata la ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- INTRODUZIONE. Otto Penzler
- CONAN DOYLE RACCONTA LA VERA STORIA DELLA FINE DI SHERLOCK HOLMES. Arthur Conan Doyle
- IL MAESTRO
- FAMILIARE COME LA ROSA IN PRIMAVERA
- PASTICHE D’AUTORE
- FIN DALL’INIZIO
- HOLMESLESS
- NON DI QUESTO MONDO
- TENERE VIVA LA MEMORIA
- SEMBRA DIVERTENTE?
- VITTORIANI CONTEMPORANEI
- SULLE ORME DI UN GRANDISSIMO AUTORE
- CREDITI BIBLIOGRAFICI
- Copyright