
- 480 pagine
- Italian
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eBook - ePub
La guerra dei papaveri
Informazioni su questo libro
Orfana, cresciuta in una remota provincia, la giovane Rin ha superato senza battere ciglio il difficile esame per entrare nella più selettiva accademia militare dell'Impero. Per lei significa essere finalmente libera dalla condizione di schiavitù in cui è cresciuta. Ma la aspetta un difficile cammino: dovrà superare le ostilità e i pregiudizi. Ci riuscirà risvegliando il potere dell'antico sciamanesimo, aiutata dai papaveri oppiacei, fino a scoprire di avere un dono potente. Deve solo imparare a usarlo per il giusto scopo…
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Informazioni
Print ISBN
9788804729747eBook ISBN
9788835704638PARTE I
1
«Togliti i vestiti.»
Rin sgranò gli occhi. «Cosa?»
Il censore alzò lo sguardo dal registro. «Protocollo per evitare brogli.» Fece un gesto in direzione di una collega dall’altra parte della stanza. «Va’ con lei, se proprio devi.»
Rin strinse le braccia al petto e si diresse dalla censora. Fu condotta dietro un paravento, perquisita attentamente per controllare che non avesse nascosto materiale d’esame in qualche orifizio. Poi, le fu consegnata una informe tunica blu.
«Mettiti questa» disse la censora.
«È proprio necessario?» Rin batteva i denti mentre si spogliava. La casacca per l’esame era troppo grande. Le maniche talmente lunghe che dovette arrotolarle diverse volte.
«Sì.» La censora le fece segno di sedersi sulla panca. «L’anno scorso dodici studenti sono stati sorpresi con foglietti cuciti nelle fodere delle camicie. Prendiamo le dovute precauzioni. Apri la bocca.»
Rin obbedì.
Impugnato un bastoncino, la censora si mise ad armeggiare con la lingua della ragazza. «Nessuna alterazione del colore. Va bene. Apri bene gli occhi.»
«Perché uno dovrebbe drogarsi prima di un esame?» chiese Rin mentre la censora le sollevava le palpebre. La donna non rispose.
Soddisfatta, indicò a Rin il vestibolo dove altri aspiranti studenti attendevano in una fila disordinata. I volti erano tesi dall’ansia e le mani vuote. Dato che le penne potevano contenere bigliettini con le risposte, non avevano portato con sé alcun materiale per l’esame.
«Tenete le mani dove possiamo vederle» ordinò il censore, avanzando verso la testa della fila. «Le maniche devono essere arrotolate sopra i gomiti. D’ora in avanti non potete parlarvi. Se dovete orinare, alzate la mano. Abbiamo un secchio in fondo alla stanza.»
«E se mi scappasse da cacare?» chiese un ragazzo.
Il censore gli lanciò una lunga occhiata.
«Sono dodici ore d’esame» disse il ragazzo in sua difesa.
Il censore scrollò le spalle. «Cerca di startene buono.»
Quella mattina Rin non era riuscita a mandare giù niente per la tensione. Il solo pensare al cibo le faceva venire il voltastomaco. La vescica e l’intestino erano vuoti. Era invece la mente a essere piena zeppa di un numero inimmaginabile di formule matematiche, poemi, trattati e date da riversare sui fogli d’esame. Era pronta.
L’aula d’esame poteva contenere un centinaio di studenti. I banchi erano stati sistemati in file da dieci ben distanziate. Su ogni banco c’erano un libretto, un calamaio e un pennello da scrittura.
La maggior parte delle altre province del Nikan doveva adibire municipi interi all’accoglienza di migliaia di studenti che partecipavano alla prova. Il distretto di Tikany nella provincia di Gōngjī era però un villaggio di agricoltori e contadini. Le famiglie del posto avevano più bisogno di braccia per lavorare i campi che di mocciosi laureati. A Tikany avevano sempre usato una singola aula.
Rin entrò in classe insieme agli altri studenti e si sedette al posto che le era stato assegnato. Si chiedeva come apparissero dall’alto i candidati: quadrati perfetti di capelli neri, identiche casacche blu e tavoli di legno marrone. Li vide moltiplicarsi in aule identiche per tutto il paese in quell’esatto momento, tutti intenti a fissare l’orologio ad acqua in frenetica trepidazione.
I denti di Rin battevano a un ritmo intermittente tanto sfrenato che la ragazza pensò che tutti fossero in grado di sentirlo. Non era solo a causa del freddo. Serrò la mascella, ma i brividi si propagarono lungo gli arti, fino alle mani e alle ginocchia. Il pennello le tremava tra le dita, cospargendo il tavolo di goccioline nere.
Strinse la presa e scrisse il proprio nome per esteso sulla copertina del libretto. Fang Runin.
Non era l’unica a essere nervosa. Dal secchio in fondo alla stanza provenivano già i primi conati di vomito.
Si afferrò un polso, chiuse forte le dita sopra le bruciature biancastre e inspirò. “Concentrati.”
Nell’angolo, l’orologio ad acqua suonò sommesso.
«Cominciate» disse l’esaminatore.
Si udì il suono di un centinaio di pagine voltate con un rumore simile al battito d’ali di uno stormo di passeri che si alza in volo all’unisono.
Due anni prima, nel giorno in cui l’ufficio del magistrato di Tikany aveva arbitrariamente identificato il quattordicesimo compleanno di Rin, i genitori adottivi l’avevano convocata nei loro alloggi.
Ciò accadeva assai di rado. I Fang ignoravano Rin finché non avevano qualche incombenza da appiopparle. In tal caso, le impartivano ordini come si fa con un cane. Chiudi il negozio. Stendi il bucato. Porta questa confezione di oppio ai vicini e non andartene finché non sei riuscita a spillargli il doppio di quanto l’abbiamo pagato.
Appollaiata sulla sedia degli ospiti c’era una donna che Rin non aveva mai visto prima. Il volto cosparso di polvere che ricordava la farina di riso era imbrattato da grumi di colore sulle labbra e sulle palpebre. Indossava un vestito lilla acceso con una fantasia a fiori di pruno, tagliato in un modo che poteva addirsi a una ragazza con la metà dei suoi anni. La figura tozza traboccava dai lati come un sacco di grano.
«È la ragazza?» chiese la donna. «Mmh. Ha la pelle un po’ scura. Non darà troppo fastidio all’ispettore, anche se abbasserà un po’ il prezzo.»
Rin fu colta da un improvviso, orribile sospetto su quanto stava accadendo. «Chi siete voi?» chiese.
«Siediti, Rin» disse zio Fang.
Allungò una mano coriacea per farla accomodare sulla sedia. Rin tentò subito di scappare. Zia Fang le afferrò il braccio e la trascinò indietro. Scoppiò una breve scaramuccia in cui zia Fang ebbe il sopravvento su Rin e la strattonò verso la sedia.
«Non andrò in bordello!» strillò Rin.
«Non viene da un bordello, idiota» sbottò zia Fang. «Siediti. Mostra rispetto verso la sensale Liew.»
La sensale Liew non si scompose, come se il proprio mestiere implicasse sovente accuse di traffico sessuale.
«Stai per diventare una ragazza molto fortunata, dolcezza» disse lei. La voce era allegra, con un tono subdolamente mellifluo. «Vuoi sapere perché?»
Rin strinse forte il bordo della sedia e guardò fisso le labbra rosse della sensale Liew. «No.»
Il sorriso di Liew si contrasse. «Sei proprio un tesoro.»
Dopo una lunga e complicata indagine, la sensale Liew aveva trovato un uomo di Tikany disposto a sposare Rin. Era un ricco mercante che si guadagnava da vivere importando orecchie di maiale e pinne di squalo. Due volte divorziato, aveva il triplo degli anni della ragazza.
«Non è meraviglioso?» chiese la sensale con un sorriso raggiante.
Rin si fiondò verso la porta. Fatti neanche due passi, la mano di zia Fang spuntò fuori acchiappandola per il polso.
Rin aveva capito come sarebbe andata a finire. Si preparò a prenderle, si preparò ai calci nelle costole, dove i lividi non si sarebbero visti. Tuttavia, zia Fang si limitò a trascinarla nuovamente sulla sedia.
«Dovrai comportarti bene» sussurrò, e dai denti stretti capì che la punizione era dietro l’angolo. Non in quel momento, però, non davanti alla sensale Liew.
Zia Fang preferiva tenere celata la propria crudeltà.
L’ignara sensale Liew sbatté le palpebre. «Non avere paura, dolcezza. È una cosa bellissima!»
Rin si sentì girare la testa. Si voltò per guardare i genitori adottivi, sforzandosi di mantenere la voce inalterata. «Pensavo aveste bisogno di me nel negozio.» Per qualche motivo, fu l’unica cosa che le venne in mente di dire.
«Kesegi può mandare avanti il negozio» disse zia Fang.
«Kesegi ha otto anni.»
«Presto sarà abbastanza grande per farlo.» Gli occhi di zia Fang brillarono. «Si dà il caso che il tuo aspirante marito sia l’ispettore doganale del villaggio.»
Allora Rin capì tutto. I Fang stavano chiudendo un vero e proprio affare: un’orfana in affidamento in cambio del monopolio quasi assoluto del mercato nero dell’oppio di Tikany.
Zio Fang diede una lunga boccata dalla pipa e poi espirò, riempiendo la stanza di una coltre di fumo nauseabondo. «È un uomo ricco. Sarai felice.»
No, sarebbero stati i Fang a essere felici. Avrebbero importato oppio in grosse quantità senza svenarsi con le mazzette. Rin, però, tenne la bocca chiusa: ulteriori discussioni le avrebbero procurato solo dolore. Era chiaro che i Fang l’avrebbero costretta a sposarsi, a costo di trascinarla di peso nel letto nuziale.
Non l’avevano mai voluta. L’avevano accolta ancora in fasce soltanto perché dopo la Seconda guerra dei papaveri il decreto dell’Imperatrice aveva imposto alle famiglie con meno di tre figli di adottare gli orfani di guerra, che altrimenti sarebbero finiti a fare i ladri o i mendicanti.
Dal momento che a Tikany l’infanticidio non era visto di buon occhio, i Fang l’avevano sfruttata come commessa e corriere di oppio appena era stata grande abbastanza da far di conto. Eppure, malgrado tutto il lavoro gratuito, il costo del mantenimento di Rin era più di quanto i Fang fossero disposti a sborsare. Per loro era l’occasione di liberarsi del fardello finanziario rappresentato dalla ragazza.
Secondo quanto sosteneva la sensale, quel mercante poteva permettersi di dare da mangiare e vestire a Rin per il resto della vita. Lei avrebbe soltanto dovuto servirlo da brava e amorevole moglie, dargli dei figli e prendersi cura della casa (che, come sottolineato dalla sensale, aveva non uno, ma ben due bagni interni). Era più di quanto un’orfana di guerra come Rin, senza famiglia né conoscenze, potesse sperare di ottenere in qualsiasi altro modo.
Un marito per Rin, dei soldi per la sensale e la droga per i Fang.
«Accidenti!» disse Rin con voce flebile. Le parve di sentire il pavimento tremarle sotto i piedi. «È magnifico. Davvero magnifico. Fantastico.»
La sensale Liew sorrise di nuovo, raggiante di gioia.
Rin celò il proprio sbigottimento, cercò di trattenere il respiro fino a quando la sensale non fu accompagnata fuori. Fece un leggero inchino ai Fang e, da rispettosa figlia adottiva, espresse gratitudine per il tormento che si erano inflitti al fine di assicurarle un futuro stabile.
Ritornò al negozio. Fino a quando calò il buio lavorò in silenzio, prese gli ordini, e registrò le nuove commissioni nel libro mastro.
Il problema con l’inventario era fare attenzione a come si scrivevano i numeri. Far sembrare il nove un otto era davvero facile, e ancora di più far somigliare l’uno a un sette…
Ben dopo il tramonto Rin chiuse il negozio e si serrò la porta alle spalle.
Poi infilò sotto la camicia una confezione di oppio che aveva rubato e corse via.
«Rin?» Un ometto dalla pelle raggrinzita aprì la porta e sbirciò fuori. «Onnipotente testuggine! Cosa fai qui? Sta diluviando.»
«Sono venuta a restituire un libro» disse lei, porgendogli una cartella impermeabile. «E poi, sto per sposarmi.»
«Oh. Oh! Cosa? Entra.»
Maestro Feyrik dava lezioni serali gratuite ai figli dei contadini di Tikany che, in caso contrario, sarebbero cresciuti analfabeti. Rin si fidava di lui più di chiunque altro, e...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- LA GUERRA DEI PAPAVERI
- PARTE I
- Parte II
- Parte III
- Ringraziamenti
- Copyright