Si chiamava Rosa ed era la nostra nonna adorata. Tra i suoi ricordi più preziosi custodiva una scatola di caramelle, da tempo vuota. Era tutto ciò che le rimaneva dei suoi parenti ungheresi, che erano stati proprietari (o forse gestori) di una fabbrica di dolciumi.
Caramelle variopinte, dai mille aromi, golose e invitanti, chiuse in scatole di latta altrettanto colorate o in enormi barattoli di vetro che finivano nelle migliori drogherie; caramelle che noi non abbiamo mai potuto gustare, ma di cui la nonna ci aveva descritto il sapore. Le sue preferite erano quelle al rabarbaro e per quante ne assaggiasse, nessuna riusciva mai a eguagliare quelle dei suoi ricordi. Era come se mancasse sempre qualcosa. Nonna Rosa una volta ci disse che il sapore che ricordava, quello delle caramelle dei suoi parenti, era diverso, anche se non sapeva dire come.
Rosa era la mamma della nostra mamma ed era nata nel 1883 a Vidrinka, un paese che all’epoca si trovava al confine tra Ucraina e Russia, e che cadeva sotto la giurisdizione di quest’ultima. La nonna e il nonno, Moise Perlow, erano sposati ormai da diversi anni quando, intorno al 1910, furono costretti ad andarsene dalla terra in cui erano cresciuti.
Proprio così: era il tempo in cui in tutta la Russia si scatenarono i pogrom contro gli ebrei. Pogrom è una parola di origine russa che significa “distruzione” o “devastazione”. Una devastazione attuata per mezzo della violenza: venivano abbattute le sinagoghe e venivano uccise le persone soltanto perché ebree. Esiste una parola per indicare questo odio verso gli ebrei: antisemitismo. E davanti a tanto odio ingiustificato, l’unico modo per sopravvivere era andarsene.
Così, in un freddo giorno d’inverno, avvolti in cappotti e coperte per scaldarsi, i fratelli Perlow si misero in marcia, portando con sé mogli e figli. In viaggio con loro c’erano anche i nostri bisnonni materni, Lazzaro Farberow e Lea Schwarzmann, e la prozia Rebecca con suo marito Salomon Plotkin, insieme ai nipoti e cugini. Tra i bambini più piccoli c’era la nostra mamma, che era nata nel 1908 e aveva quasi due anni. Restò in braccio a nonna Rosa per buona parte del tempo e in realtà, una volta cresciuta, di quella peregrinazione non avrebbe ricordato nulla. Tutto ciò che sappiamo di quel viaggio ce lo ha raccontato la zia Gisella, che invece è più grande della mamma e ricorda meglio i giorni di cammino e le notti di sosta, in cerca di una nuova casa.
Attraversarono il Vecchio Continente a bordo di carri trainati da cavalli. Stretta tra il legno del carro e il calore del corpo di suo marito Moise, nonna Rosa vedeva i ciuffi di vapore che dalle narici dei cavalli salivano verso il cielo e rendevano più viva quell’aria gelida, che entrava nelle ossa.
Continuarono a viaggiare di paese in paese, dormendo dove capitava, mangiando spesso di soppiatto, appartati dietro a vecchi fienili abbandonati o tra gli alberi di boschi lontani dalle strade, perché la terra che si erano lasciati alle spalle non era, in quegli anni, l’unico Paese ostile agli ebrei.
Era il periodo a ridosso della Prima guerra mondiale e l’Europa stava cambiando. Presto, imperi al potere da secoli, come quello Austro-Ungarico, sarebbero crollati e, nel giro di una generazione, terribili dittature sarebbero salite al governo in Germania, Italia e anche in Russia, dopo il crollo degli zar.
Per un breve periodo, la carovana dei Perlow si fermò in Ungheria: proprio lì vivevano i parenti di nonna Rosa che producevano caramelle. Tuttavia, per i viaggiatori non era ancora arrivato il momento di fermarsi, e proseguirono verso sud, forse spinti dall’intenzione di arrivare fino in Palestina o alla ricerca di un posto sul mare.
Dopo un viaggio che sembrava non dover finire mai, giunsero a Fiume, che dal 1945 si chiama Rijeka. La scelsero – come ci ha sempre raccontato zia Gisella – perché città di mare. La città oggi fa parte della Croazia e include quello che, al tempo dei nostri nonni, era un sobborgo di Fiume, Sušak.
Durante quella mattina di primavera, quando nonna Rosa e nonno Moise si ritrovarono tra strade piene di vita e di persone provenienti da ogni parte d’Europa, decisero di fermarsi a Fiume e non proseguire oltre. Di coloro che partirono dalla Russia, tuttavia, furono gli unici a prendere quella decisione: tutti gli altri salparono su un grande transatlantico. Direzione: Stati Uniti! Quello infatti era anche il tempo in cui le famiglie viaggiavano verso altri continenti, in cerca di un destino migliore.
Allora l’Istria, Fiume e la Dalmazia erano parte dell’impero Austro-Ungarico e tutta la zona era il centro di commerci fiorenti e di una stimolante vita culturale. Per indicare il clima e la vivacità intellettuale di quella regione era stato anche creato un termine: Mitteleuropa.
Proprio in quell’ambiente i nostri nonni, dopo aver visto molti episodi di violenza e discriminazione, scoprirono un luogo in cui c’erano ancora libertà e tolleranza e stabilirono che fosse il posto ideale in cui fermarsi e far crescere i loro bambini.
Certo, la vita non era semplice neppure lì, ma in quell’impero chi covava risentimenti verso coloro che considerava “diversi” non veniva in alcun modo incoraggiato né legittimato dalle persone al governo. Anzi: a Fiume si cresceva insieme, cattolici, ebrei, musulmani, ortodossi, protestanti.
Nella casa di Fiume la mamma viveva quindi con nonna Rosa, nonno Moise e i suoi fratelli e sorelle: Sonia, Gisella, Aaron, Paola e Jossi, tutti nati tra il 1902 (zia Sonia) e il 1913 (zio Jossi). La mamma non era la più piccola, essendo nata dopo Aaron e prima di Paola.
Pur crescendo tutti insieme, ciascuno di loro percepì diversamente la fede religiosa. Zio Aaron, ad esempio, era molto devoto, mentre la nostra mamma frequentava la sinagoga solo nelle feste comandate o quando glielo chiedeva la nonna, che era molto religiosa. La nonna frequentò infatti la sinagoga fino all’ultimo giorno, ossia fino a quando, nel gennaio 1944, i nazisti la distrussero appiccando un incendio.
Ma anche se il destino sembrava sorridere a questa famiglia giunta a Fiume da molto lontano, un’ombra cupa era destinata a calare sulle loro (e le nostre) vite piene di sogni, aspirazioni e desideri simili a quelli delle altre persone. Purtroppo, infatti, dopo la Seconda guerra mondiale, non abbiamo più rivisto nessuno della nostra famiglia: per colpa dei nazisti la loro vita è finita là. Soltanto la mamma e zia Gisella sono tornate.
«Nonna Rosa sarebbe contenta di sapere che anche noi siamo tornate» dice Andra e le si incrina la voce.
«Magari lo sa…» risponde Tati, prendendola per mano e stringendo forte le sue dita.
«Dici che per San Nicolò ci regalerebbe le caramelle?» domanda allora Andra, con un sospiro.
«Certo… anzi, le piacerebbe mangiarle con noi!» risponde Tati con l’accenno di un sorriso. «Vedi? Anche se non c’è più, lei e tutti gli altri sono sempre qui con noi, nei ricordi…»
Ci scambiamo uno sguardo pieno di emozione, e non sappiamo più cosa dire. Nel silenzio della soffitta, per un attimo è come tornare indietro nel tempo, a Fiume.
I nonni scelsero di stabilirsi là proprio per quell’atmosfera che in seguito – purtroppo – sarebbe cambiata: all’epoca la città era un posto in cui essere religiosi non costituiva certo un problema. Insomma, era l’esatto opposto del mondo che i Perlow si erano appena lasciati alle spalle.
Pochi anni dopo il loro trasferimento, e dopo un breve periodo di interregno a seguito della Prima guerra mondiale, Fiume diventò italiana, tra il 1924 e il 1945.
E infatti noi, che siamo nate alla fine degli anni Trenta, non abbiamo mai avuto dubbi: ci siamo sempre sentite italiane. Ma abbiamo anche sempre tenuto a mente gli insegnamenti che la nostra mamma aveva appreso proprio crescendo in quel clima di tolleranza: lei ci ha insegnato a guardare al prossimo con rispetto, e ad andare nel mondo con una prospettiva aperta.
Tre fotografie tenute insieme con una graffetta: in una ci siamo noi e nostro cugino Sergio, nell’altra ci sono la mamma e il papà, e nell’ultima ci siamo soltanto noi due sorelle. Sorridiamo al fotografo e siamo elegantissime: non poteva essere altrimenti, perché quel giorno la mamma ci aveva fatto indossare uno dei vestiti di Lingfield House, il luogo della nostra rinascita. Erano di due stoffe simili, a fiorellini color pastello. Il modello era a maniche corte, con una gonna morbida, elegante, che arrivava appena sotto il ginocchio. Un colletto arrotondato che si chiudeva con un bottoncino ricoperto di stoffa e una cinturina incorporata al vestito, da allacciare sulla schiena, completavano quei due piccoli capolavori. Siamo quasi alte uguali e, con i vestiti tanto simili, potevamo sembrare gemelle. Per finire la preparazione, la mamma ci aveva pettinate con due cerchietti bianchi sberluccicanti ed eccoci là, felici di tutte le sue cure, a sorridere al fotografo.
«Anche a Sergio sarebbe piaciuto il nostro albero di Natale…» dice Tati voltandosi a cercare la scatola con le decorazioni.
«Secondo me gli sarebbero piaciuti di più i regali!» risponde Andra, e anziché aiutare Tati nella ricerca, continua a guardare le fotografie. Per un po’ fissa in silenzio quella in cui ci siamo noi due e Sergio, poi la sposta con un sospiro.
«Devo chiedere alla mamma se mi insegna a fare questa pettinatura» dice allora Tati, t...