PLAY.
Non mi ricordavo che la sua voce fosse così scricchiolante.
PAUSE.
In realtà a pensarci bene è sempre stata così, scricchiolante come qualcosa che si rompe per aprirsi. Come qualcosa che s’incrina.
Sì, perché con le sue storie e filastrocche lo zio Laerte si faceva proprio sentire.
PLAY.
Ha occhi di vetro
capelli di sole
e certi pensieri
che sanno di viole
Corre saltella
per tutto il giorno
vola sul mondo
girandoti intorno
Prepara cenette
e pranzi squisiti
certo per finta
ma sempre compiuti
Saluta l’ospite
con diversi omaggi
molto graditi
assai più dei formaggi
Io la chiamo per scherzo
Taitù
una regina del tempo
che fu
Se a volte è triste
e appare scontrosa
non fateci caso
è solo una cosa
Che viene e che va
una nuvola bassa
spinta dal vento
che piove un poco
dura un momento
Passata la pioggia
e il temporale
torna il sereno
ritorna a brillare
il vetro degli occhi
il casco di sole
Corri Veronica
torna a volare
girami intorno
il tuo correre grillo
il tuo saltellare
la tua anima bella
il tuo tenue cantare
sono un regalo come per dire
è bello vivere
L’infanzia è una
giostra
conviene girare
anche sapendo
che deve finire
Intercetto mia madre sull’ultimo verso della filastrocca e la anticipo mentre mi guarda, risparmiandole pensieri di giostre spente e infanzia finita. O almeno spero, finché mi accorgo che l’occhiata che mi rivolge non è di dispiacere ma di intesa.
Io so che lei sa, che io so. Quel pomeriggio in ospedale, le chiacchiere sul letto, la rivelazione che alla base della partenza dello zio Laerte ci fosse stato un atto di psicomagia, tutto quanto rende questo momento ancora più memorabile.
«Laerte sapeva che ogni giorno è un altro giro di giostra.»
Da chi arriverà questa: Jodorowski, Rob o qualche suo altro spasimante spirituale?
Max sta trafficando con il registratore per vedere come si usa, il nonno guarda fuori e la sua voce mi arriva rimbalzando sul vetro come se stesse parlando da solo.
«Non è mai diventato grande abbastanza per farsi scappare la voglia di giocare.»
Niente più traccia della rabbia esplosa dopo la fuga dei conigli, solo una certa tristezza del tempo che passa come il fiume. Che scorre e non torna e appena lo guardi non è già più lo stesso.
Ci sediamo a pranzo nei posti di sempre, il piatto è buono ma non abbastanza da riempire il silenzio.
Nessuno chiede come mi sento, dove mi fa male, se ho sonno, troppo caldo e quanta paura.
Tutti si comportano come se volessero affrontare una cosa alla volta: per prima va messa in sicurezza la soglia di casa e quello che ci sta dentro, presente e passato. Al resto ci penseremo poi.
Ma alla fine cosa significava quel nome: Taitù?
All’improvviso vorrei infuriarmi disperarmi ribellarmi e infine lasciarmi andare, eppure ero felice fino a poco fa.
È come se ogni dieci minuti cambiassi idea sul mio stato d’animo, sulla gravità di quello è successo e sull’incertezza di ciò che sarà.
Mi sento contemporaneamente amata e incerta, qui e lontana, trasparente e ingombrante, forte e debole. Sono passata dal non avere specchi in cui potermi osservare ad averne troppi attorno, che moltiplicano la mia immagine come nella casa degli specchi al luna park.
Mia madre protegge il mio essere indifesa come si fa con le piante durante le gelate primaverili, il nonno davanti a me corre il rischio di fare i conti con il passato e i suoi ricordi appartati, con ciò che è amore e dolore.
Mio padre non abbassa la guardia e cerca di non farlo vedere, cerca la strada, l’uscita, la svolta inaspettata che da qualche parte ci dovrà pur essere.
Troppe immagini riflesse e nessuna in cui mi riconosco del tutto, nessuna per cui dico ecco, sì, ti ho trovata, finalmente, sei tu. Sono io.
Mi gira la testa.
«Vado di là, fatemi sapere a che ora è questa festa stasera.»
Come dire che non ho voglia di andarci, non me la sento, non sono pronta. Troppe persone da incontrare e altre nuove superfici riflettenti di me stessa. Così tante che il mal di testa sta per diventare vertigine o forse, di nuovo, rabbia.
«Ti accompagno.»
«Faccio da sola.»
Non ho nemmeno chiesto di riavere il mio cellulare.
La porta di camera mia è volontariamente socchiusa per farmi capire che è sempre casa e ancora il mio angolo inviolato. La spingo con il girello entrando nell’ombra del pomeriggio di fine estate, in una mezza luce che forse non ho mai nemmeno notato. Nessuno se ne sta in camera negli ultimi pomeriggi d’estate.
Da brava architetta dell’agio, mia madre ha lasciato la mia felpa del cuore appoggiata alla sedia, un invito a riconoscere che questo è rimasto il mio spazio e un modo per fare finta che sia passato poco dall’istante in cui l’avevo inavvertitamente lasciata lì.
Come si cancellano cento giorni?
Sono più di tre mesi, una stagione, un’estate intera che per gli adolescenti vale come un anno, come succede con gli anni dei cani.
Questi sono segni incancellabili. Una nuova pelle, un tatuaggio di vita che mi ricorderà sempre forse non tutti i cento giorni, ma di sicuro il giorno che ha cambiato ogni cosa.
Lo spartiacque, anzi proprio la fine.
Ok, è ufficiale, la rabbia è diventata tragedia.
C’è uno strato di polvere invisibile che copre il letto pronto, l’armadio che non mi ricordo nemmeno si potesse chiudere, le mensole piene ma abbandonate, il pavimento e la scrivania.
Sulla scrivania il mio telefono, spento, e una cartolina.
Il fiume Nilo è lì da molto più tempo di quanto tutti credessero: ha 30 milioni di anni.
Ancora L.
Visto dall’alto il Nilo sembra una spaccatura nella pelle della Terra, una ferita che scorre in mezzo all’arsura, una cicatrice.
Comunicherete mandandovi delle cartoline.
Che però non arrivano dallo zio, anche se chiedermelo aveva causato scompiglio e sollievo: esattamente quello che mi serviva nei giorni immobili dell’ospedale.
Toc toc.
Suono acuto che arriva dalla finestra. Faccio in tempo a vedere le nocche che sfuggono dal vetro lasciando il posto a rumori di sforzo per salire.
Il vaso non cade, da sotto il balcone compare una fumata di capelli scuri, meno scuri di quanto ricordassi.
Si mette a sedere guardando fuori per l’attimo di un respiro profondo e silenzioso, il tempo di girare la testa cercando i miei occhi e sapendo dove trovarli subito, al di là del vetro, nel punto giusto.
Mentre io non faccio nemmeno in tempo ad abbassare la testa e chiedermi cosa vede, chi vede, chi mi vede.
Atterraggio. Contatto. Approdo.
Sei sempre stata il mio specchio sicuro, Lu. Quello in cui mi guardo e sento che sono io.
Resto appoggiata al girello mentre lei spinge per entrare con i movimenti fragil...