La sera del 14 aprile Carlo esce di casa alle 10 dopo aver cenato da solo, la madre è partita il giorno prima per la Liguria, per stare un po’ nella casa di Bogliasco. I custodi lo vedono passare, pensano stia andando a fare la sua solita passeggiata notturna nei giardini pubblici di Porta Venezia, un’abitudine antica. Invece Carlo prende la Lancia Fulvia coupé e si dirige verso una casa privata poco lontana dall’Arco della Pace, quella mattina è stata convocata una riunione a cui gli hanno detto che non può mancare. Carlo immagina che gli chiederanno dei soldi e mentre attraversa il centro di Milano si prepara il discorso da fare, quella sera è l’occasione giusta per cominciare a prendere le distanze, troppe cose sono successe nelle ultime settimane, vuole provare a mettere ordine nella sua vita.
A casa di Mauro Borromeo, direttore amministrativo dell’Università Cattolica, lo aspettano otto compagni, cinque sono donne, fanno parte del piccolo gruppo in cui è rientrato da sei mesi, da quando è tornato da Filadelfia. Li frequenta almeno dalla fine del 1972, è un luogo in cui discutere di politica, dell’imperialismo americano, della guerra del Vietnam, della paura del colpo di Stato sul modello dei colonnelli greci, di come organizzare una nuova resistenza capace di rovesciare il sistema capitalista. È una struttura semiclandestina a cui è difficile dare un nome preciso, la cosa più vicina è definirla rete di soccorso e sicurezza di Autonomia Operaia Organizzata. Il padrone di casa anni dopo la descriverà così: «Non era soltanto una specie di San Vincenzo rossa che aiutava materialmente i carcerati e le loro famiglie con l’invio di fondi. In realtà svolgeva funzioni più profonde: si preoccupava di trovare alloggi dove nascondere persone ricercate come di tenere collegamenti con un collettivo di avvocati per difendere i compagni». Vengono tutti dall’esperienza di Potere Operaio, hanno legami con Toni Negri – che Carlo aveva conosciuto prima di partire per l’America – e sono convinti che il salto di qualità delle lotte di massa si possa fare soltanto nelle fabbriche, così si legano alle assemblee autonome dell’Alfa Romeo e della Sit Siemens, dove c’era stato il primo sequestro di un dirigente da parte delle Brigate Rosse.
Quelli tra la fine del ’74 e l’inizio del ’75 sono mesi intensi, l’attività clandestina prende sempre più spazio, progettano e organizzano sabotaggi nelle fabbriche, preparano passaporti falsi per le latitanze all’estero e cercano metodi per finanziarsi.
Siamo nella fase di passaggio tra la prima e la seconda stagione del terrorismo, che sarà la più violenta e sanguinaria, e il rapimento e la morte di Carlo rappresenteranno proprio un punto di svolta.
Il passaggio dalla teoria alla pratica, per questo gruppo, era avvenuto nelle settimane successive all’arrivo di Carlo, nell’autunno del 1974, con l’attentato alla Face Standard di Fizzonasco, in provincia di Milano, quando dieci persone avevano incendiato il magazzino interno alla fabbrica che produceva impianti e apparecchi telefonici, dopo aver immobilizzato e imbavagliato il guardiano notturno. Fecero danni per 5 miliardi di lire. La colpa della Face Standard era di essere controllata da una multinazionale americana, la ITT, che veniva accusata di aver appoggiato il golpe del generale Pinochet in Cile.
Ai sopralluoghi alla fabbrica avevano partecipato vari elementi del gruppo, tra cui proprio Mauro Borromeo, che aveva però rinunciato all’ultimo momento alla missione assegnata perché si era «reso conto della pericolosità e gravità» dell’azione. Il gruppo si era poi preoccupato di trovare un alloggio sicuro ad alcuni operai che erano stati coinvolti nel sabotaggio, un’azione che, essendo la prima del suo genere, aveva avuto grande spazio sui giornali e un certo successo nel dibattito all’interno dei gruppi extraparlamentari perché era stata colpita una multinazionale senza fare vittime e senza provocare danni ai lavoratori.
Quello era il periodo in cui a Milano cominciava la pratica del «sabato dei supermercati», le razzie definite «spese proletarie» organizzate proprio dall’Autonomia Operaia milanese. La prima fu all’Esselunga di Quarto Oggiaro il 19 novembre: una cinquantina di ragazzi e operai del collettivo di fabbrica della Face Standard entrarono nel supermercato alle 11, bloccarono le casse e annunciarono al microfono che quella mattina la spesa sarebbe stata gratis. Il supermercato venne svuotato in pochi minuti, moltissimi clienti riempirono i carrelli e uscirono di corsa. La scena si ripeté poco dopo in via Padova.
Il gruppo poi aiutò tre ragazzi dell’area modenese di Potere Operaio, ricercati per la rapina a uno zuccherificio ad Argelato, in provincia di Bologna, prima a fuggire in Svizzera e poi, dopo la loro cattura avvenuta pochi giorni dopo, a trovare degli avvocati che li difendessero. Quella rapina, avvenuta il 5 dicembre 1974, è uno degli snodi centrali del salto di qualità della galassia di cui Toni Negri era il padre fondatore: nella fuga i rapinatori uccisero un giovane brigadiere dei carabinieri, Andrea Lombardini di 34 anni, che era intervenuto nonostante non fosse in servizio. Il sangue era stato versato, la pratica non violenta era finita, e nessuno era più innocente, tanto che lo stesso Negri verrà condannato come mandante dell’azione.
L’opera di sabotaggio del gruppo milanese, però, non ha interruzioni, il nuovo obiettivo, messo a fuoco nel febbraio 1975, è un magazzino della Sit Siemens. L’azione intende dare forza all’assemblea autonoma di fabbrica, che ha in corso una dura vertenza con l’azienda. Per fare il sopralluogo questa volta viene scelto Carlo, che andrà a studiare la fattibilità della cosa proprio insieme a Mauro Borromeo. I due si spaventano e fanno rapporto sostenendo che l’azione è troppo rischiosa perché il magazzino è molto illuminato e ci sono guardie armate che fanno la vigilanza. Si decide di mandare dei compagni più esperti a fare nuove indagini, ma durante una di queste missioni uno dei componenti del gruppo viene fermato e arrestato dalla polizia. L’azione sfuma, ma la ricerca di finanziamenti non rallenta, tanto che si comincia a immaginare un sequestro, esattamente sul modello sudamericano temuto da Gianni Tognoni.
Viene messo nel mirino l’industriale Romeo Invernizzi, vicino di casa di Carlo, quello che ha comprato la villa di corso Venezia proprio dalla famiglia Saronio e ha messo in giardino i famosissimi fenicotteri rosa. A Carlo vengono chieste informazioni, ma anche questo progetto viene abbandonato. Perché tentare un’azione difficilissima quando la vittima giusta è già tra loro, è sufficientemente ricca e straordinariamente facile da sequestrare? L’idea di rapire Carlo comincia a circolare nel suo gruppo, prima come scherzo, poi come provocazione, già alla fine di febbraio. Fioroni si convince che Carlo voglia tornare negli Stati Uniti: nel fine settimana a Bogliasco ha colto il suo desiderio di partire per Filadelfia. Suggerisce allora di accelerare la preparazione del piano, tanto che già a metà marzo verrà rubata, da un gruppo di criminali comuni, l’Alfetta metallizzata con cui lo porteranno via.
Le cose si complicano ulteriormente per Carlo: il 22 marzo, una settimana prima di Pasqua, viene eseguita una nuova perquisizione a casa della ragazza alla quale erano stati sequestrati i volantini che avevano spinto il giudice Caselli a spiccare il mandato di cattura contro Fioroni. Sono i carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a perlustrare l’appartamento, questa volta scovano un appunto che contiene i nomi e i recapiti di persone presso le quali compagni in difficoltà potevano trovare «rifugio sicuro». Sono tre fogli di bloc notes e il primo nome della lista è quello di Carlo Saronio, sono segnalate la casa di corso Venezia e quella di Bogliasco. La lista era stata scritta a mano dalla ragazza che, interrogata, spiegò di aver ricevuto quelle indicazioni da Carlo Fioroni nel giugno dell’anno prima. A fianco del nome di Carlo ci sono un’annotazione, «Non prima di ottobre», un dettaglio che quadra con il fatto che fino a quella data era negli Stati Uniti a fare ricerca a Filadelfia, e una raccomandazione: «mandare compagni ben messi perché trattasi di alta borghesia».
Carlo è bruciato, non è più utile per offrire rifugio sicuro, lui lo capisce e immagina vie d’uscita. Gli rimbombano in testa gli avvertimenti di Gianni Tognoni e nella settimana di Pasqua cercherà un po’ di pace insieme a Silvia nell’abbazia romanica di Fontanella, a Sotto il Monte, il paese di papa Giovanni XXIII. Un luogo meraviglioso, fondato nell’anno 1080, fatto di silenzio, di preghiera ma anche di incontri.
In quei giorni Carlo e Silvia dialogheranno con padre David Maria Turoldo, teologo, poeta, l’uomo che nella Milano ferita del dopoguerra tenne la predica domenicale nel Duomo per un decennio. Per quasi trent’anni, fino alla sua morte nel 1992, padre Turoldo visse nell’abbazia e lì è stato sepolto. Ricordava alla perfezione quell’intera settimana in cui Carlo lo andò a trovare nell’ultima vacanza della sua vita, tanto che quando fu proprio lui a celebrarne il funerale lo raccontò così: «Quando veniva da noi si metteva sempre in biblioteca e vi sostava a lungo, leggendo e meditando. Naturalmente, la nostra biblioteca ha tutto quello che si può pensare sulla storia delle religioni, sull’inizio della fede, sul modo di credere, sulle ragioni per credere. In quei giorni meditava e leggeva parole che non sono di questo mondo. Anche, forse, per controbilanciare gli studi che faceva nel suo Istituto dove erano soltanto formule: formule chimiche, formule algebriche. E quindi: il mistero e la scienza. Erano i due motivi che lo tenevano sempre vigile, sempre attento».
Un cammino silenzioso, una ricerca di sintesi, la necessità di una strada chiara da imboccare e percorrere. In quei giorni parla a Silvia di una casa, di una casa normale dove andare a stare insieme, vuole lasciare corso Venezia, vuole vivere del suo stipendio al Mario Negri, ha deciso di iscriversi a Medicina e che la sua missione sarà la ricerca.
Il 14 aprile a mezzogiorno vedrà Fioroni in un bar, quella mattina è stato rilasciato il gioielliere Gianni Bulgari, per la cui liberazione la famiglia ha pagato più di 1 miliardo di riscatto, ed è stata approvata la riforma della Rai, che dà il via libera alla nascita del terzo canale. In nome del pluralismo si ufficializza la lottizzazione: Rai Uno alla Dc, Rai Due al Psi e Rai Tre al Pci. Sui giornali si scrive della bomba messa sui binari della ferrovia a Incisa Valdarno, che solo per miracolo non ha fatto deragliare la Freccia del Sud. Ma non parleranno di niente di tutto questo, l’amico che gli ha preparato la trappola vuole solo essere sicuro che quella sera uscirà di casa come previsto. Carlo usa ancora meno parole del solito, gli dice soltanto che ha una riunione e che tornerà a casa tardi, intorno all’una di notte. Fioroni non ha bisogno di dettagli, li conosce già, cerca soltanto una conferma per far scattare il piano. Pochi giorni prima proprio Fioroni gli aveva chiesto di incontrarsi in un altro bar, alle spalle del lunapark delle Varesine. Si erano seduti e avevano parlato a lungo. Carlo non poteva immaginare che l’incontro serviva soltanto a mostrare la sua faccia a un delinquente comune, seduto pochi tavolini più in là con la moglie. Quell’uomo si chiamava Carlo Casirati, era legato agli uomini del clan di Francis Turatello, era evaso da San Vittore un anno prima ed era entrato in contatto con Fioroni, Toni Negri e il gruppo milanese di Potere Operaio. Era stato in casa del professore a Padova, dove aveva messo a disposizione del gruppo extraparlamentare la sua rete criminale e le sue competenze per organizzare furti, rapine, ricettazioni e rapimenti. Sarà lui la mente operativa del sequestro di Carlo e vuole essere sicuro di riconoscerlo e di non fare errori quando lo dovrà portare via.
Quella sera, in casa di Mauro Borromeo, si discute di una raccolta fondi per i detenuti, tra questi l’amico catturato mentre faceva il sopralluogo alla Sit Siemens. Carlo prende la parola e a sorpresa dice che non può più contribuire. Conosciamo le ultime parole di Carlo e le sue intenzioni grazie a Borromeo che, anni dopo, alla vigilia di Natale del 1979, decise di raccontare ai giudici tutto quello che sapeva.
Borromeo era stato tenuto all’oscuro del progetto di sequestro e rimarrà sconvolto quando sentirà la notizia al telegiornale. Inizierà a sondare tutti gli appartenenti al gruppo per capire chi sapeva, per rendersi conto se ci fossero complicità, e a poco a poco scoprirà che tutti erano al corrente, che c’era chi aveva pianificato, chi aveva collaborato e chi più semplicemente aveva lasciato fare.
Borromeo era il più vecchio del gruppo, non era un ragazzo, ma all’inizio del Sessantotto, mentre già lavorava agli uffici amministrativi dell’Università Cattolica, era rimasto affascinato proprio dall’energia del Movimento studentesco e si era lasciato coinvolgere in seminari sul marxismo e sul futuro delle lotte operaie. Quando lo arrestarono nella grande retata del 1979, aveva già 50 anni, quattro più di Toni Negri. Il gruppo di Potere Operaio, interessato alle sue competenze amministrative, gli aveva chiesto anni prima un aiuto per raccogliere dati e bilanci sulle società multinazionali. Così, a poco a poco, mentre la sua carriera in università procedeva fino alla nomina a direttore di sede della Cattolica di Milano, la carica dirigenziale più alta, si trovò coinvolto in qualcosa di più grande di lui, «in un organismo clandestino» da cui non riusciva a svincolarsi. Era un uomo defilato, che i colleghi definivano «grigio» e «anonimo», arrivava sempre in silenzio, quasi a sorpresa, portava occhiali dalle lenti tanto spesse che gli avevano dato il soprannome di «talpone».
Nella primavera del 1974 uno dei compagni del gruppo gli chiese se poteva usare la casa di sua suocera a Limonta, sul lago di Como, per una giornata tra amici, lui si procurò le chiavi e solo successivamente scoprì che la villetta era stata utilizzata per un vertice tra Negri e i leader delle Br Curcio e Franceschini. Ma neanche allora alzò la voce. Poi lasciarono a casa sua un borsone chiuso a chiave, che lui capì in seguito contenere armi, e gli chiesero di nascondere nella sua cassetta di sicurezza un plico di documenti falsi. Uno di quelli, un passaporto con la sua foto ma con un nome falso, era per lui. Terrorizzato, lo distrusse subito. Dopo il sequestro di Carlo, raffreddò i suoi legami e ridusse al minimo i contatti con il gruppo. Ma loro fino al 1979 non gli diedero tregua, continuarono ad andare a cercarlo chiedendogli una volta di custodire del denaro, un’altra di ospitare un ragazzo evaso dal carcere. Poi venne arrestato, ma in università la cosa non si seppe subito e nessuno ci voleva credere.
Non c’era internet a diffondere le notizie in tempo reale, quello era ancora un compito dei giornali, della carta. Così all’alba della mattina dopo, sperando di contenere e silenziare lo scandalo, il rettorato fece comprare nell’edicola di fronte all’università tutte le copie dei quotidiani che riportavano il nome di Borromeo e della Cattolica. Sulla prima pagina del «Corriere della Sera» Walter Tobagi scriveva: «Il più anonimo ragioniere di mezza età. L’uomo vestito di grigio, tranquillo fino all’ossequio. Capace di sgridare professori e studenti perché appiccicano un avviso sul vetro della porta, anziché sulla bacheca del corridoio. Del cinquantenne Mauro Borromeo, all’Università Cattolica, parlano un po’ tutti con sguardi sbigottiti: “Se è un terrorista quello, può essere terrorista anche il vicino di pianerottolo che ieri ti ha fatto gli auguri”».
Borromeo collaborò subito con i magistrati; accusato di partecipazione ad associazione sovversiva e banda armata, alla fine dei processi venne dichiarato non punibile grazie ai benefici della legge sui pentiti. Ma la sua carriera era finita, immediatamente sospeso dalle funzioni non avrebbe mai più varcato il portone dell’ateneo milanese e nessuno dei suoi vecchi colleghi l’avrebbe più rivisto. Lo scandalo rischiò di travolgere anche il rettore Giuseppe Lazzati, considerato troppo progressista e innovatore. Gli ambienti più conservatori della Chiesa e del corpo docente presentarono il caso Borromeo come la chiara dimostrazione di un’università allo sbando.
Quella sera, racconterà Borromeo, discussero dei recenti arresti, del fallimento del progetto di attentato alla Sit Siemens, e quando si arrivò a parlare dei finanziamenti, dei soldi per i detenuti, per la rivista «Rosso» e per una rete di supporto clandestino da costruire in Francia, Carlo si chiamò fuori, disse di non contare più su di lui. Ruppe il suo storico riserbo e raccontò per la prima volta che aveva programmato di mettere su casa e aveva deciso di sposarsi, che avrebbe dovuto sostenere spese rilevanti. Quando qualcuno fece riferimento al patrimonio della madre, lui disse che non aveva accesso a quello, che non aveva altre possibilità perché doveva rendere conto a una famiglia di vecchio stampo.
Carlo aveva fatto il suo passo. Aveva scelto e si era tirato fuori. Ma era troppo tardi.
Si era fatta mezzanotte, accanto alla sua macchina, in mezzo alla strada, quattro finti carabinieri lo stavano già aspettando.