In camera da letto, appoggiata ai libri, c’è una fotografia a colori di tre persone, una donna e due uomini. Sono stretti l’uno all’altro, abbracciati, e il mondo dietro di loro è sfocato, e il mondo su entrambi i lati è tagliato. Sembrano felici, ma tanto. Non solo perché stanno sorridendo ma perché c’è qualcosa nel loro sguardo, una serenità, una gioia, qualcosa di condiviso. È stata scattata in primavera o in estate, lo capisci da come sono vestiti (magliette, colori chiari, cose del genere) e, ovviamente, dalla luce.
Uno degli uomini nella fotografia, quello in mezzo con i capelli neri arruffati e gli occhi buoni, sta dormendo in questa stanza. Si chiama Ellis. Ellis Judd. La fotografia, lì tra i libri, si nota appena, a meno che tu sappia dove trovarla, e visto che Ellis non ha più alcuna voglia di leggere, di rado sente l’impulso di avvicinarsi alla foto, e di prenderla in mano e ripensare alla giornata, a quel giorno di primavera o estate, in cui è stata scattata.
Come sempre la sveglia squillò alle cinque del pomeriggio. Ellis aprì gli occhi e d’istinto si girò verso il cuscino accanto. Dalla finestra si vedeva che aveva fatto buio. Era ancora febbraio, il mese più breve, che sembrava non finire mai. Si alzò e spense la suoneria. Attraversò il pianerottolo per andare in bagno e si fermò davanti al cesso. Appoggiò una mano al muro e cominciò a svuotare la vescica. Non aveva più bisogno di appoggiarsi al muro ma era il gesto istintivo di chi per un po’ ne aveva avuto bisogno. Aprì il rubinetto della doccia e aspettò finché l’acqua non fu calda.
Lavato e vestito, scese di sotto e controllò l’ora. L’orologio era avanti di un’ora perché a ottobre si era dimenticato di tirarlo indietro. Sapeva che nel giro di un mese gli orologi sarebbero tornati avanti di un’ora e il problema si sarebbe risolto da solo. Puntuale, il telefono squillò e lui rispose e disse: Carol. Sì, sto bene. Ok, va bene. Anche a te.
Accese il fornello e mise due uova a bollire. Le uova gli piacevano. Piacevano anche a suo padre. Sulle uova andavano d’amore e d’accordo.
Spinse la bicicletta fuori nella sera gelida e pedalò lungo Divinity Road. All’incrocio con Cowley Road aspettò un varco nel traffico diretto a est. Aveva fatto quel tragitto mille volte e gli veniva facile non pensare e pedalare insieme alla marea nera. Svoltò verso le luci della fabbrica e si diresse verso il reparto verniciatura. Aveva quarantacinque anni e ogni sera si domandava dove fossero finiti gli anni.
Mentre passava dalla catena di montaggio la puzza di solvente lo afferrò alla gola. Fece un cenno a uomini con cui in passato aveva socializzato e, una volta arrivato al suo reparto, aprì l’armadietto e tirò fuori la sacca degli attrezzi. Gli attrezzi di Garvy. Ognuno fatto a mano, concepito per appoggiarsi dietro un’ammaccatura e spingerla in fuori. Di lui dicevano che era bravissimo: avrebbe potuto togliere la fossetta a un mento senza che il viso se ne accorgesse. Gli aveva insegnato tutto Garvy. Il primo giorno di lavoro, Garvy aveva preso un attrezzo e tirato una botta a un pannello scartato, poi gli aveva detto di appianare il bozzo.
Tieni il palmo piatto, aveva detto. Così. Impara a sentire l’ammaccatura. Devi guardare con le mani, non con gli occhi. Passaci sopra con delicatezza. Sentila. Accarezzala. Ecco, piano. Trova il bozzo. Poi aveva fatto un passo indietro, la bocca corrucciata e l’occhio critico.
Ellis prese il controstampo, lo sistemò dietro l’ammaccatura e cominciò a picchiettarci sopra con il cucchiaio. Gli veniva naturale.
Ascolta il suono!, aveva gridato Garvy. Abìtuati al suono. Il tintinnio ti aiuta a capire se l’hai individuato. E quando Ellis aveva finito, si era alzato tutto contento perché il pannello era liscio come se fosse appena stato modellato. E Garvy aveva detto: Ti sembra bello liscio, eh? Ed Ellis aveva risposto: Eccome. Allora Garvy aveva chiuso gli occhi e passato le mani sulla linea di giunzione e aveva detto: Per niente.
All’epoca ascoltavano sempre musica, ma solo dopo che Ellis era certo d’aver capito il suono delle lamiere. A Garvy piacevano gli Abba, a lui piaceva più di tutti la bionda, Agnetha qualcosa, ma non l’aveva mai detto a nessuno. Nel corso del tempo, però, Ellis aveva capito una cosa: quel tizio era così solo e bisognoso di compagnia che il processo di lisciare un’ammaccatura per lui equivaleva a passare le mani sul corpo di una donna.
Dopo, in mensa, gli altri si piazzavano alle sue spalle e facevano la boccuccia, passavano le mani su seni e fianchi immaginari, e mugolavano: Chiudi gli occhi, Ellis. Lo senti, quel piccolo bozzo? Lo senti, Ellis? Eh, lo senti?
Era Garvy che l’aveva spedito al reparto finiture a chiedere una “bambola da rifinire”, quello stronzo, comunque era successo una volta sola. E quando era andato in pensione, Garvy gli aveva detto: Due cose prendi da me, piccolo Ellis. Primo: lavora sodo e qui avrai lunga vita. Secondo: i miei attrezzi.
Ellis prese gli attrezzi.
Garvy era morto un anno dopo la pensione. Quel posto era stato l’aria che respirava. Pensarono che a non far niente era soffocato.
Ellis?, disse Billy.
Cosa?
Ho detto bella serata per lavorare, e chiuse l’armadietto.
Ellis raccolse una scuffina e colpì un pannello di scarto.
Bravo, Billy, disse. Adesso sistemalo.
Era l’una di mattina. La mensa era piena di gente e c’era odore di patatine e pasticcio d’agnello e di qualcosa di stracotto con le verdure. Dalle cucine arrivava il suono della radio, Wonderwall degli Oasis, e le cameriere che cantavano in coro. In coda era il turno di Ellis. La luce era troppo violenta e lui si strofinò gli occhi e Janice lo guardò preoccupata. Ma poi disse: Pasticcio e patatine, Janice, per favore.
E lei disse: Pasticcio e patatine sia. Ecco qua, tesoro. Una porzione da ometto.
Grazie.
Notte, tesoro.
Lui andò verso il tavolo nell’angolo più lontano e spostò una sedia.
Disturbo, Glynn?, disse.
Glynn alzò lo sguardo. Prego, disse. Come va, vecchio mio?
Bene, disse, e cominciò a rollarsi una sigaretta. Che cosa leggi?, domandò.
Harold Robbins. Se non copro la copertina, lo sai come va a finire qui. Me lo ungono tutto.
Bello?
Bellissimo, disse Glynn. Imprevedibile. I colpi di scena, la violenza. Macchine della madonna, donne della madonna. Guarda. Ecco la foto dell’autore. Guarda che stile. Lui sì che è il mio genere.
Quale sarebbe il tuo genere? Sarai mica un finocchio, Glynn?, disse Billy, che si stava sedendo.
Detto così, il mio genere vuol dire che ci uscirei come amico.
E con noi no, quindi?
Preferirei staccarmi una mano a morsi. Senza offesa, Ellis.
Figurati.
Ero un po’ tipo lui negli anni Settanta, cioè avevo quello stile. Te lo ricordi, Ellis?
Un po’ tipo La febbre del sabato sera?, disse Billy.
Non ti sto nemmeno ascoltando.
Vestito bianco, catenella d’oro?
Non sento niente.
E va bene, va bene. Pace?, disse Billy.
Glynn allungò una mano per prendere il ketchup.
Epperò, disse Billy.
Però cosa?, disse Glynn.
Scommetto che quando ascolti i Bee Gees ti metti a ballare.
Ma che vuole questo?, disse Glynn.
Non ne ho idea, disse Ellis a bassa voce, e allontanò il piatto.
Una volta fuori, al buio, si accese una sigaretta. La temperatura era scesa e lui alzò lo sguardo e pensò che c’era aria di neve. Disse a Billy: Non dovresti prendere per il culo Glynn in quel modo.
Billy disse: Se le va a cercare.
Nessuno se le cerca. E piantala con quella storia del finocchio.
Guarda, disse Billy. Ursa Major. La vedi? L’Orsa Maggiore.
Mi hai sentito o no?, disse Ellis.
Guarda: giù, giù, giù, su. Più in là. Giù. E su, su. La vedi?
Hai sentito quello che ho detto?
Sì, t’ho sentito.
Tornarono verso il reparto vernici.
Ma l’hai vista?, domandò Billy.
Oh Cristo, disse Ellis.
La sirena ululò e la catena di montaggio ebbe un rallentamento e gli uomini si affrettarono a passare le consegne e uscire. Erano le sette di mattina ed era ancora buio. Ellis si domandò quando fosse stata l’ultima volta che aveva visto il sole. Dopo il turno si sentì inquieto e quando si sentiva così non andava mai dritto a casa perché la solitudine lo avrebbe assalito. A volte pedalava fino a Shotover Woods, o fuori verso Waterperry, solo lui a ingannare il tempo bruciando ottusamente miglia e miglia nelle caviglie. Guardava il mattino schiarire contro gli alberi e lasciava che i cinguettii lo cullassero dopo il fragore della fabbrica. Cercava di non pensare troppo, lì in mezzo alla natura, e a volte funzionava e altre ancora no. Quando non funzionava, tornava indietro in bici pensando che la sua vita era molto diversa da come se l’era immaginata.
In Cowley Road la luce arancione dei lampioni si spalmava sull’asfalto, i fantasmi dei negozi chiusi ormai da tempo erano in agguato nelle nebbie del ricordo. Betts, Lomas il ciclettaro, Estelle’s, la bottega di Mabel, tutto sparito. Gli avessero detto da ragazzo che, una volta adulto, il fruttivendolo sarebbe svanito, non ci avrebbe mai creduto. Al suo posto c’era un negozietto di cianfrusaglie. Apriva di rado.
Superò il vecchio Regal Cinema, dove trent’anni prima Billy Graham, il predicatore evangelista, aveva sorriso raggiante dal grande schermo rivolto a millecinquecento fedeli. I negozianti e i passanti si erano radunati per la strada a osservare tutta quella gente che sciamava fuori dalla sala. I bevitori davanti al pub City Arms erano rimasti lì a guardare imbambolati, incerti sul da farsi. Era stata una gara tra eccesso e sobrietà. Ma la strada non era sempre stata un punto di confronto tra oriente e occidente? I due estremi dello spettro, avere e non avere, che fossero la fede o i soldi o la tolleranza.
Attraversò il Magdalen Bridge verso l’altro lato, dove l’aria aveva un odore di libri. Rallentò per lasciar passare una coppia di studenti indolenti: mattinieri o tiratardi? Difficile capirlo. Si fermò al supermercato e prese una tazza di caffè e il giornale. Pedalò con una mano sola e sorseggiò il caffè appoggiato contro un muro in fondo a Brasenose Lane. Osservò i turisti con gli occhi arrossati che sfruttavano la mattinata grazie al jetlag. Che bella città che avete, disse uno. Già, disse lui, e continuò a bere il caffè.
Il giorno dopo, ad aspettare in reparto c’era una Rover 600, arrivata dritta dalla catena di montaggio. Ellis controllò il registro e gli appunti lasciati dal turno diurno. Un altro parafango anteriore sinistro. S’infilò i guanti bianchi di cotone recuperati dalla tasca e ci distese bene le dita. Passò i polpastrelli lungo la linea danneggiata e riuscì a percepire una leggera disparità, così lieve che perfino la luce faticava a rilevarla. Si raddrizzò e si stirò.
Billy. Provaci tu, disse.
Billy allungò le mani. Guanti bianchi che correvano lungo il corpo. Si fermavano, ripassavano. Tombola.
Qui, disse Billy.
Bravo, disse Ellis, e raccolse la scuffina e il cucchiaio. Un paio di colpetti, disse. Basta quello. Veloce e leggero. Ecco fatto.
Controllò la verniciatura. Faceva una perfetta riga argentata, e Billy disse: Hai sempre voluto fare questo nella vita? E lui si sorprese a rispondere: No. E Billy disse: Che cosa, allora? E lui disse: Volevo dipingere.
La sirena strombazzò e loro s’incam...