Ti hanno detto che piangi troppo? Che le tue reazioni sono esagerate? Che te la prendi eccessivamente? Che dai troppo peso alle emozioni e che non sai scrollartele di dosso? Sei particolarmente sensibile ai dettagli della relazione e hai una reattività emotiva più spiccata rispetto alle persone che conosci?
Potrebbero averti rimproverato spesso per queste tue caratteristiche, mettendole in evidenza come difetti o intimandoti di non esagerare. Ma per te quelle reazioni erano naturali e spontanee, non potevi farci niente perché le sentivi emergere da dentro e siccome le hanno spesso lette come un capriccio hai imparato a ritenerle tali. Hai cominciato a pensare di essere guasto, valere meno, che ci fosse qualcosa di sbagliato in te. Anziché aiutarti a incanalare la tua sensibilità, ti hanno insegnato a giudicarti male e con il tempo hai finito per costruirti un’idea difettosa di te.
L’alta sensibilità emotiva è un tratto presente in natura nei mammiferi, rende i gruppi di scimmie più attenti ai pericoli e li spinge a preferire territori tranquilli e ricchi di cibo; nell’essere umano questo tratto di personalità permette di avere un maggiore intuito e una migliore comprensione delle dinamiche relazionali. Elaine Aron è la psicologa più esperta di questo settore e ha pubblicato numerosi articoli. Un’alta sensibilità si associa a maggiore intuito, capacità di comprendere il punto di vista dell’altro e abilità relazionali, di insegnamento, mediazione e accudimento al di sopra della media. Potrebbe sembrare un dono, ma nella nostra società abbiamo sviluppato due caratteristiche che non collimano con l’alta sensibilità, che sembra essere un tratto almeno parzialmente a trasmissione genetica.
Una PAS (persona altamente sensibile) ha un cervello che elabora molte più informazioni rispetto a una NON PAS; di conseguenza, la società sovrastimolante in cui viviamo risulta molto stressante per questi individui e rischia di indurre una condizione di sovrastress notevole se non si prendono il tempo per rilassarsi. Inoltre, un atteggiamento irrispettoso, persino sprezzante, viene visto come una qualità che permette di distinguersi o farsi spazio sgomitando in una società dominata dall’aggressività. I PAS, in quanto persone ipersensibili, hanno difficoltà a farsi scivolare addosso le sensazioni negative, che percepiscono come un’onda che li sovrasta. Queste loro caratteristiche, unite alla frequente incapacità genitoriale di riconoscere i tratti di alta sensibilità nei bambini, spesso accusati di essere troppo permalosi, frignoni o persino deboli, hanno portato a ritenere che queste persone siano svantaggiate anziché dotate di un superpotere.
Immagina di parlare per cinque minuti con una persona e di percepirne le sensazioni, le emozioni e i desideri. Di riuscire a comprendere quanto sia importante ciò che dice, a renderti conto se è realmente legata a te o se invece sta mentendo e vuole manipolarti. Nel farlo proverai diverse emozioni e alcune potrebbero essere disturbanti. Immagina adesso di non avere nessuna educazione alle spalle che ti consente di capire che quello che ti sta succedendo non è un’assurdità, ma il frutto di una tua personale caratteristica; la stessa che ti porta a riflettere sui dettagli e a fare molti collegamenti con situazioni analoghe prima di prendere una decisione, per esempio. Immagina invece di essere stato educato a ritenere sbagliato questo modo di fare: il tuo mindset sarà impostato su qualcosa del tipo “sono guasto”. Se invece hai capito che è un dono ma non hai imparato a gestirlo, potresti avere un mindset del tipo “sento troppo” oppure “sono vulnerabile”. Adesso ti porterò un esempio di PAS e alcuni esercizi che potrebbero aiutarti qualora tu fossi uno di loro. Tuttavia, qualora ti sia riconosciuto in questa descrizione, prima di continuare ti prego cortesemente di ripetere questo mantra: l’idea che mi ero fatto di essere debole o disturbato è in realtà una sciocchezza, sono una persona altamente sensibile che non ha sviluppato gli strumenti per difendersi, per ora! Ripetilo una dozzina di volte prima di proseguire nella lettura.
Giulia
Era una donna dolcissima, dal modo di parlare pacato. Usava il suo linguaggio non verbale gesticolando nell’aria come a cucire le emozioni, e io avevo l’impressione di capire più dalle sue mani che dalle sue parole. Mi aveva contattato perché voleva diventare emotivamente indipendente; era convinta di essere una persona con una dipendenza affettiva, si sentiva spesso ansiosa e aveva una grande difficoltà a gestire le emozioni e lo stress. Mi disse che col tempo aveva imparato a rispettarsi, ma che fin da quando aveva memoria era sempre stata così. Da bambina sentiva queste grandi sensazioni che venivano da dentro e non sapeva dar loro un nome. Certe reazioni di suo padre, che le diceva spesso: “Giulia, ma quanto sei permalosa”, e il fatto che i suoi genitori la ritenessero una frignona la facevano stare malissimo.
Da adolescente era diventata “Giulia la strana”, perché dopo la scuola aveva bisogno di stare da sola; si sentiva così stressata che non voleva neppure mangiare ma solo chiudersi in camera sua. Le dicevano che era una cosa da disadattati e minacciarono di toglierle la porta della camera da letto se avesse continuato. Accettò di stare a tavola e di intrattenere relazioni coi familiari senza quella pausa che sentiva così necessaria. È la condizione di sovrastimolazione in cui un PAS incorre tanto spesso e che gli rende necessario isolarsi: persino un film horror o drammatico può essere in quei momenti fonte di sovrastimolazione. Cominciò a rispondere male e divenne intrattabile. Le dissero che era l’adolescenza e lei ci credette ma questa adolescenza si protrasse per un sacco di tempo. Trovò un uomo che non parlava mai di emozioni, ma lei lo capiva lo stesso; a volte le sembrava di capirlo meglio di quanto lui capisse se stesso. Pensava che un uomo così l’avrebbe compensata e per un po’ di tempo fu così, ma poi la relazione smise di funzionare. Incontrò un altro uomo che avrebbe desiderato tirare fuori il suo mondo interiore, ma era stato educato a non farlo e lei si rese disponibile a dargli una mano. Talvolta, però, lui era sgarbato e Giulia si diceva che era lei a reagire in modo eccessivo, che forse se la prendeva troppo per certe cose e che avrebbe dovuto farsele scivolare addosso. Mi contattò dicendomi appunto che doveva diventare emotivamente indipendente. Dopo qualche seduta, emerse chiaramente che era una PAS e che molte cose della sua vita erano andate in un certo modo per un motivo preciso: la sua elevata sensibilità. Ne fu sollevata perché finalmente poteva dare un nome a quello che sentiva dentro di sé. Quando arrivammo al nocciolo della questione, cioè i litigi con il suo attuale compagno e la sensazione di esserne dipendente, le chiesi di spiegarmi cosa le avesse fatto trarre quella conclusione.
«Dopo le nostre discussioni piango a dirotto, sto male, non riesco a dimenticarle. Lui mi dice che esagero e che gli do troppa importanza e magari ha ragione, ma io non so come fare; ho chiuso un matrimonio perché non riuscivamo a comunicare, però lui ne è capace. Gli uomini così sono rari. Mio marito proprio non riusciva; quando ho chiuso sono stata così male che avrei preferito tagliarmi un arto, ma non c’era verso di nominare una sola emozione con lui, era una vita troppo arida per me. Con il mio compagno attuale credo sempre che valga la pena insistere, però comincio a pensare di essere una dipendente affettiva perché forse dovrei saper chiudere e basta, voltare pagina.»
«L’idea di perderlo come ti fa sentire?»
«Male, ma non è un dolore angosciante, è il dispiacere profondo di chiudere una relazione con una persona valida. Sono così emotiva, mi hanno sempre detto che esagero, non lo so, tu cosa ne pensi?»
«Quanto ci metti a liberarti di quella sensazione sgradevole?»
«Dopo che abbiamo litigato due o tre giorni; a lui passa subito, secondo me dopo mezz’ora non se la ricorda neppure.»
«Mi spieghi come funziona quando litigate?»
«È una persona molto chiusa, neanche lui sa comunicare, ma solo perché non è abituato a tirare fuori le cose, si avverte da come parla, le pensa ma non le dice. Non è come mio marito che proprio non ci pensava neanche, io provavo a portare la discussione su un livello più emotivo, ma era cresciuto con delle bestie, credimi, è un miracolo che sia così com’è, non posso certo rimproverarlo se è fatto in un modo diverso da come vorrei. E poi, devo dirlo, è sempre stato presente e un padre amorevole, non ho niente contro di lui. Questo qui invece avrebbe la capacità di tirar fuori le cose e cambiare in meglio, per lui. Mi dice che essendo così emotiva lui si sente soffocato, che non è come me e io ci resto così male. A volte sto persino due giorni chiusa in camera mia senza vedere nessuno perché ho bisogno di spurgare, sai, come le vongole, ah ah ah.»
«Giulia, pensa a questa domanda e rispondi con attenzione. Se tu riuscissi a farti scivolare addosso più rapidamente le sensazioni che provi dopo le vostre discussioni, cambierebbe qualcosa?»
«Aspetta, ci penso» disse mettendosi una mano sulla pancia. «Cambierebbe per me, ma dovrei anche smettere di volerlo aiutare, di voler fare qualcosa per lui, altrimenti continuerei a dargli fastidio.»
«Quindi dovresti smettere di sentire così tanto e così a lungo e farti i cazzi tuoi, giusto?»
«Ah ah ah, sì, giusto, Giusti! Me lo dice anche lui.»
«Adesso segui quello che ti dico, ok?»
«Sarò un soldatino» rispose sistemandosi a sedere con la schiena dritta.
«Chiudi gli occhi e immagina il quadrante di un orologio davanti a te, con tutti i numeri delle ore.»
«Ce l’ho.»
«Perfetto! Adesso pensa a qualcosa che ti ha fatto tanto ridere, una cosa divertentissima!»
«Aspetta» rispose. «Sì, ci sono» disse sorridendo.
«Scegli un’ora dell’orologio e mettila lì, come un quadretto.»
«Ok, fatto.»
«Benissimo, guardala intensamente e lasciala lì.»
«Sì sì, ci sono.» Sorrideva ancora.
«Adesso pensa a quei momenti in cui senti quella sensazione difficile da scrollarti di dosso.»
«Uff… sì, la sento benissimo.»
«Pensa a un episodio in cui l’hai provata.»
«Sì sì, anche l’altro ieri.»
«Mettilo dalla parte opposta a quella della scena divertente.»
«Ok, fatto.» Seria in volto, le spalle leggermente in avanti.
«Mettiti in piedi e scrollati, bravissima! Torna a sedere, chiudi gli occhi, bene così! Guarda la scena divertente.»
Lei sorrise.
«Ok, adesso la fai girare in senso antiorario fino a sovrapporsi all’altra immagine, come se fosse una lancetta.»
«Ok, lo sto facendo.»
«Tic tac tic tac… senti le lancette?»
«Sì, ecco fatto!»
«Come stai?»
«È strano…»
«Una sensazione confusa, come un rimescolio interiore, vero?!»
«Sì.» Aprì gli occhi. «Non mi dà più fastidio, è come se fosse scivolato via, se ci penso mi viene da ridere.»
«Meglio ridere che piangere.»
Dopo alcuni esercizi come questo, che ho elaborato partendo dal magnifico lavoro di Steve e Connirae Andreas sulla “scozzata”, Giulia iniziò a vivere meglio certe sensazioni, sentendosi più leggera. Sono tecniche che permettono di ridurre l’attivazione emotiva di un’immagine. Il fatto è che le PAS hanno un’amigdala che lavora molto attivamente, per cui le emozioni sono sentite intensamente; per fortuna sentono intensamente tutto, comprese le esperienze positive. Le situazioni in cui abbiamo riso a crepapelle, avendo la sensazione di perdere il controllo, sono esperienze esilaranti accompagnate da un’intensa attività dell’amigdala. Si chiede al paziente di ricordarle entrambe e sovrapporre quella positiva a quella negativa. Tale sovrapposizione permette di ridurre l’impatto delle esperienze negative. Ci sono tantissime tecniche come questa che purtroppo non menzionano gli autori che le hanno messe a punto e questo è un peccato. Nella bibliografia troverai tutti gli autori e i testi che hanno influenzato questo libro e le tecniche ivi descritte. L’unica cosa che ho fatto di originale è stato integrare conoscenze diverse tra loro secondo una prospettiva di eclettismo psicologico. Ma niente di ciò che troverai nel libro è una mia totale ed esclusiva elaborazione o scoperta. Miei sono soltanto i fili che legano insieme i vari approcci.
Esercizi per migliorare
Mi sento leggermente a disagio nello scrivere “esercizi per migliorare” riferito alle PAS, ma il fatto è che nella nostra società hanno bisogno di conoscersi, tutelarsi in modo appropriato e sviluppare maggiori capacità di disinnesco emotivo, cioè scrollarsi di dosso le emozioni. Quest’ultima parte mi sembra la più importante, quantomeno lo è secondo la mia esperienza, per cui mi concentrerò su due esercizi che spero possano essere utili a chi leggendo questo capitolo dovesse rivedere se stesso.
IL CERCHIO MAGICO
Per questo esercizio chiedo ai miei pazienti di immaginare nel loro campo visivo il quadrante di un orologio con tutti i numeri o la rosa dei venti con tutte le coordinate. Poiché ho notato che questo genere di immagini facilitano il lavoro, ti invito a provarle entrambe e a decidere quella che funziona meglio con te. Di base chiedo di visualizzare un cerchio magico, che se vuoi potrà trasformarsi in un orologio o nella rosa dei venti. Tutti questi strumenti derivano dal lavoro magistrale dei coniugi Andreas, che trovi nelle loro numerose pubblicazioni. Immagina questo cerchio magico del colore che preferisci. Adesso pensa alla situazione sfidante o sgradevole che non riesci a scrollarti di dosso: devi pensarci come se fosse una cartolina e piazzarla in un punto preciso del cerchio.
Alzati e scrollati le spalle: questo processo si chiama interruzione di stato e deriva dalla programmazione neurolinguistica, che vi ha dedicato numerosi articoli già a partire dagli anni Settanta. Rimettiti a sedere e pensa a un’immagine esilarante, una di quelle eccezionalmente divertenti dove ti faceva male la pancia dal gran ridere. Metti questa immagine sul lato opposto del cerchio magico.
Adesso fissa questa immagine, ascolta le sensazioni e falla scorrere lungo il cerchio magico fino a sovrapporla all’immagine sfidante.
Dovresti sentire una sensazione strana, è il segno che funziona. Alzati e scrolla le spalle, una nuova interruzione di stato.
Adesso ripensa all’esperienza sfidante: le sensazioni negative devono essere attenuate o assenti. All’inizio potresti porre molta più attenzione alla procedura che alle emozioni. Dopo cinque o sei ripetizioni avrai familiarizzato abbastanza da concentrarti sulle emozioni e comincerai a usarla bene. Solitamente servono tre ripetizioni per ogni esperienza sfidante.
Questa tecnica va usata soltanto con situazioni in cui desideri farti scivolare addosso sensazioni sgradevoli, mentre per le esperienze traumatiche devi rivolgerti a uno psicologo esperto, il quale potrebbe scegliere di usare comunque questo strumento ma avrebbe le attenzioni e l’esperienza necessarie a guidarti e saprebbe come inserirlo in un protocollo di trattamento completo.
IL GUSCIO PROTETTIVO
Questo esercizio ha lo stesso scopo del precedente, ossia sviluppare una flessibilità emotiva che permetta di restare distanti dalle ...