Perché fai così?
eBook - ePub

Perché fai così?

Capire i tuoi bambini e i loro comportamenti apparentemente illogici

  1. 288 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Perché fai così?

Capire i tuoi bambini e i loro comportamenti apparentemente illogici

Informazioni su questo libro

Quante volte vi siete chiesti perché i vostri figli dicono sempre di no? Quante volte li avete sgridati perché non vi ascoltano o perché dicono le parolacce? Quante volte, insomma, avete domandato ai vostri figli: perché fai così? Per rispondere a queste domande c'è il nuovo libro di Alli Beltrame. Abbinando la sua sensibilità di mamma e counselor all'esperienza di Daniela Bruni, terapista neuropsicomotoria specializzata nello sviluppo infantile, Alli Beltrame fornisce un libro pieno di informazioni sullo sviluppo neurologico dei vostri figli e altrettanti consigli per affrontare al meglio le situazioni critiche più diffuse per ogni genitore (il bambino fa i capricci, non si lava, picchia, non dorme...). Insomma, questo libro sarà per voi un pratico traduttore portatile per aiutarvi a decifrare cosa vogliono comunicarvi i vostri bambini con i loro comportamenti apparentemente illogici che spesso, da genitore, risultano così difficili da comprendere e accettare.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2020
Print ISBN
9788804732693
eBook ISBN
9788835705383

Parte seconda

Perché non dormi?

L’obiettivo di questo libro è quello di “normalizzare” i comportamenti dei bambini che gli adulti considerano “strani”, quindi lo dico subito per fugare ogni dubbio: i ripetuti risvegli dei cuccioli umani sono NORMALI e non sono dipendenti dal vostro essere o no buoni genitori.
Sono faticosi, fastidiosi, frustranti, sembrano creati apposta per torturare mamma e papà, ma la verità biologica è che il sonno dei bambini è diverso da quello degli adulti e il fatto che il tuo bambino dorma più o meno di altri, non dipende dalle tue qualità o competenze di genitore.
Nei primi mesi di vita un neonato trascorre circa il 70-80% del suo tempo dormendo, perché il sonno favorisce il suo sviluppo cerebrale. I cicli di sonno (profondo: Rem, e meno profondo: non Rem), però, sono più brevi e nei momenti di passaggio da una fase all’altra più frequenti rispetto ai nostri. Leggeri risvegli alla fine di ogni ciclo sono normali anche per noi adulti (anche se spesso non ne conserviamo la memoria); al contrario, per i nostri cuccioli, riaddormentarsi non è così automatico, hanno bisogno di sentire accanto una presenza rassicurante e protettiva per lasciarsi andare nuovamente.
La regolarità del sonno, quindi, è un processo graduale che dipende dallo sviluppo del cervello rettile, che si conclude generalmente tra i 3 e i 4 anni.
Il motivo, come abbiamo già accennato e come spiega bene James McKenna, è che il cervello umano alla nascita presenta solo il 25% del suo volume definitivo perché la circonferenza cranica del neonato è superiore all’apertura pelvica materna (la definizione corretta è “sproporzione feto-pelvica”). I nostri cuccioli nascono estremamente immaturi, dovrebbero stare almeno altri sei mesi nell’utero materno per essere vicini, come sviluppo, agli altri cuccioli mammiferi eppure, nella nostra società evoluta e industrializzata, la credenza è quella di renderli autonomi e indipendenti staccandoli il prima possibile dalle braccia materne.
Il paradosso è ancora più evidente se consideriamo che gli scimpanzé, pur nascendo con il 45% del volume del loro cervello, vengono portati addosso e allattati, in media, fino a 2-4 anni, e a nessuna mamma scimpanzé è mai venuto in mente di far addormentare il suo cucciolo da solo, lontano da lei.
Condividere il sonno, quindi, non è il bisogno di una mamma ansiosa che “non riesce a tagliare il cordone ombelicale”, è una decisione fisiologica che poggia su solide basi biologiche ed evolutive.
L’unica condizione che il neonato conosce è quella del contenimento: per quaranta settimane si è sviluppato sentendo intorno a sé la membrana dell’utero, ascoltando il suono ovattato della voce e del battito cardiaco della sua mamma. In quel periodo ogni suo bisogno legato alla fame veniva soddisfatto prima ancora che ne potesse captare i segnali, non esistevano sbalzi termici nel grembo e si addormentava cullato dai movimenti del corpo materno. Non doveva neanche fare lo sforzo di respirare, la sua mamma respirava per lui.
Poi è nato e in quel paradiso di accoglienza e sicurezza non tornerà mai più.
Scoprirà la fame, il caldo e il freddo, la spiacevole sensazione dei vestiti addosso, e soprattutto dovrà riconoscere i limiti del proprio corpo, non più avvolti dall’utero, e convincersi di non essere un’unica entità con la propria madre.
Per chiarire ancora meglio lo scenario: immagina di essere improvvisamente trasportato, attraverso un raggio interstellare, dal tuo comodo divano a un pianeta alieno, dove sperimenti sensazioni mai provate, senza alcun riferimento conosciuto. Personalmente, ogni volta che empatizzo con l’esperienza dei neonati, mi assale una forte ansia, la stessa che provano loro quando non sentono sollecita la presenza di un adulto che li avvolge tra le braccia, li culla e parla loro dolcemente, ricreando il mondo che hanno conosciuto finora.
L’ansia da separazione determina gran parte dei comportamenti infantili per lunghi anni: la loro continua insistenza per essere guardati, per esempio, oppure la disperazione quando ci allontaniamo e la fatica ad addormentarsi se non si sentono al sicuro.
Presenza, risposte sollecite ai richiami e tante dolci coccole non creano persone viziate e richiedenti, al contrario, permettono di sviluppare maggior sicurezza in se stessi, perché tutte le energie sono investite nell’apprendimento e nella crescita e non per sopravvivere alla paura di sentirsi soli e abbandonati su un pianeta sconosciuto.
Come sosteneva Donald Winnicott: “Non esiste il bambino in sé, ma soltanto il bambino e qualcun altro”.
Torniamo quindi al sonno.
I risvegli frequenti fino a 3-4 anni sono fisiologici, pretendere di “insegnare” a un bambino a dormire è inutile e dannoso, la regolazione interna deve maturare e i ritmi vanno integrati.
Quando tuo figlio sarà adolescente avrai il problema inverso: è probabile che secondo i tuoi standard dormirà troppo e cercherai metodi efficaci e non violenti per svegliarlo in tempo per andare a scuola.
Concludo questa introduzione legata alla primissima infanzia usando le parole di Alessandra Bortolotti:
I processi volti a modificare i ritmi fisiologici e naturali del sonno non servono al bambino. Servono invece ai genitori, che vengono illusi sulla necessità di applicarli. Non esistono metodi dolci o metodi rigidi: esistono adulti che, a causa dei ritmi frenetici imposti dalla nostra società, credono di poter interferire in ciò che è naturale e innato in ogni bambino.

Dopo i 5 anni: perché non vuoi andare a dormire?

“Mamma, lo sai che io sono una persona che non si addormenta facilmente perché il mondo è troppo interessante e dormire è noioso, non si fa niente.” Questo è Gregorio, il mio figlio più piccolo: a differenza dei fratelli, che arrivati a sera si spengono come cerini al vento, lui resiste e resiste.
All’improvviso ha fame, sete e gli viene in mente un gioco da terminare, oppure le storie raccontate non sono mai abbastanza e io, lo ammetto, talvolta sbotto esasperata.
Dormire significa interrompere tutte le attività piacevoli del giorno e dai bambini vivaci e intraprendenti è considerata un’incomprensibile perdita di tempo che cercano di evitare, tirando in lungo con ogni scusa, nell’estremo tentativo di racimolare ogni minuto possibile.
Per i genitori, spesso stremati dalle giornate intense, è un momento estremamente frustrante e spesso scatta la crisi, scaturita da bisogni opposti: da una parte quello di mamma e papà di ritagliarsi finalmente uno spazio, individuale o di coppia, dove terminare le mille faccende lasciate in sospeso o, semplicemente, rilassarsi senza dover continuamente rispondere alle incessanti richieste dei figli, e dall’altra il bisogno dei bambini di giocare, esplorare, apprendere, in una parola: vivere.
Già, per i nostri piccoli il sonno equivale a “non vivere”. Devono lasciarsi andare in uno spazio buio e ignoto, lontano dalle persone che amano, senza poter portare con sé ciò che li rassicura e li interessa. Non è facile farlo quando non hai la comprensione e la consapevolezza dei processi fisiologici che regolano la vita. Per questo la presenza di mamma o papà, nel momento dell’addormentamento, non è un capriccio ma una necessità.
Per quanto possibile quindi, malgrado anche noi genitori arrivati a sera siamo particolarmente reattivi a causa della stanchezza, è più efficace restare calmi e assertivi, per ricordarci che non stanno resistendo alle nostre regole in un atto di sfida, ma stanno rispondendo a un bisogno fisiologico e naturale durante l’infanzia.

COSA PUOI FARE A QUESTO PUNTO?

Come hai potuto leggere finora, il neonato mammifero si aspetta di essere accolto e protetto dai genitori. Come interpreteresti il comportamento di mamma cane o mamma leonessa se, una volta partorito, se ne andassero a dormire altrove, lasciando i loro cuccioli a riposare da soli? Certamente ti sembrerebbe strano e innaturale. Lo stesso vale per i cuccioli umani.
Malgrado la cultura occidentale abbia demonizzato il sonno condiviso, questo è assolutamente naturale: è scritto nei nostri geni che madre e bambino provino la spinta innata a sentirsi attratti e a cercare un contatto reciproco, ed è corretto seguire questo istinto anche durante il sonno.
Il cosleeping (dormire con i propri figli), quindi, non è un vizio, non mina l’autonomia dei bambini e non pregiudica il loro futuro, al contrario, è una efficace strategia di regolazione emotiva perché abbassa l’intensità emozionale e regola lo stress che nasce dalla paura, in pratica riduce organicamente la produzione degli ormoni legati alla sensazione di minaccia: adrenalina e cortisolo.
Non dare ascolto a tutti coloro che profetizzano figli mammoni, che non si staccheranno mai da te. Ricorda che più presenza un bambino sente da parte dei genitori, meno ansia e maggior autostima svilupperà durante la crescita, diventando autonomo e sicuro di sé, preparato a lasciare il nido quando si sentirà pronto.
Lo ha spiegato bene John Bowlby, medico e psicoanalista britannico, che ha elaborato la “teoria dell’attaccamento” e il concetto di “base sicura”.
Per il celebre psicologo lo sviluppo adeguato di un solido legame di attaccamento è strettamente correlato alla salute psicoemotiva di una persona. Stati di ansia e depressione in età adulta possono essere le dirette conseguenze di esperienze infantili angoscianti di separazione della figura di riferimento.
Quindi, stai connessa con il tuo istinto e il tuo intuito. Se dormire insieme al tuo bambino fa stare bene entrambi – se il vostro sonno è sereno e soddisfacente – fallo.
Fino a quando? Esiste solo una regola: finché va bene a tutti.
Nella mia esperienza, il distacco dal lettone è stato più faticoso da accettare per me che per i miei figli. Adoro ascoltare il loro respiro durante la notte e, malgrado all’epoca mi lamentassi, mi mancano i piedini puntati contro la schiena. Ognuno dei miei figli, in momenti diversi, ha scelto autonomamente di andare a dormire da solo. Talvolta accade però che una serata difficile trovi ristoro in una dormita comune o che, dopo una giornata particolarmente piacevole, ci sia il desiderio di proseguire quella sensazione di armonia addormentandosi insieme.
E quando oppongono resistenza al sonno? Quando chiedono l’ennesimo bicchiere d’acqua, quando spunta la fame improvvisa o i racconti della buonanotte non sono mai abbastanza?
Quello, ahinoi, è il momento di fermarsi e ascoltarli. Forse la giornata è stata ricca di stimoli oppure è successo qualcosa che non abbiamo compreso, ma che li rende emotivamente carichi o più sensibili del solito. Pertanto hanno bisogno di sentire la nostra presenza al loro fianco, come un accompagnatore fidato nel passaggio dalla veglia al sonno.
Non fremere, non fare di tutto per andartene il prima possibile. So che sei stanco, che ogni minuto accanto al lettino ti sembra tempo prezioso che vola via, che hai il sacrosanto diritto di goderti un po’ di silenzio, ma ricorda che sono attimi importanti per la relazione e che l’infanzia passa veloce, si tratta di pochissimo tempo rispetto al resto della vita e del sonno che avrai a disposizione negli anni a venire.
Una buona norma, quindi, è quella di creare momenti di quiete serale per disattivare gli stimoli sensoriali e avvicinare i bambini al sonno con serenità.
Evita, quando possibile, di offrire cibi e bevande zuccherate e limita l’uso della tecnologia già dal tardo pomeriggio, perché risulta molto eccitante per il cervello. Via libera invece a tutte le attività che rilasciano serotonina: lunghi abbracci, storie della buonanotte o musica soft, per esempio.
Se vuoi rendere davvero magico il passaggio dalla veglia al sonno, prova a ricreare l’atmosfera del passato, quando la luce elettrica non esisteva e neanche la TV, quando a fine giornata la famiglia si riuniva e mentre i grandi intagliavano e parlavano, i piccoli ascoltavano. Ripercorrere i momenti salienti della giornata per integrare i fatti e le emozioni oppure raccontare i ricordi della nostra infanzia, di cui i bambini sono estremamente curiosi e interessati, li aiuta a rilassarsi e crea memorie importanti per il loro futuro.

QUINDI FACCIO COSÌ PERCHÉ…

Quando strillo nella mia culla non ho niente che non va, non cerco di manipolarti e non sono viziato. Sono un bambino normale e perfettamente sano che, seguendo le leggi evolutive che hanno portato l’umanità fino a oggi, reclamo a gran voce la presenza di un adulto accanto a me, che garantisca la mia sopravvivenza, facendomi sentire protetto e sereno, proprio come nel grembo materno, dove tutto era pace.
Anche ora che sono più grandicello ho bisogno di voi, perché la notte è buia e non mi sento sicuro. Non so dove mi porterà il sonno, mi sembra di perdervi, mamma e papà, per questo ogni scusa è buona per tenervi accanto, anche se sento la vostra tensione, anche quando mi rispondet...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. PERCHÉ FAI COSÌ?
  4. Introduzione
  5. PARTE PRIMA
  6. PARTE SECONDA
  7. Postfazione. di Daniela Bruni
  8. Bibliografia
  9. Ringraziamenti
  10. Copyright