“Sorridi, sforzati di accettare i cambiamenti senza quella costante sensazione di angoscia” continuavo a ripetermi mentre per la quarta volta zia Adele tentava di tornare sull’argomento. Spiegare le ragioni per cui voleva sradicare sua nipote da tutti i punti fermi della sua vita, privandola delle poche certezze che era riuscita a costruirsi, non doveva essere semplice, lo percepivo dal ritmo concitato delle sue parole, più simili a giustificazioni.
«È lavoro, e potrebbe cambiare le nostre vite per sempre… migliorarle» ripeté la zia. «Solo un anno a Londra, o poco più, dopodiché chiederò il trasferimento e torneremo a vivere insieme, come se nulla fosse cambiato. Solo con più soldi. Molti più soldi!»
«E per quale motivo non posso venire con te?» incalzai in quella che ormai era diventata una vera e propria discussione, la nostra prima da che ne avevo memoria.
«Perché hai quindici anni, Roe. E perché non potrò prendermi cura di te come ho fatto in tutta la mia vita» disse la zia alzando la voce e lasciandomi esterrefatta dal tono quasi accusatorio delle sue parole.
Era vero, zia Adele si era presa cura di me da quando aveva vent’anni, la stessa età di mia madre e due meno di suo fratello, mio padre, quando quel terribile incidente che coinvolse i miei genitori me li strappò via per sempre. Da allora, la sua vita cambiò radicalmente. Senza battere ciglio decise di prendermi con sé, riuscì a terminare con fatica gli studi trovando subito lavoro nel settore finanziario. Il primo che le fu offerto, a dire il vero. Non aveva molta scelta, con una neonata piombata dal nulla nella sua vita. E chissà, se non fosse successo, dove sarebbe stata ora con il suo ingegno e la sua intelligenza. Forse proprio a Londra.
Avrei voluto poter ricordare qualcosa dei miei genitori, avere scolpiti nella mente i loro volti. Avevo usurato con gli occhi foto su foto, fino a consumarle, ma ciò di cui sentivo da sempre la mancanza erano le sensazioni, immaginare cosa si provasse a essere stretti in un loro caldo abbraccio. Ma non facevo della mia vita una tragedia: “famiglia” è chi ti cresce e chi ti dà amore, e zia Adele non mi aveva mai fatto sentire un solo giorno priva di quell’affetto. C’è chi dice che un bambino, per diventare un adulto sereno, abbia bisogno di una madre e di un padre. Be’, io sfortunatamente una madre e un padre non li avevo più, ma ero stata cresciuta dalla donna single più tosta e caparbia che avessi mai conosciuto, e non mi ero mai sentita infelice. Ed era per questo motivo che stavamo discutendo: l’idea di separarmi da lei mi terrorizzava più di un film horror di Wes Craven o di qualunque buco narrativo nella trama delle serie TV di Marlene King.
«Puoi prendere almeno in considerazione l’idea che vivere da tua nonna per poco più di un anno non sia quel grande disastro che stai dipingendo?» continuò, assillante.
«Mi ha vista una sola volta in vita sua, ed ero appena nata» ribattei. Stavo portando zia Adele all’esasperazione. Ma era vero. Mia nonna Eloise, dopo la morte di sua figlia, mia madre, decise di tagliare completamente i ponti con me, la sua unica nipote. Anzi, la sua unica parente rimasta in vita… E proprio nel momento in cui avevo più bisogno. Mai una visita, mai una telefonata se non per il mio compleanno. Abitava dall’altro capo dello Stato, in una piccola città chiamata Overville, che si poteva raggiungere con un aereo, un treno e subito dopo un pullman. Era così poco collegata con il resto del mondo, che andare a Londra con zia Adele o in qualunque altro posto sembrava una passeggiata in confronto. Perché fosse sparita dalla mia vita per tutto quel tempo non l’avevo mai saputo ma, forse, ciò che mi lasciava più perplessa era che dopo quindici anni avesse deciso non solo di conoscermi, ma di ospitarmi e farmi da tutrice.
«Roe, per favore, è un’opportunità che non posso lasciarmi sfuggire. Ti prometto che ci sentiremo e che…»
«Va… va bene» la interruppi mentre sentivo salire le lacrime, «sarei egoista a dirti di no. Ma dovrai scrivermi sempre e dovrai chiamarmi ogni giorno, e…» prima che finissi la frase zia Adele mi stava già abbracciando, e mi asciugava le lacrime con le maniche della sua delicata camicetta beige. «Andrà tutto bene, Roe.»
Che stupida a credere a quelle parole.
Mancavano sei giorni al 3 agosto, data del fatidico trasferimento. Dovevo impacchettare tutta la mia vita e spingerla con forza in tre valigie, forse anche troppe per qualche vestito e una foto dei miei genitori. Non amavo dare nell’occhio come le mie – ormai ex – compagne di scuola, ma non ero neanche il tipo di ragazza acqua e sapone che voleva sembrare ingenua a tutti i costi. Non ero la classica Joey Potter che sorrideva timidamente con solo metà della faccia tirandosi indietro due ciocche di capelli prima di rifilarti un sermone da quindici minuti, ma neanche l’appariscente Serena Van Der Woodsen. Diciamo una Betty Cooper senza lato oscuro, e ovviamente senza Jughead. Purtroppo senza Jughead. Il fatto è che non avevo neanche tanto in comune con quelle ragazze. Le loro giornate tipo consistevano nel parlare di shopping – parlare, neanche farlo – dandosi suggerimenti su come girare l’ennesimo video da caricare su TikTok. Io ero un po’ atipica, e molte volte mi sentivo incompresa. La mia passione non riguardava palette o pennelli, ma pagine e stagioni. Ero una divoratrice di serie TV, di libri e di qualunque cosa iniziasse con Harry e finisse con Styles.
Adesso che avrei cambiato città, dire che mi sarebbero mancate sarebbe stata una bugia, ma non ero neppure felice di non vederle più. Erano simpatiche, solo che avevamo poco in comune.
«Roe, vieni giù, c’è una visita per te» mi urlò zia Adele, dall’ingresso del piano di sotto.
Scesi le scale due gradini per volta, e corsi verso Steffy ignorando l’occhiataccia della zia per aver quasi urtato il vaso sul mobile vicino alla porta.
«Sono venuta a salutarti.»
«Steffy…»
Steffy Goldman era la mia vicina di casa, nonché più cara amica dai tempi dell’asilo. Avevamo la stessa età, ma lei sembrava molto più piccola di me. L’incarnato chiaro e le guance rosse le conferivano l’aspetto di una bambola di porcellana, motivo per cui la consideravo come una sorellina minore. Era ancora meno pratica di me su come funzionassero il mondo e i rapporti sociali, e forse per questo andavamo tanto d’accordo. Il padre era così apprensivo che quasi la faceva vivere sotto una cupola di vetro: seguiva le lezioni a casa, e raramente usciva da sola se non per venire da noi. La sua famiglia era molto ricca, e lei viveva con il padre nella casa più sontuosa che avessi mai visto. Era quasi il triplo di quella dove io e zia Adele avevamo sempre abitato. La madre di Steffy era morta quando aveva solo sette anni, per una lunga malattia, e credo che fosse stato questo il motivo che ci aveva fatto sentire così unite: avevamo in comune la ferita di una perdita e, paradossalmente, sebbene Steffy avesse avuto occasione di vivere con sua mamma più tempo di quanto fosse stato concesso a me, era anche quella fra noi che ne aveva sofferto di più.
«Mi mancherai terribilmente» disse in un tono di contagiosa commozione.
«Verrai a trovarmi, vero?»
«Certo che verrà.» Mi corse un brivido lungo la schiena. «Quando ti sarai ambientata, sarà nostro piacere venire a farti visita» sussurrò Mr Goldman, il padre di Steffy, da dietro la porta. Edward Goldman, con i suoi completi gessati e i capelli castani sempre pettinati, era un uomo estremamente affascinante, dai modi affabili e con una parola gentile per tutti. Nonostante ciò, riusciva sempre a suscitare in me un senso di soggezione, forse per il rigore del suo aspetto o la parlata forbita. Era coetaneo di zia Adele, non avrà avuto più di trentacinque/trentasei anni e, da quando rimase vedovo, avevo sempre pensato che tra i due prima o poi sarebbe nato qualcosa. E forse ci sperava anche mia zia… Ma occuparsi di un’adolescente non lasciava tanto tempo per pensare a una relazione.
«Che piacere vederti, Edward.» Stavo per scoppiare a ridere da quanto goffa risultasse mia zia nell’approcciarsi a lui. «Qui è un caos per via del trasloco, ma se volete restare a cena, a me» si interruppe «e a Roe…»
“Cavolo, proprio non ce la fa…”
«… farebbe molto piacere.» Era sempre così composta e sicura di sé, che sentirla balbettare in preda a una vampata di rossore mi faceva troppo divertire. Era adorabilmente impacciata, eppure Mr Goldman rifiutò l’invito con la scusa di avere del lavoro da sbrigare… Non era la prima volta che succedeva.
«Toglimi una curiosità, Adele. Hai deciso di affittare la casa durante questo periodo di assenza?»
«No, non avrei modo di occuparmene da Londra. Resterà vuota, che vuoi che sia d’altronde un anno…»
«Sarei felice di passare a controllare che vada tutto bene, ogni tanto» si propose, ricevendo in risposta un timido cenno di assenso.
Salutammo Edward e Steffy. Strinsi la mia migliore amica, l’unica vera amica che avevo mai avuto, con un caldo abbraccio e la salutai convinta che avrei rivisto presto i suoi lunghissimi capelli biondi.
Mi sbagliavo.
«Questo viaggio è interminabile. Ma dove diavolo vive ’sta donna?» sbuffai.
«Roe Elizabeth Sanders, non osare parlare così in mia presenza.»
«Scusa, zia Adele, hai ragione. Però “Elizabeth” te lo sei appena inventato.»
«Faceva scena e mi dava un tono minaccioso.» Scoppiammo a ridere. Mi sarebbero mancati momenti come quello.
Dopo un volo infinito e pieno di turbolenze, ci ritrovavamo sbattute su un treno privo d’aria condizionata. Un viaggio il 3 agosto in treno senza aria condizionata non lo augurerei neanche al mio peggior nemico e non era finita perché, dalla stazione ferroviaria, mi aspettavano altri quarantacinque minuti di pullman che avrei preso da sola. Io e zia Adele, infatti, ci saremmo separate. Lei avrebbe preso il volo diretto per Londra, e io sarei andata in una nuova città, avrei abitato in una nuova casa, con una nonna che quasi non avevo mai visto.
«A cosa stai pensando? Conosco quello sguardo…»
«È che…»
«Tua nonna ti vuole bene. Ci ha aiutato molto in questi anni, economicamente. E se per noi è così difficile andare a trovarla, figurati quanto poteva esserlo per lei.» Neanche zia Adele credeva alle sue stesse parole. Mia nonna aveva quanto? Cinquantacinque anni? Non era di certo lo stereotipo di nonnina ottantenne piena di acciacchi, che non poteva muoversi per far visita alla propria nipote.
«Roe, lo so che tua nonna non ha ottant’anni e che sarebbe potuta venire a trovarti, ma la morte di tua madre per lei ha significato un grave lutto. Le persone, quando soffrono, fanno cose di cui spesso finiscono per pentirsi. Ma ci sta venendo incontro. Credo che una possibilità tu possa dargliela.» Zia Adele sapeva sempre cosa pensavo. Aveva sempre le parole giuste che mi spingevano a riflettere. Come avrei fatto un anno senza di lei…
Il sole picchiava sul finestrino, i seggiolini in pelle e la mia schiena erano un tutt’uno. Raccolsi i capelli castani in una coda di cavallo per sentire meno il caldo, ma essermi vestita con una T-shirt nera non era esattamente il modo più astuto di affrontarlo. Zia Adele sembrava non soffrirne, sempre posata e bellissima con la sua lunga chioma biondo cenere che le cadeva sulle spalle con disinvolta eleganza. Non una goccia di sudore sulla sua pelle perfetta, non un segno di stanchezza su quel volto apparentemente sereno. Questa donna, così onesta e premurosa, mi aveva insegnato tante cose da quando ero nata… Era stata il modello femminile migliore cui potessi ispirarmi, mi aveva educato al rispetto del prossimo e insegnato il valore della giustizia.
Il primo giorno di scuola media mi fece un lungo discorso sul non tradire mai i miei ideali, che neanche sapevo cosa fossero. Ero in ansia, perché di lì a poco avrei potuto trovare nuovi compagni a cui forse non sarei piaciuta, ma zia Adele mi prese le mani e disse che, da quel momento in avanti, avrei incontrato sempre più persone che mi avrebbero fatto sentire diversa e che, per omologarmi e non essere esclusa, sarei stata tentata di comportarmi come loro.
“Non tradire mai te stessa, e non fare mai niente che tu non voglia, non devi fingere di essere ciò che non sei per piacere agli altri.” Furono queste le sue parole, nonché la lezione più grande che io avessi mai ricevuto, ma anche il motivo per cui, esclusa Steffy, non avevo avuto altri legami profondi.
Durante il primo anno di liceo vedevo persone più insospettabili fare giochi stupidi come rubare al supermercato per compiacere altri compagni tentando così di non rimanere isolati. Non era da me, o forse lo sarebbe stato se non avessi recepito le parole della zia.
Andavo molto fiera di tutto ciò, ma al contempo non potevo fare a meno di soffrire di quella situazione più di quanto non volessi ammettere. Mi ripetevo che non sarebbe sempre stato così, che non sarei stata sola fino alla fine del liceo e che avrei incontrato qualc...