Vi sbagliate, pensò Fin con rabbia. Non siamo umani.
Qualcosa di lungo, sottile e grigio-violaceo ruppe il guscio dell’uovo. Terminava in uno zoccolo giallo e duro, come un pugno con una sola vecchia unghia.
C’è un equivoco, pensò Kan disperatamente. Sono io. Io sono l’umano.
Una seconda cosa magra e contorta emerse dall’uovo di Mo. Vi serpeggiavano vene irrorate di sangue, seguendo un complicato percorso che assomigliava quasi al disegno su un bel vaso, solo molto più disgustoso e… bagnato.
In nome del Grande Caos, che cosa significa “uccidere un drago con te”? pensò Mo, con tono accusatorio. Spero che non ti riferisca a ED, perché ti incenerirà all’istante.
Qualcosa di molto grosso stava faticando per uscire dall’uovo. Le gambe contorte si agitavano nell’aria. La testa premeva contro il guscio verde-bluastro. Una testa dall’aspetto malsano, con parti di ossa candide che apparivano attraverso la pelle emaciata. Una testa con affilati denti gialli. Una testa ammuffita prima ancora di iniziare a respirare.
La creatura nitrì.
Il suono era simile a una bara che si apre.
Alzò lo sguardo verso il volto scuro e amorevole di Mo, guardandola con enormi occhi neri incorniciati da ciglia simili a funghi.
Mamma? grugnì il cavallo zombi nello spazio tra le loro menti.
«Wow, ho sentito parlare di quei cosi!» esclamò Jesster. «È difficilissimo trovare le uova. Ti do una stella del Nether, in cambio.»
Mo abbracciò protettivamente la testa del cavallo non morto. Era una femmina. Una giumenta. La criniera era ruvida e umida, e odorava di carne cruda.
Mamma, ruttò la creatura, felice. Il suo alito spense una torcia. Cervelli. Cerveeeeeelli? La puledra zombi annusò l’aria alla ricerca del cibo preferito di tutti gli zombi. I suoi occhi iniettati di sangue si appuntarono, significativamente, sulla testa di Fin.
Il tuo cucciolo è disgustoso, osservò Grumpo dalla scatola. Lo odio. Buttalo nella spazzatura. Lo soffoco io, se vuoi.
Buttati tu nella spazzatura! scattò Mo. È bellissima! Vero, piccola?
Mo, non pensi che in questo momento siamo alle prese con problemi più importanti?
Mo fissò ostinata suo fratello. No. Con molta dolcezza, baciò la fronte del cavallo. Mi rimani solo tu, pensò piano. Se la mia vecchia vita è una cavalla puzzolente, allora tu sei tutta la mia vecchia vita. Non voglio che ciò che sta per accadere accada e non voglio sapere ciò che stiamo per sapere, ma non si può fermare il mondo e non si può dimenticare ciò che si è scoperto, quindi mi concentrerò su questo finché le cose non si fermeranno. Non ti abbandonerò mai. Hai dei lividi bellissimi.
Mo non sapeva nulla di nulla sulle menti dei cavalli zombi. Aveva udito i suoi pensieri, quindi c’era di mezzo la telepatia. Ma una mente morta era in grado di aprirsi al punto di lasciar penetrare i pensieri di qualcun altro? Mo rimuginò in silenzio. L’unico modo era provare. Sorrise alla creatura e cercò di guardare dentro il suo cervello, la sua testa, la sua anima. Mo spinse la propria mente verso quella del pony.
Vide un cimitero. Infinito, oltre un centinaio di colline. La terra era tutta smossa di fresco. Alberi nodosi e contorti si piegavano sulle tombe. Una pallida luna splendeva su ogni cosa. Nulla sembrava rispondere ai suoi pensieri. Le lapidi dicevano varie cose: SALVE. CIAO. BELLO. DISGUSTOSO. CUCCIOLO. BUTTALO NELLA SPAZZATURA. WOW. CERVELLI. MAMMA. FAME. FAME. FAME. MAMMA. CERVELLI. Ma la maggior parte erano vuote. Dopotutto, non le era successo ancora granché.
Una mano marcia e gonfia lentamente emerse da una tomba. Le unghie erano chiazzate di muffa viola-nerastra. Un buco nel palmo brulicava di vermi.
Sulla tomba c’era scritto: SALVE.
La mano salutò timidamente Mo.
Ciao, piccola, pensò Mo.
«EHI!» gridò Koal. «È. Molto. Maleducato. Non. Parlare. Alle. Persone. Per. Bene.» Tra una parola e l’altra batteva le mani.
«La bocca si muove così» disse Jax parlando con esagerata lentezza.
Allungò il braccio e mosse la mascella di Fin per prenderlo in giro.
La mascella gli rimase in mano.
Mo gridò. Non dentro la propria testa. Non in quella di Fin. Né in quella di Kan.
Gridò. Il suono echeggiò nella stiva della nave. Anche la cavalla zombi gridò, nella stessa tonalità, ma a un volume molto più alto. Imparare era divertente, anche per i pony demoniaci.
Ma non era la mascella di Fin.
Era un pezzo di zucca.
Il bellissimo guscio nero che era il volto dell’Enderman svelò un angolo di calda pelle marrone.
Jax la teneva in mano come se nulla fosse. «Bleah» disse. «La tua zucca è uno schifo. È vecchia e ammuffita. Non so quanto durerà, amico.»
No, pensò Fin, fissando Mo. È impossibile.
«Che c’è, amico?» disse Roary, incoraggiante. «Puoi ripetere, ma a voce alta?»
«Impossibile» sibilò Fin. La sua voce era chioccia, roca e ruvida. Come se non fosse stata usata per anni. Ed era proprio così.
Mo si portò una mano sul volto. Si sentiva in trance. L’Enderman infilò le mani sotto la mascella, proprio nel punto in cui Jax aveva afferrato Fin. Cercò di sollevarlo.
Un pezzo di zucca venne via come legno marcio.
Mo lo lasciò cadere come se fosse in fiamme. Cadde a terra. Da un lato era nero e lucente. Dall’altro trasudava zucca soffice, polposa e andata a male. Facevano capolino persino un paio di semi. Dopo un istante, il pezzo di zucca divelto si polverizzò e sparì.
Kan si portò le mani alle guance. Passò le dita sotto la mascella. Tirò.
Non accadde nulla.
No, gemette nella sua testa. No, no, no. È impossibile.
Continuò a tormentarsi la faccia. A sollevare, a tastare lungo la linea della mascella per trovare il bordo della maschera. Ma non c’era niente. La sua mente si riempì di lacrime. Non ha senso. Sono io. Sono io. Non loro. Per favore, fate che sia io.
«Io non… non capisco cosa sta succedendo» disse Fin. Era così difficile parlare! Così tanti muscoli! Così tanti movimenti differenti! «Riesci a parlare, Mo?»
Mo tentò di aprire la bocca. La sua altra bocca. La bocca sotto la faccia che aveva creduto il suo vero volto per tutti questi anni. «Io… penso di sì» sussurrò rocamente. «Fa male.»
Mamma. Maaale, gemette la cavalla zombi tra le sue braccia. La sua bocca non si mosse, ma la sentirono anche Fin e Kan. Mo accarezzò la testa della cucciola.
Vedi, Grumpo? pensò. Non è disgustosa. Sa quando sto male e si preoccupa, molto meglio di te. La cavalla cominciò a gorgogliare felice, quasi facendo le fusa, fusa infernali.
Kan si adagiò sul pavimento della nave. Non riusciva a muoversi. Non riusciva a pensare. Il suo cervello non funzionava.
«Uhm… siete delle persone. Avete trovato un paio di zucche e le avete usate per saccheggiare l’End senza venire attaccati ogni cinque secondi da un Enderman con problemi di gestione della rabbia» gli disse Jesster, impaziente. «Ovvio.»
«Ma non è vero» insistette Mo. Lo sforzo di parlare le faceva dolere la gola. E più parlava, invece che pensare, più sapeva di avere ragione. «Abbiamo sempre vissuto qui. Non ricordo nessun altro posto. Ci siamo cresciuti. È casa nostra. È la casa dei nostri unibase. Siamo degli Endermen.» Lo ripeté, cercando di aggrapparsi a tutto ciò che sapeva su di sé. «Siamo Endermen.»
Siamo Endermen.
«Certo… tranne per la parte in cui non lo siete» disse Koal, quasi deridendoli.
«Che cos’è un unibase?» chiese Jess, confusa.
«Siamo Endermen! Lo siamo!» tentò di gridare Fin, ma la sua voce ancora non ce la faceva.
«Okay, pazzesco» disse Jax roteando gli occhi. «Come volete. Noi ce ne andiamo.»
«Aspetta» disse Roary, alzando le mani. «Aspetta un attimo. È interessante. Davvero non lo sapete? Non vi ricordate come siete arrivati qui?»
«Ci siamo nati!» singhiozzò Mo.
Koal infilò le mani nelle tasche gialle. «Va bene. Dove sono i vostri genitori?»
«Che cos’è un genitore?» chiese Mo, frustrata.
Jess sbatté le palpebre. Roary fece lo stesso. Koal aprì la bocca per dire qualcosa, poi la richiuse e increspò la fronte. Jax rise, una risata breve e tagliente simile a un colpo di tosse. «Sapete, i vostri genitori. Tipo… mamma e papà.»
«Cos’è una mamma?» chiese Fin.
«Cos’è un papà?» chiese Mo.
«Come fate a non sapere cosa sono una mamma e un papà?» disse Jess, incredula. «Quelle persone uguali a te, solo che sono più grosse, parlano a voce più alta, dettano le regole, fanno battute che non fanno ridere e dicono cose tipo “Non finché vivi in questa casa”, e “Sai che ora è?”, e “Ti vogliamo bene, ma non puoi mangiare la torta a colazione”. Le persone che ti hanno generato!»
«Unibase» disse Mo.
«Mamma e pap...