
- 420 pagine
- Italian
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La linea della palma
Informazioni su questo libro
Racconto autobiografico e insieme pamphlet politico, La linea della palma è anche un j'accuse sul mondo a cavallo tra vecchio e nuovo Millennio; una lunga conversazione in cui Camilleri, sollecitato dal giornalista Saverio Lodato, mette a nudo la sua esperienza di scrittore e di uomo di spettacolo, ma anche di uomo impegnato politicamente. Sono pagine di grande intensità, a volte pungenti sino all'invettiva, dense di ricordi sull'universo familiare, sugli anni del fascismo e della guerra, sulla mafia di ieri e di oggi, e su quella mentalità subdola e strisciante che - proprio come le vegetazioni tropicali delle palme di cui parla un altro illustre siciliano, Leonardo Sciascia - dalla Sicilia penetra in tutta Italia e in Europa.
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Informazioni
Print ISBN
9788804729167eBook ISBN
97888357032801. “La palma va a Nord”
Andrea Camilleri è uno degli ultimi siciliani illustri della sua generazione. Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino, suoi amici e colleghi in anni lontani, non ci sono più. Vincenzo Consolo continua a scrivere, a produrre idee, ad abitare letterariamente la sua Sicilia, pur dimorando fisicamente a Milano, ma è sempre stato il più giovane fra quei siciliani illustri. Conosciamo tutti lo scrittore Andrea Camilleri. Non conosciamo, o almeno conosciamo molto poco, l’uomo. Volevo colmare questo vuoto e tentare l’impresa di farlo raccontare da sé... Se certe interviste, poi, sono il bilancio di una vita intera, nel caso di Andrea Camilleri, con i suoi settantasei anni, il bilancio di una vita viene quasi a coincidere con il secolo appena trascorso. Motivo in più per stare ad ascoltare.
Ma è l’intervistatore, con le sue domande – mi disse lui, sornione, il giorno del nostro primo incontro – a guidare le danze, a orientare la conversazione, svolgendo un filo che è innanzitutto nella sua testa. È compito dell’intervistato – precisò altrettanto sornione – rispondere con sincerità e chiarezza, ma non è lui a possedere la visione d’insieme. E il punto era proprio questo: io non avevo le idee molto chiare sulle domande che avrei voluto o dovuto rivolgergli. Eppure, alla vigilia dei nostri incontri, c’era qualcosa di piacevolmente scontato, di gradevolmente obbligato. L’intervista all’“Unità” con cui avevo cominciato, aveva segnato, pur nei limiti di un intervento giornalistico, alcune preziose coordinate che sarebbero tornate utili nel momento in cui avremmo scelto un passo diverso, meno condizionato dalla quotidiana attualità.
Sapevo che Andrea Camilleri non avrebbe manifestato alcun interesse per una dissertazione letteraria sui suoi racconti, sui suoi romanzi, sui protagonisti di quel suo mondo, immaginario ma non troppo, governato dalla simpatica figura del commissario Montalbano. Un lavoro del genere avrebbero saputo svolgerlo molto meglio giornalisti di settore, con competenze letterarie specifiche, critici da terza pagina, e io non mi sentivo proprio la persona adatta. Avevo anche intuito il suo fastidio di antica saggezza contadina nei riguardi degli intellettuali tuttologi, opinionisti che vanno a vela a seconda di dove tira il vento, creature televisive destinate a spegnersi, perdendo spessore e consistenza, appena lo chef mediatico, per sue imperscrutabili ragioni, comunica che oggi dalle cucine uscirà un “piatto del giorno” che non è neanche lontanamente paragonabile a quello del giorno prima. E questo mi diceva che Andrea Camilleri non era minimamente interessato a iscriversi al club, di per sé affollatissimo, dei maître à penser. Oltretutto occasioni del genere Camilleri deve averne avute parecchie, e se avesse voluto, per dirla col Carducci, tirare quattro paghe per il lesso, non avrebbe avuto che l’imbarazzo della scelta.
Questo libro dunque non è un trattatello sul posto che Andrea Camilleri è destinato a occupare nella letteratura italiana contemporanea; nemmeno una pretenziosa antologia dell’intero Camilleri-pensiero, anche se uno come lui avrebbe titoli illustri e si farebbe comunque ascoltare da legioni di lettori. Queste due certezze mi confortavano. Ed ero ansioso di cominciare finalmente a dargli la parola.
Ma sapevo anche qualche altra cosa sulle nostre future conversazioni, almeno dal mio punto di vista. Per esempio? Che era inevitabile che i nostri colloqui prendessero avvio dalla Sicilia, dalla difficile identità dei siciliani, e dalla storia della Sicilia dentro la più generale storia d’Italia. Che inevitabilmente avremmo tenuto sott’occhio la carta geografica, che assegna alla Sicilia il ruolo dell’ultima stazione conosciuta, dell’ultimo avamposto nel Sud del Mediterraneo, anticamera di un mondo che sta ancora più in giù e, in questo caso, non solo geograficamente parlando.
Andrea Camilleri è un siciliano nello sguardo, nella gestualità, nei suoi silenzi che a tratti – come violenti surruschi, lampi accecanti – conferiscono un peso inatteso a una conversazione, uno scambio di battute, un dialogo che apparentemente stava filando via leggero. Quante volte – e purtroppo il lettore non potrà vederlo in queste pagine – Andrea Camilleri si è alzato dalla sedia, ha mimato una scena nei minimi dettagli, ha indicato l’esatta posizione di cose e persone all’interno di un racconto, di un episodio che in quel momento gli veniva in mente. Quante volte, al ricordo di una sofferenza o di un torto subito da lui o da altri, ha abbassato il tono della voce rendendola quasi impercettibile. Quante volte ha pronunciato la parola “vergogna”, ma anche “orrore” e “sgomento”, riandando a pagine nere della storia recente e meno recente di questa sua Sicilia. Quante volte, invece, la rabbia, lo sdegno, una sana “incazzatura”, come lui la definisce, venivano a sottolineare i torti storici inflitti alla Sicilia dal resto del Paese.
Circondato da moglie, tre figlie e quattro nipoti, Andrea Camilleri mi è sembrato un impasto di bontà – come si sarebbe detto in altri tempi –, un rassicurante Maigret che con pipa e boccale di birra si arrovella sui casi della vita, sulle ragioni degli altri, buoni, meno buoni, insignificanti, vittime, protagonisti, occasionali testimoni, o canaglie che siano. E si finisce col diventare inesorabilmente altruisti quando si passa la propria vita a ragionare sulle vicende degli altri. Mi resi allora conto che, in un’occasione del genere, l’intervistatore doveva fare un passo indietro: uno come lui bisognava lasciarlo parlare. Rivolgendogli pochissime domande. Cominciando da dove? Ovviamente dalla Sicilia, dai siciliani. E da Leonardo Sciascia, che, il discorso sulla linea della palma che dal Sud stava lentamente risalendo verso il Nord lo avviò, quasi lemme lemme, su un foglietto di versi, quarant’anni fa.
Vorrei prenderlo alla lontana, questo nostro discorso. Una volta Leonardo Sciascia affermò in una curiosa poesia, “La palma va a Nord”, che gli studiosi di piante si erano accorti che la palma, e intendo proprio l’albero della palma, si spostava, in un anno, di cinquecento metri verso nord. Gli ultimi due versi di quella poesia mi sono rimasti impressi: “Probabilmente, a sbalzi e arresti, la media della marcia è più celere...”. Devo dire che la cosa è anche abbastanza plausibile dati tutti i cambiamenti atmosferici, che negli ultimi tempi sono più evidenti. Certo, a volere estremizzare, la visione di una palma su una banchisa polare, come fenomeno botanico, è piuttosto sconvolgente. Ma probabilmente, come metafora, lo è assai meno. In sostanza la palma è metafora di quella che è, secondo ciò che posso interpretare io del pensiero di Sciascia, una certa mentalità paramafiosa che sta invadendo non solo l’Italia, ma addirittura l’Europa. Attenzione: non propriamente mafiosa in sé. Ed è un modo di pensare assai più difficile da combattere di quanto non lo sia la stessa mafia. Lo vediamo, per esempio, in Paesi che ci sembravano in qualche modo immuni e incorruttibili e che invece, col tempo, hanno dimostrato di avere all’interno larghe fasce di corruzione. Naturalmente tutto questo è venuto alla luce solo dopo Mani Pulite. Quello è stato, a mio giudizio, una specie di tappo schizzato via. E questo tappo ha fatto saltare altre bottiglie che si ritenevano bene invecchiate, di buona qualità. Un esempio per tutti: Helmut Kohl, in Germania, tanto per non fare nomi. La doppia moralità che fa dire «Sì, io ho rubato per il partito, non ho rubato per me» è un sistema di pensiero molto meridionale. Non dico siciliano, ma molto meridionale, meridionale-europeo, oserei dire, che però si sta estendendo verso il Nord...
Faccio un passo indietro. Una volta lessi uno stupefacente articolo di un giornalista siciliano, Telesio Interlandi, uno degli inventori del razzismo italiano durante il periodo fascista. Due anni prima di pubblicare Contra Judaeos nel vivo degli anni Trenta – quel libello che poi Guido Piovene recensisce scatenando il macello – Interlandi aveva scritto sul “Lunario Siciliano”, una curiosa rivista siciliana agricolo-letteraria diretta da Francesco Lanza e Nino Savarese, che forse bisognava rovesciare la carta geografica. In sostanza non era detto che la civiltà dovesse per forza venire dal Nord, perché l’Italia era sì poggiata come radice verso Nord, ma i suoi rami, i suoi frutti si protendevano verso il Mediterraneo, verso l’Africa. E quei rami, quei frutti, erano per lui il vero segno della civiltà. Si vede che questa cosa non ha funzionato se poi ha cambiato idea diventando un intransigente difensore della razza...
È anche vero che ora, queste foglie di palma, stanno veramente risalendo verso il Nord, ma non si tratta di una civiltà. È qualche cosa di deteriore. Sciascia scelse dunque la palma, per la sua metafora, proprio per la caratteristica di spostarsi... Vedi, io ho una casa in Toscana, a novecento metri di altezza... Mio zio mi regalò dei mandorli e io li piantai. Resistettero, riuscirono a venire su. Ma alla prima seria gelata se ne andarono. Figurati se una palma può resistere a quel tipo di clima. Quindi, voglio dire, come emblema metaforico è scelto molto bene: questa palma che è africana, è tropicale, viene importata in Sicilia, e in Sicilia alligna bene... La palma non è siciliana... eppure a Palermo c’è l’Hôtel Des Palmes, uno dei più antichi alberghi cittadini. La palma, forse, il suo terreno ideale di decorazione, di abbellimento, di gusto, lo ha trovato proprio in Sicilia. La Sicilia può avere emblemi diversi, la Trinacria, il tempio di Agrigento con quattro colonne, simbolo dell’agrigentino e dell’isola intera, ma ha anche la palma che, a differenza degli altri emblemi, è qualche cosa di vivente. E credo che l’immagine, a Leonardo, sia nata proprio perché si tratta di un organismo vivente, non di una cosa immobile nel tempo, un organismo che può subire modificazioni, può anche morire, certo, a seconda delle situazioni, ma che può anche produrre frutti.
Perché ho precisato che non solo e non tanto di mafia intendeva parlare Sciascia quando indicava che la “linea della palma” stava risalendo al Nord? Perché credo che la palma, per lui, rappresentasse l’ambiguità dei rapporti... Ma qui vorrei non parlare esclusivamente della Sicilia. Tutto il Meridione è stato, un po’ dovunque, considerato di serie inferiore rispetto al Nord produttivo delle industrie: parassitario, luogo ideale per quelli che si godono l’ombra di una palma piuttosto che andare in fabbrica alle sei del mattino. I messicani, quasi per definizione, non travaglianu, dormono sempre all’ombra del sombrero... Ecco, il nostro sombrero sarebbe la palma. Ma è anche vero che sotto la palma tu pensi, ragioni. E dato che devi sopravvivere, sopravvivi con compromessi, astuzie, ambiguità di rapporti.
Parliamo di cose a noi vicine. Il voto di scambio, per esempio, rientra in un sistema mafioso. È indubbiamente un sistema di basso profilo morale: io do una cosa a te e tu dai una cosa a me. Mentre il voto dovrebbe essere basato su un rapporto di fiducia. Quali sono le cause di questa mentalità? Risalgono alla notte dei tempi: “Difenniti ’u to”, a torto o a ragione, è un modo di pensare sbagliato, ma connaturato al siciliano. C’è un altro proverbio, che è terribile, e che sento ancora dire: “Munnu è e munnu sarà”. Quando tu oggi vai a chiedere a qualche siciliano: «Ma scusa, tu prima vutavatu comunista e ora voti Berlusconi?», capaci ca t’arrispunni: «Munnu è e munnu sarà». Perché non è cambiato nulla e nulla può cambiare... Quindi c’è una rassegnazione preventiva ad alcune situazioni che, per forza di cose, comporta il compromesso per la sopravvivenza. Credo che questo si nasconda nel concetto di palma: il compromesso... l’ambiguità morale, il non giudicare più moralmente sbagliata una certa cosa.
Faccio un altro esempio. Non vorrei politicizzare troppo, ma in questo caso non posso farne a meno. Quando un rappresentante politico, che è stato accusato, si difende dicendo: «Ma questo, per amor del cielo, la morale comune non lo considera più un reato», significa che la palma gli è arrivata nel suo giardinetto. Perché il furto tu devi continuare a considerarlo un reato, la tua coscienza deve considerarlo un reato, indipendentemente dal fatto che gli altri te lo impongano o meno. E che la palma fosse arrivata sin dentro il Parlamento italiano, lo dimostra la dichiarazione della buonanima di Craxi: «Chi è che non ha rubato? Tutti abbiamo rubato qua dentro». E con questo “tutti abbiamo rubato”, intendeva declassare il gesto del rubare, lo abbassava come colpa morale, lo derubricava, lo faceva diventare sbiadito... Tutti avete rubato? E io no. Vogliamo tenerne conto? Credo che la palma di Sciascia volesse dire proprio questo. E siccome lui non era uomo da compromessi, perché non lo è mai stato, e si attirò antipatie e odi, fu un autentico allarme quello che volle lanciare.
Sciascia lanciò quell’allarme quasi trent’anni fa. Quali sintomi aveva già colto per essere tanto pessimista? Ancora non si era consumata la tragedia di Aldo Moro.
Infatti. Lui, della “linea della palma”, parlò molto prima dell’uccisione di Aldo Moro. Ma c’era già stato il “caso Sicilia”. Bastava avere occhi per vedere, ed era facile rendersene conto esaminandone la storia. Leonardo la conosceva molto bene. Le varie inchieste che si fecero subito dopo l’Unità d’Italia, soprattutto la Franchetti-Sonnino, e ancora prima quella parlamentare, dimostrarono una cosa. Che all’indomani dell’Unità, la Sicilia venne subito considerata una destinazione disagiata e quindi, come la Sardegna, luogo in cui si mandavano i funzionari che, per una ragione o per l’altra, non avevano operato bene. O perché se ne fottevano, o perché erano corrotti... Questi funzionari non portarono la corruzione in Sicilia, ma trovarono un terreno fertilissimo, questo sì. Trovarono un terreno di coltura meraviglioso, si intesero immediatamente. Credo che Leonardo abbia capito la facilità del contagio reciproco. E al loro ritorno in patria, questi funzionari avevano già un signum individuationis perfetto, erano la dimostrazione che la palma era facilmente esportabile. E Leonardo poi ne aveva esempi pratici.
Io ho l’impressione, e guarda che non so neanche se ne abbia mai scritto, che fosse stato negativamente colpito dalla figura di Enrico Mattei. Ora è chiaro che Mattei era un grande corruttore. Lui lavorava benissimo sulla corruzione. Gli uomini che portò in Sicilia, gli uomini del Nord, erano già, se così posso esprimermi, palmati. Tanto è vero che qualcuno poi restò in Sicilia e fece anche una fulgida carriera politica. Non mancarono, cioè, bellissimi esempi di lombardi, importati, esportati, palmati... Che poi il sistema-Mattei apportasse benefici o no, dal punto di vista di Leonardo, era assolutamente secondario. La facilità di adeguamento di gente del Nord alla Sicilia credo che lo abbia profondamente turbato.
Ecco perché io parlavo prima di paramafioso. Una mentalità già predisposta anche alla convivenza con la mafia, come sono i computer predisposti a tante cose... Sciascia intendeva dire: attenzione, il fenomeno non è circoscrivibile piantando paletti attorno alla Sicilia, e controllando severamente chi esce e chi entra... Il problema è che questo spostamento procede per vie sotterranee, attraverso il DNA che si trasforma facilmente, attraverso piccoli compromessi, adattamenti... Lui poi veniva dall’esperienza della Sicilia democristiana. Mi spiego: quando tu dici, qui noi abbiamo quattro deputati mafiosi, deputati nazionali, tutti siciliani, d’accordo... Ma questi deputati nazionali, poi, dove confluivano? Rimanevano in Sicilia, o andavano alla direzione centrale del partito, al Parlamento? Che cosa esportavano? Chi erano i loro acquirenti? Allora, evidentemente, si presupponeva, e Sciascia la presupponeva, l’esistenza di un mercato fuori dai confini dell’isola. Sto cercando di dire quali possono essere i tanti e molteplici canali attraverso i quali questa palma, a cinquecento metri alla volta, l’abbiamo spostata al Nord.
Andrea, tu parli di un’azione combinata fra i “peggiori”, che venivano mandati in Sicilia, e i siciliani, naturalmente propensi a compromessi e ambiguità. Sei portato a escludere un’autentica capacità corruttiva dei siciliani, una loro capacità di contaminare tutto ciò con cui vengono a contatto?
No. I siciliani non ce l’hanno questa caratteristica di riuscire a far marcire tutto intero il paniere che contiene altra frutta. Se così fosse, a quest’ora, avremmo in tutti i sensi la mafia al potere. Invece la mafia tenta di arrivarci al potere, ci va vicinissima, ma non lo raggiunge... Tanto è vero che Leonardo vide anche un’altra cosa. Vide l’atteggiamento americano nei riguardi della mafia subito dopo l’occupazione in Sicilia.
Che spiegazione se ne diede? Era una delusione che gli veniva dall’America?
Leonardo si mise a piangere il giorno in cui gli americani arrivarono in Sicilia. E la cosa mi fa molto piacere, perché mi misi a piangere pure io. Io ero a Serradifalco e lui era a Racalmuto. Ancora non ci conoscevamo. Leonardo si mise a piangere appena vide il primo carro armato americano. Io mi sono messo a piangere quando ho visto il primo carro armato americano. Lui era un pochino più grande di me. Né lui né io eravamo mai stati fascisti. Vuoi sapere pirchì ni misimu a chiànciri? Perché capivamo che finivano certe tradizioni, finiva una certa cultura, magari bloccata, ma insomma un mondo finiva in un modo molto violento. Nello stesso momento la prima cosa che vedemmo fu che la Sicilia subiva un altro grandissimo atto di violenza. Lui ne parlò. Io ci scrissi addirittura uno sceneggiato televisivo che venne trasmesso dalla RAI: Un siciliano in Sicilia. Era la storia della delusione di un avvocato, giovane, newyorkese, figlio di siciliani che, alla vigilia dello sbarco, prende contatto con gli antifascisti per organizzare democraticamente la Sicilia. Sennonché Charles Poletti, il proconsole americano, gli dice: «Grazie tante dell’elenco che lei mi ha portato, si accomodi pure». I giochi erano già stati fatti, tanto è vero che su sessantatré paesi della provincia di Palermo, cinquanta furono affidati a mafiosi che diventarono sindaci. Uscirono allo scoperto per la prima volta dopo il ventennio fascista ottenendo così una legittimazione politica. E non l’hanno avuta dai siciliani, l’hanno avuta dagli Stati Uniti, da questo grande Nord che sono gli Stati Uniti. Sono diversi i fattori che un uomo, attento osservatore come Leonardo, sensibile come Leonardo, e grande questore fallito come Leonardo, teneva in considerazione. Che avrebbe fatto carriera se fosse entrato in polizia, come tutti i poveri, i poveracci siciliani. Lui povero non lo era, ma insomma sarebbe diventato facilmente un grande questore, un grande investigatore.
Dovremo parlare a lungo di Sciascia e del vostro rapporto. Ma perché ne parli come di un grande questore fallito?
Perché aveva grandi capacità di indagine mentale, doti straordinarie. Poteva arrivare al due più due che fa quattro, mentre un altro ancora doveva imparare che cosa erano i numeri, tanto per parlare paradossalmente. Lui arrivava a conclusioni precise. Ce l’aveva proprio l’istinto dello sbirro. Lo si nota quando dice: «Quel personaggio pensò...», e sembra una frase romanzesca, in realtà esprime la netta, precisa conclusione, che quel personaggio, in quella situazione, non può non pensare che quella determinata cosa. E questa è veramente una dote intuitiva, propria dell’uomo di ricerca... ecco, chiamiamolo così: un uomo di ricerca. Ricordo che, dopo averlo provato per quindici giorni, per un banale incidente, non potei mettere in scena Il giorno della civetta. Erano gli inizi degli anni Sessanta. Quando cominciammo a provare Leonardo venne a Catania, trascorremmo due giorni insieme. Era molto curioso del nostro lavoro. Invece dovetti abbandonare quella regia teatrale, nella riduzione di Giancarlo Sbragia, con Turi Ferro e altri. È il rimpianto che mi porto appresso del teatro: non essere mai riuscito a fare Il giorno della civetta e Shakespeare. Dissi a Leonardo: «Leonardo, non è che poi piglianu e n’ammazzano?». Mi rispose: «Vedrai, i mafiosi saranno in prima fila ad applaudire, per...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- La linea della palma
- Introduzione
- 1. “La palma va a Nord”
- 2. Il silenzio dell’accipe
- 3. Un’infanzia in siciliano
- 4. Il fascismo, la guerra e la Liberazione
- 5. Salvatore Giuliano, un delinquente
- 6. Il ’48 cambiò tutto
- 7. Quegli incontri indimenticabili
- 8. Tra mafia e mafiosi
- 9. L’Italia di oggi
- 10. E Montalbano?
- Il mio Andrea Camilleri. di Saverio Lodato
- Inserto fotografico
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