Lucania, 2-3 marzo 1944
Ci sono solo i passi del soldato italiano che da una settimana si fa chiamare Nino.
E, dentro il buio, una cicatrice lucente. È la strada ferrata, cucita in mezzo a un letto di pietre bianche, lavate dalla pioggia. Attraversa un mondo spoglio, eppure è lui a sentirsi nudo. Ha perso tutto negli ultimi sei mesi. A cominciare dal nome che, a furia di cambiarlo, ha quasi dimenticato. Per prudenza s’inventa spesso altre identità perché è il disertore di un esercito allo sbando. E i disertori, quando li prendono, li fucilano su due piedi.
È più facile morire che vivere, di questi tempi. Tra i resti di un’Italia in rovina, sfasciata dai colpi della guerra.
Nino è un nome corto, facile da ricordare. Il cognome lo ha preso in prestito da un attore: Leonardo Cortese. Interpretava un conte nell’ultimo film visto al cinematografo con Maria, la sua ragazza. Sono passati tre anni da allora, eppure il disertore non ne ha dimenticato un singolo fotogramma. I ricordi se li tiene stretti. Se li perdesse, si smarrirebbe pure lui. Ne ha visti tanti di compagni morire. E ne ha visti ancora di più finire con la memoria sbrindellata.
Quando perdi le radici, il vento ci mette un attimo a portarti via.
Lucania, la terra dei boschi, così la chiamano. A Nino sembra più una foresta di ombre quella che sta attraversando. Gli mette paura. Una fifa blu, da farsela addosso.
La paura e la fame sono state le sue uniche compagne di viaggio negli ultimi sei mesi. Sempre aggrappate alle sue spalle, a rallentargli il cammino per tutti gli ottocento chilometri percorsi a piedi da Treviso fino al cuore nero che adesso palpita intorno a lui.
Nino procede cauto, muto come una lapide. Trascina i piedi – un ammasso di vesciche gonfie di pus e di pelle lacerata dentro le scarpe, ruderi che non proteggono più nulla e servono appena a contenere il dolore.
Si ferma e respira forte. La febbre sta salendo. Gli brucia le vene, con un calore che non riscalda. La nuvoletta di fiato che adesso gli si forma sull’orlo delle labbra segna l’arrivo di un altro ospite nella marcia: il freddo. Ha cominciato pure a nevicare. La pioggia che ha battuto la terra fino a tarda sera ora si è condensata in fiocchi sottili, così fragili da non riuscire a toccare il suolo. Intorno al disertore, il cielo nero cade in pezzi bianchi.
Un suo compagno d’armi gli ha detto, una volta: «Quando hai fretta, fermati». E lui si ferma, adesso, ma non si allontana dai binari. Ha percorso l’Italia senza mai deragliare, seguendo la ferrovia e sette semplici regole che si è dato.
Uno: niente strade o paesi.
Due: farsi vedere da meno gente possibile.
Tre: andare di stazione in stazione.
Quattro: non parlare con nessuno, se non è strettamente necessario.
Cinque: liberarsi di tutto (tranne torcia e borraccia).
Sei: cambiare nome ogni volta che qualcuno gli chiede come si chiama.
Sette: sgombrare la testa dai pensieri per farci stare solo un unico grande desiderio, quello di tornare a casa, a Potenza, la città da cui ha voluto sempre fuggire e ora è l’unico posto in cui vorrebbe essere.
Gli anni di guerra lo hanno trasformato in un’altra persona. Prima di partire era un diciottenne pieno di vita e di parole. Ora si sente intasato di sassi, dentro ha il silenzio dei cimiteri. Il suo cuore si è rimpicciolito come una carta appallottolata.
Nino Cortese è stremato quando arriva alla stazione di Balvano. L’ultimo chilometro l’ha percorso tenendosi al centro dei binari. Più volte è incespicato sulle traverse in legno a cui sono fissate le rotaie.
Sul fianco sinistro della strada ferrata c’è l’asprezza della montagna e a destra uno strapiombo ha i piedi nelle acque del fiume Platano. È come camminare sospesi sull’abisso.
Il nonno diceva: «La Lucania appartiene a se stessa e a nessun altro. Questa non è la nostra terra, è della Natura».
Avevi ragione, nonno, gli dice mentalmente.
Finalmente le luci della stazione fanno brillare i fiocchi di neve. Poco distante da lui c’è un edificio a due piani con i muri bianchi e il tetto scuro. Un orologio incastonato nella facciata di calce segna qualche minuto dopo l’una.
Il disertore si guarda intorno per vedere se c’è qualcuno. I suoni sono soffocati da spesse bave di silenzio. È tutto immobile, come in una stazione fantasma. L’ultimo convoglio deve essere passato molto tempo prima.
Beve da una fontanella. Riempie la borraccia. L’acqua è così gelida che gli brucia la gola. Si siede per un attimo su una panchina. Ha vent’anni, eppure le sue ossa ne dichiarano il triplo.
Non è mai stato a Balvano, ma mentalmente calcola una quarantina di chilometri per arrivare a Potenza – la frontiera dei suoi desideri, il capolinea che negli ultimi sei mesi ha sognato come un miraggio.
I baci di Maria.
Il ricordo gli ha fatto abbassare un attimo la guardia, un errore che può costare caro. Così, quando sente un rumore, sobbalza spaventato. Anche se a fatica, si rimette in piedi. Mette a fuoco il suono. È un crepitio di passi in mezzo a una specie di canto che viene dalla scarpata oltre i binari, dove gorgoglia il fiume.
Il giovane ricorda le leggende che raccontavano al paese di suo nonno. Come quella della banda musicale di Grassano che, tornando a casa dopo aver suonato nella piazza di un paese, è scivolata in un dirupo. Da allora i morti hanno cominciato a infestare il burrone, riunendosi a mezzanotte per suonare le loro trombe spettrali.
I brividi gli fanno formicolare il collo. Poi l’euforia di sentirsi vicino a casa gli inietta una nuova energia che muove i muscoli.
«Quando hai fretta, fermati.» Invece questa volta non si ferma.
Cammina per un’altra ora. L’inverno gli si insinua nelle ossa e scava fino a farsi posto, irradiandosi poi a tutta la carne. Ma è nulla in confronto al gelo che gli pietrifica le vene quando esce dall’ennesimo tunnel e s’imbatte in un’immagine imprevista.
C’è un treno fermo sul ponte che conduce alla galleria successiva, la numero 20 partendo da Battipaglia. Le ha contate, le gallerie. Conta tutto per tenere impegnata la mente, che altrimenti si perderebbe in pensieri più foschi. E ha imparato a conoscere i treni. Quello fermo è un convoglio merci.
È strano, è tremendamente strano che sia fermo lì, con solo due o tre vagoni fuori e il resto conficcato nel foro nella montagna.
Nell’aria nevosa rotola il borbottio della locomotiva accesa. Un esile filo di fumo nero esce dalla bocca del tunnel.
Un presentimento cupo gli avvinghia il petto. Gli sembra di intravedere qualcosa contro l’imbocco. Forse un masso.
Troppo grosso.
Gli occhi, abituati alla notte, riescono a estrarre delle forme dalle tenebre. Sul fianco destro della galleria decifra uno spiazzo e un casello ferroviario di traverso. Una malinconica casa cantoniera, all’apparenza abbandonata.
L’aria gli porta solo il cupo scrosciare del fiume di sotto e la litania metallica del treno fermo nel traforo.
Il soldato avanza di qualche passo, reso più pesante dall’angoscia che gli è piombata sulle spalle. Inciampa sulla massicciata dei binari. Cade a terra, e si sbuccia le mani, portate in avanti per proteggere il volto. Ha incespicato in qualcosa.
Pensa a un animale. Gli è già capitato di vedere bestie anche grosse finite male tra i binari. Non fa sconti un treno in movimento.
Non è un animale.
Pensa a un grosso sacco gettato via.
Non è un sacco.
Si avvicina e si allontana dalla cosa immobile tra le pietre.
Libera la torcia di marca “F.lli Pagani”, legata con un mollone alla cinta. Sa che ha ancora una riserva di luce. Quando la sprigiona, si paralizza.
A terra c’è il corpo di un uomo.
La tensione si trasforma in terrore.
Che ci fa un cadavere qua in mezzo ai binari?
Il giovane si guarda intorno. Cerca risposte, ma le tenebre non emettono responsi. Nino ormai ha imparato che l’orrore si annida ovunque, ma un conto è vedere qualcuno dilaniato da una granata in battaglia, un’altra è imbattersi in un morto nel bel mezzo del nulla. È fuori posto. Come quel treno che non si muove e continua a borbottare.
Cerca di restare lucido, si appella alla ragione. L’istinto di sopravvivenza che gli ha indurito il cuore lo invita a tagliare la corda e non immischiarsi.
Però i suoi genitori gli hanno insegnato un’altra lezione. Quello che è giusto va fatto, senza “se” e senza “ma”.
È un soldato quello disteso a terra. Porta un’uniforme, proprio come quella che indossava lui prima di barattarla con un po’ cibo.
Il fascio luminoso della torcia inquadra la faccia livida. Un po’ di sangue incrosta le narici. E una schiuma salivosa sporca gli angoli della bocca. Per il resto sembra che l’uomo stia dormendo. Nino sposta il raggio della torcia più avanti. E pesca dall’oscurità un secondo corpo. Poco distante. Riverso a faccia in giù. Un altro soldato.
L’odore vagamente metallico della neve lascia il posto al sapore nauseante del vomito che gli sta risalendo in gola. Lo trattiene a stento, ma gli brucia dentro.
Fissa la coda del treno per raccogliere altri indizi, tutti i sensi in allerta. Si sposta stando attento a non calpestare i cadaveri. Poi sente un rumore di fronte a lui.
Da dietro l’ultimo vagone esce una sagoma scura. È una figura umana. Viva.
Mentre Nino le punta addosso la torcia, dice: «Sono tutti morti là dentro».