L'ultimo sorso. Vita di Celio
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L'ultimo sorso. Vita di Celio

  1. 204 pagine
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L'ultimo sorso. Vita di Celio

Informazioni su questo libro

Rocciatore, taglialegna, scalpellino, minatore, apicoltore: chi è Celio? "Un niente" risponde lui, un semplice signor nessuno di un paesino sulle Alpi che è terra di nascita dell'autore. È lui a far rivivere Celio, a strapparlo all'oblio per renderlo personaggio vero, sfuggente, pulsante di idiosincrasie e contraddizioni. Insofferente alle persone fino alla misantropia, il protagonista si rifugia in se stesso, nell'ermeticità del dialetto ladino e nell'abbraccio ambiguo dell'alcol, che lo stringerà per tutta la vita, fino al delirio e alla morte. In Celio, conosciuto durante la problematica infanzia e quarant'anni più vecchio di lui, l'autore troverà un inaspettato mentore, una protezione dalle violenze perpetrate dal padre, una via d'accesso privilegiata ai misteri e alla saggezza della natura, rivelatasi solamente per lui. Nel racconto, Mauro Corona si riscopre bambino, mettendo nero su bianco le parole - sempre misurate, mai lasciate al caso - dell'anziano amico e compagno di bevute, alla ricerca delle radici di un male di vivere sempre scacciato e mai sopito, nel duro e apparentemente impenetrabile cuore da montanaro. Una scrittura aspra, nervosa e autentica al pari del protagonista di questo romanzo, dietro le cui vicissitudini si legge in controluce l'autobiografia dell'autore, vero alter ego di Celio e solo testimone di un'esistenza che si fa simbolo di una terra sospesa nel tempo, in cui la solitudine, portata su di sé come una croce, sembra l'unico rimedio al contagio della miseria e del dolore. Le uniche leggi e autorità riconosciute sono quelle della natura, al contempo madre e matrigna. Come il vecchio accendino a benzina, ereditato dal maestro, l'allievo tiene viva la fiamma del ricordo e fa luce sul potere dell'amicizia, rara e inafferrabile ma capace di farsi salvifica nell'ostilità e nell'indifferenza del mondo.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2020
eBook ISBN
9788835705291
Print ISBN
9788804731351

VI

Per non trascinare troppo questa biografia del dolore, come vorrebbero tenerezza della memoria e malinconia del ricordo, proseguirò da quando conobbi Celio a quando morì. Quindici anni accanto a un distruttore di se stesso, dal quale ho imparato cose buone e meno buone. Lezioni uniche, impartite una sola volta, ma indelebili, che mi sono servite a essere quello che sono, a pensare quello che penso nel bene e nel male.
Le idee di Celio erano inamovibili e, pur senza infierire, tagliava i ponti con chi non la pensava come lui. Conservava giusto il saluto. Un “ciao” non mancava mai. Non era tipo facile. Spesso insopportabile, impositivo, intransigente, aveva una visione particolare del prossimo. Visione che teneva nel silenzio manifestandola con l’emarginare coloro che non gli piacevano. In pratica tutti. Disprezzava quelli che bevevano vino e acqua, che bevevano brulé, coloro che recintavano le proprietà. Dei primi diceva: «Quelli non bevono né vino né acqua, di loro non bisogna fidarsi». Dei secondi: «Rovinare il vino facendolo bollire è delitto. Metterci zucchero e spezie ancora peggio».
Guai offrire del brulé a Celio. Un inverno stavamo sghiacciando i tubi dell’acqua congelata dal gran freddo. L’acqua era quella della mia casa. Mio padre scaldava brulé per gli aiutanti e bestemmiava. Celio trovò mezza bottiglia di rosso vicino al portico. Lo vidi bere quel vino a canna, a meno venti sotto zero, finirlo e posare la boccia.
Gli chiesi: «Com’era?».
«Come il latte» rispose.
Di solito preferiva il rosso ma in ultima non faceva differenze. Gli chiedevo: «Bianco o rosso, Celio?».
«Ogni carta fa gioco, ogni vento fa vela» rispondeva.
Era diventato indifferente a tutto, non discuteva più. Erano gli anni finali, gli ultimi quattro, prendeva quello che capitava senza alcun reclamo. Se ordinava un’acquavite, per scherzo gli portavo un bicchiere di bianco. Lo fissava in silenzio e mandava giù senza fiatare. Una volta stavamo seduti davanti all’osteria Pilin. Era il mezzodì di un autunno che sapeva di legna bruciata e foglie morte.
Passò una donna e chiese all’amico se aveva mangiato.
Celio fece no con la testa.
«Non muoverti da lì» disse. «Ti porto un piatto di pastasciutta.» E rivolta a me: «Ne vuoi anche tu?».
«No» dissi, «dai a lui.»
Abitava vicino e noi aspettammo. Nel frattempo si beveva.
Era circa il 1970, la zia Kate, con grande coraggio, aveva riaperto l’osteria dopo il Vajont. Celio in pratica stazionava lì. Aspettammo fino alle tre del pomeriggio, ma pastasciutta niente. A un certo punto la donna spuntò come un missile. S’avvicinò chiedendo scusa all’amico che la guardava in silenzio.
«Scusami, Celio, mi son dimenticata, ero da Polonia a fumicare le ricotte, porta pazienza, ti do pane e salame.» Celio non aprì bocca. Ascoltava senza dire niente. «Vuoi pane e salame?» s’agitava generosa.
Celio fece ancora no con la testa e la donna, scusandosi di nuovo, se ne andò. Aspettai che fosse scomparsa e gli chiesi: «L’avresti mangiata quella pastasciutta?».
«Sì» rispose.
A un certo punto della vita gli andava bene ogni cosa, anche quelli che mischiavano l’acqua col vino. Una volta, dalla Giotta, per non aver risposto alla provocazione di un ragazzo ubriaco, venne malamente spintonato dallo stesso. Intervenni e allontanai il provocatore portandolo in strada.
Rientrai e Celio sussurrò: «Non serviva».
Tracannò il bicchiere, mi guardò e disse: «Vedi? Tra gli animali, gli scontri li vince il maschio vecchio. Hai visto camosci, cervi, forcelli? Chi vince? Il vecchio. Tra gli uomini no. Arriva un giovane, vince e al vecchio conviene star zitto. Tu sei giovane, cerca di non farti male con gli altri giovani». Era venuto a sapere di una mia epica scazzottata col coetaneo e amico Silvio lungo la via principale del paese, pochi giorni prima. Sapeva e non aveva detto nulla fino al momento giusto. Ci picchiammo per buoni cinque minuti finendo in parità. Forse un punto in più andava a Silvio, alto e grosso, che con un destro in un orecchio mi aveva fatto vacillare.
Celio non sopportava piagnistei anticipati, lagne prima del danno, paure di là da venire. Si godeva la vita minuto per minuto senza domandarsi quel che sarebbe capitato l’indomani. Parlo di quando era forte, perché in ultima accettava tutto.
Nel giugno del ’70, come ho detto, partii per il servizio militare negli alpini. I mesi prima mi videro avvilito e angosciato. Celio s’accorse che ero triste. E mi ripeteva spesso una frase: «Non mettere le nubi di domani sul sole di oggi. Divertiti e non ci pensare. L’è debànt piandhe prin».a Erano buoni consigli che però non applicava a se stesso. Tanto è vero che era sempre triste e silenzioso. Quando non guardava per terra fissava un lontano orizzonte sconosciuto. Più volte in quei frangenti asciugava una lacrima col dorso della mano. Diceva che era l’aria a farlo lacrimare, come il sudore per il cappello. Riprendeva raramente il buon umore. Ma capitava.
Ovunque si andasse il suo atteggiamento non mutava. Soprattutto gli ultimi anni. Forse prevedeva, o sentiva, il crollo. Che si andasse a caccia, pesca, a scalare, a funghi o quello che era, chiudeva la voce in una stanza buia.
«Non parli?» gli chiedevo, evitando il perché.
«Ho lasciato la voce a casa» rispondeva.
Ribattevo: «Adesso l’hai ripresa».
«È quella di riserva.»
Al posto suo faceva parlare gli animali. Aveva addestrato una cagnetta a segnalare i funghi mazze di tamburo. Quando lo frequentavo, la cagnetta era morta da tempo. Mi raccontava di lei con grande affetto. Si commuoveva e diceva: «Fantolina», poverina. Ogni volta che individuava il fungo abbaiava. Celio correva da lei, lo coglieva e le dava un po’ di lardo secco in premio. L’aveva allevata con pazienza, insegnandole a conoscere le mazze di tamburo. Quelle chiuse e quelle aperte.
«E i porcini?» domandai.
«Quelli no, troppo vanitosi. Bisogna cercar le cose umili, non le preziose.»
«Allora non cercheresti i tartufi?»
«Neanche morto.»
Quando in rare occasioni tornava allegro e scoperchiava dall’animo il buonumore, ero contento. Gli dicevo: «Così mi piaci, vecchio alpino, se ti vedo pimpante siamo in due». A risposta sussurrava una frase che tengo a memoria ripassandola ogni tanto per non dimenticare che siamo in balia della consunzione. Tutti soffriamo malinconie e silenzi. Poi torniamo a sorridere. Ma ogni volta è una lenta corrosione. Celio diceva: «Quando possiamo, è da grattar via la ruggine di dolore e tristezza. Così il ferro torna lucido e brilla. Ma, gratta gratta, diventa sempre più sottile. Se tiri via assottigli, questo è il nostro destino: consumarci». Dopo le sagge parole si metteva a pensare guardando per terra. Avevo l’impressione che avesse paura di sgretolarsi, dissolversi, sparire.
«Sai che non mi lavo quasi più la faccia?» mi disse un giorno, verso la fine.
«Motivo?»
«È péura da desfìme ’l musìal.»b
«Ma valà!»
«È la pel teca leda, el vin desfè la leda.»c
Gli restavano ancora due anni, percepiva il disfacimento della carne imbevuta di alcol. Temeva gli cadesse il viso a pezzi. Furono i primi segnali della quieta follia che più avanti si tramutò in delirium tremens. Tuttavia conservò fino alla morte l’acume delle battute, le esplosive risposte a domande sciocche. Chiunque fosse lo stendeva. Caustico fino a scorticare, non perdonava chi parlava senza riflettere.
Un giorno, dopo aver salito il Duranno, ci sedemmo vicino la fontana del rifugio Maniago in alta Val Zemola. L’acqua dal tubo di legno saltava nel trogolo col suo canto giulivo di ranocchia. A quei tempi il ricovero non era gestito, ognuno poteva accedervi liberamente. Poco distante da noi stazionava un gruppo di escursionisti. S’avvicinò una signora in pantaloni da roccia e calzettoni rossi. Guardò Celio e disse: «Scusi, è fresca l’acqua?». L’amico la fissò contro sole strizzando gli occhi. Con serietà disse: «La lasci correre cinque minuti e sarà fresca come una rosa». La donna accusò e, piccata, disse: «Che intelligente». Ma lui non rispose più. Aveva tirato la stoccata, non serviva altro.
A volte era proprio antipatico e sovente mi sentivo in imbarazzo. Un autunno, facevamo legna in Val Zemola per tirare qualche soldo. Ce la portava in paese Aurelio col suo mitico camion blu. Legna fresca, tagliata in luna calante di novembre. Una trentina di quintali, li chiese una donna arcigna e mai contenta, che viveva sola. Prima di scaricare, la signora, indicando il cassone, sparò una sequela di domande.
«È buona? È tagliata a solivo? È secca? Voglio sapere o non la prendo.»
Celio tirò giù un tronco, s’avvicinò all’arcigna, le afferrò una mano e la posò sul tronco. Fissandola negli occhi disse: «Senti niente?».
«No.»
«Ascolta bene» riprese Celio. E le avvicinò il tronco all’orecchio. «Adesso senti?»
«Non sento niente.»
«Eppure dovresti capire che non è secca ma appena tagliata, le batte ancora il cuore. Non senti il cuore che batte?»
La donna se ne andò offesa e non comprò la legna.
Un’altra volta il compratore era di Longarone, tipo sospettoso e difficile. Seguitava a chiedere: «È buona, siamo sicuri che è buona?». Celio gli porse un tronchetto e disse: «Scolta, mentre noi andiamo a berci un bicchiere, rosicchia questo pezzo, ci dirai se è buona». Quello rise e la legna la comprò.
Il vertice del sarcasmo lo toccò nel quinto processo per bracconaggio, quando fu chiamato a rispondere di alcuni forcelli uccisi fuori stagione. Io ne avevo collezionati tre, di processi, mi superava di due. Ero stanco di bazzicare tribunali e mentre in corriera ci recavamo nella città del processo gli dissi: «Senti, possiamo farci la licenza di caccia una buona volta?».
Mi guardò con meraviglia e disse: «Ma dopo che gusto c’è?».
Vicino al tribunale stava un bar frequentato da avvocati, giudici, pubblici ministeri, cancellieri eccetera. Entrammo e Celio tracannò quattro-cinque bicchieri uno dopo l’altro. Lo imitai. Gli uomini di legge ci guatavano come fossimo banditi calati dai monti. Barbe lunghe, braghe da battaglia, scarponi, giacche alla cacciatora logore. Occorre sapere che a quei tempi regnava in tribunale, per stazza e prestigio,...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. L’ultimo sorso
  4. Avvertenza
  5. I
  6. II
  7. III
  8. IV
  9. V
  10. VI
  11. VII
  12. VIII
  13. Epilogo
  14. Copyright