Quella mattina di fine maggio 1939 Milano si svegliò avvolta da una cappa di umidità, insolita per quella stagione, che toglieva il respiro. Israel e Giorgetta Kalk decisero di cercare ristoro ai giardini di Porta Venezia.
«Ecco, ci mancava anche il sasso nella scarpa!» disse a un tratto Motele, il figlio di nove anni, fermandosi a scuotere il piede.
«Sediamoci su quella panchina» suggerì la mamma.
«Tutte a me!» protestò Motele a mezza voce. Si sfilò la scarpa destra con un senso di sollievo, era diventata piccola per il suo piede, e la scrollò per fare uscire il sassolino.
«Ehi! Non starai esagerando?» chiese suo padre.
«Papà, non far finta di non capire.»
Una carezza accompagnata da un sorriso risolse il suo turbamento.
«Guarda, ci sono due bambini» indicò Giorgetta. In quel momento Motele si accorse di loro. Cercò di capire cosa stessero facendo. Forse aspettavano qualcuno. Comunque, per qualche motivo che non chiarì a se stesso, gli comunicarono un senso di tristezza.
«Perché non gli chiedi di giocare? Nella borsa c’è la palla» lo incoraggiò la madre.
Seppur riluttante, Motele seguì il suo invito.
«Sono un po’ preoccupato» confidò Israel alla moglie, quando il figlio si fu allontanato. «Non mi piace che si senta vittima di qualsiasi cosa… ora, addirittura di un sassolino nella scarpa.»
«Mettiamoci nei suoi panni, perdere d’un colpo compagni e maestra dev’essere stato molto duro. E per una questione di razza poi, una ragione che lui non può nemmeno comprendere. E nemmeno noi, del resto.»
Nel settembre-novembre 1938 il governo fascista di Benito Mussolini aveva approvato un primo insieme di leggi che perseguitavano le persone della cosiddetta “razza ebraica”, distinguendole da quelle di “razza ariana”. Studenti e insegnanti ebrei furono espulsi dalle scuole pubbliche, dove si arrivò addirittura al punto di vietare libri di testo scritti da ebrei e perfino carte geografiche disegnate da ebrei.
«Figurati se non lo capisco! È solo che speravo che la soluzione di iscriverlo alla scuola svizzera, dove è stato ben accolto, avesse funzionato! Chissà quante emozioni diverse ha scatenato in lui quel dolore: rabbia, offesa, paura, sfiducia, solitudine…»
Poi, osservando i nuovi compagni di gioco di Motele, aggiunse: «Del resto tutto ciò che sta accadendo è folle: cosa dovrebbero dire quei due bambini? Hai visto in che condizioni sono? Magri magri e con i vestiti che non riescono a nascondere la loro voglia di crescere».
«Devono essere profughi, ce ne sono così tanti in giro per la città» sospirò Giorgetta.
In effetti a Milano (come a Genova, Trieste e in altre città italiane) continuavano a giungere profughi ebrei: tedeschi, polacchi, cecoslovacchi, spesso poverissimi. Erano fuggiti con le loro famiglie dalle persecuzioni antiebraiche che nel 1938 si erano indurite nella Germania nazista e nell’Austria a essa annessa, prima di essere introdotte in altri Stati, soprattutto Polonia e Ungheria. Parallelamente, altri governi europei avevano chiuso o ristretto le possibilità di nuove immigrazioni.
Una volta giunti in Italia, gli adulti cercavano in tutti i modi di procurarsi i documenti per poter emigrare, la maggior parte nelle Americhe, altri in Palestina, che all’epoca era sotto la Gran Bretagna. Dovevano fare presto, perché un decreto legge del settembre 1938 concedeva loro di rimanere sul territorio italiano per sei mesi, passati i quali sarebbero stati espulsi e rimandati nei Paesi d’origine, se non addirittura multati o imprigionati. Mentre i genitori erano impegnati ad aprirsi una strada verso la libertà, i bambini gironzolavano in piccoli gruppi per le strade della città o stazionavano nei giardini, aspettando che i genitori sbrigassero i loro impegni, chi negli uffici, chi impiegato in qualche lavoro di fortuna.
Israel si alzò, seguito dalla moglie, per andare incontro ai bambini. Anche Motele corse loro incontro, insieme a quelli che presentò come Werner e Brigitte, come fossero suoi amici da tempo.
I due, con gli occhi bassi, erano in evidente imbarazzo.
«Papà, parlano più tedesco che italiano» lo avvertì Motele.
«Brigitte, Werner. Guten Tag! Sono contento di conoscervi» disse Israel, stringendo la mano a entrambi e parlando un italiano molto semplice. «Sono il suo papà.» E poggiò la mano sulla spalla di Motele. Stava cercando il modo per stabilire un contatto che li mettesse a loro agio. «Mi chiamo Israel e… non so giocare a palla.» I due lo guardarono incuriositi.
«Però so fare altre cose» proseguì Israel, cogliendo un lampo di curiosità negli occhi della bambina, «come salire su un albero, nascondermi dentro un armadio e… far ridere un coccodrillo che piange!»
«Gli piace scherzare! Io sono Giorgetta, la mamma di Motele» si presentò lei con un sorriso amichevole.
Rassicurata, Brigitte scoppiò a ridere, contagiando Motele e Werner.
Israel li osservò contento. Obiettivo raggiunto. Aveva una particolare sensibilità verso i bambini, che era aumentata con la nascita di suo figlio. E proprio nella relazione con lui aveva osservato il potere dell’umorismo, che consentiva di alleggerire le tensioni e creare complicità, e spesso aiutava a guardare le cose con una prospettiva diversa.
Si chinò a raccogliere un sassolino e lo porse a Motele: «Ti può servire per la scarpa sinistra?». Lui lo prese, ridendo, e cercò di spiegare agli amici: «Sì, perché prima mi era entrato un sasso nella scarpa…» ma si interruppe, gli scherzi non si possono spiegare.
Poco distante da loro, sul vialetto, un merlo stava gustando una ciliegia matura.
Giorgetta osservò Brigitte: non riusciva a staccare i suoi grandi occhi miti dal frutto. Aveva un volto minuto, triangolare, messo in evidenza dai capelli raccolti in una coda spettinata. Il fratello le assomigliava molto.
«Anche a me piacciono molto le ciliegie» disse Motele per fare conversazione, «ma mamma e papà ne comprano sempre troppo poche!»
«È per non fare un dispetto ai merli!» gli rispose suo padre.
Sorrisero. Mentre il merlo volava altrove, portando con sé quel che restava del frutto.
«Se io avessi giocato tanto come voi, in una giornata così afosa, vorrei fare una bella merenda e rinfrescarmi in latteria!» suggerì Israel.
«Ah sì? Allora vi invito tutti!» disse Giorgetta allegra. «Stavo proprio pensando che una tazza di latte freddo ci farebbe bene.»
Werner abbassò gli occhi. La mamma di Motele aveva detto “Vi invito tutti”, quindi erano compresi anche lui e Brigitte. Ma lui aveva promesso alla madre, che anche quella mattina era al lavoro, di non dare confidenza agli sconosciuti, per non correre rischi ulteriori. Eppure quella famiglia era gentile, si vedeva che erano persone buone. Che buffo era il papà di Motele! Una persona che sa far ridere così i bambini non può essere pericolosa, si disse. Si asciugò il sudore sulla fronte.
Pur combattuto tra le due voci dentro di sé, prese per mano la sorellina e seguì Israel, che si era già avviato con la moglie e il figlio.
In via Lecco c’era una latteria col bancone di legno tinto di bianco. Appoggiati sopra c’erano due vassoi con due grandi ciambelle dorate, in parte già tagliate a fette.
Israel ordinò per i bambini tre tazze di latte e tre fette di dolce. I due nuovi amici spazzolarono tutto in così poco tempo, che Israel si affrettò a ordinare una seconda porzione per tutti, a cui Motele, ormai sazio, rinunciò, offrendola volentieri ai suoi amici.
Quando anche il bis venne consumato, finalmente i volti di Werner e Brigitte si rilassarono.
Israel avrebbe voluto sapere qualcosa di loro e cominciò col chiedere la loro età.
«Io ho dieci anni, e lei otto» rispose Werner, indicando sua sorella.
«In verità» lei volle precisare, pulendosi la bocca dalle ultime briciole, «io ho otto anni e dieci giorni e lui dieci fra tre giorni.»
«E da dove venite?» chiese ancora Israel.
«Da Berlino, siamo nati lì. Ma il nostro papà è polacco. Siamo arrivati in treno con la nostra mamma a gennaio.»
«Il primo gennaio» puntualizzò Brigitte.
«E il vostro papà non ha viaggiato con voi?» chiese Motele.
«La polizia è venuta a casa nostra e l’ha portato via. Hanno fatto lo stesso a tanti altri polacchi. Poi papà ci ha scritto di lasciare la Germania e dopo non abbiamo saputo più niente di lui» rispose Werner guardando Israel, per affidare quel ricordo a chi pensava potesse aiutarlo, in qualche modo.
«Noi eravamo ancora a letto, quando lui è venuto a darci un bacio» aggiunse Brigitte. Lo disse a Motele, che guardò sua madre, in cerca di conforto.
Prima di lasciare la latteria, Israel mise nelle mani di Brigitte un sacchetto con tre belle fette di ciambella. Gli occhi dei due bambini si illuminarono. «Una è per la mamma, con tanti saluti da parte nostra! A proposito, come si chiama?»
«Betty» rispose Brigitte, con gli occhi stanchi. Il tepore di quell’incontro e lo stomaco soddisfatto avevano schiuso la porta al sonno.
Era il momento di andare, con il piacevole impegno di rivedersi il giorno dopo.
«Sempre ai giardini?» chiese Werner.
«Sì» rispose Israel interpretando quello che il bambino non aveva detto, «e dopo potremmo tornare a fare merenda qui, se siete d’accordo!»
«Io sono d’accordo» rispose seria Brigitte, «e tu?» chiese al fratello.
«Anche io» rispose lui, pensando che sua sorella a volte risultava quasi pedante.
I Kalk guardarono i due fratelli allontanarsi, fin quando le loro gambe affilate si persero nella luce opaca della città.
A Israel tornò in mente quel giorno del 1914…
Era da poco scoppiata la Prima guerra mondiale, che vedeva la contrapposizione tra Impero tedesco e Impero russo. La famiglia Kalk viveva nel villaggio di Pikeli, in Lituania, all’epoca sotto la sovranità russa. La località si trovava in una zona pericolosa, proprio sul fronte di guerra. L’esercito dello zar Nicola II era particolarmente violento verso gli ebrei, accusati di tradimento e di solidarietà con i tedeschi. Questo costrinse i genitori Kalk, con i loro sei figli, ad abbandonare Pikeli, alla ricerca affannosa...