Il sentiero della gioia
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Il sentiero della gioia

7 passi per creare un mondo nuovo e vivere una vita piena

  1. 180 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Il sentiero della gioia

7 passi per creare un mondo nuovo e vivere una vita piena

Informazioni su questo libro

"Succede ogni giorno sotto i nostri occhi: perennemente connessi da una rete virtuale, viviamo in un quotidiano stato di solitudine condizionata. Questo isolamento di anime nello sconfinato mondo dei like ha un effetto estremamente reale: percepiamo il mondo nel quale viviamo come sempre più alieno, dissonante e pericoloso. Nella nostra quotidiana frenesia ci dimentichiamo l'insegnamento fondamentale di quella che viene chiamata la 'legge dell'attrazione': per attrarre la gioia dobbiamo vivere nella gioia, dobbiamo essere gioia." Attingendo alla sua esperienza personale e al lavoro di ricerca condotto negli anni, che l'ha portato a incontrare alcune menti illuminate dei nostri tempi, da Deepak Chopra a Bruce Lipton, Thomas Torelli, regista e conferenziere da anni impegnato nella diffusione di una nuova prospettiva secondo cui interpretare la realtà, ci guida passo passo lungo il "sentiero della Gioia", un percorso di consapevolezza in grado di trasformare la nostra esistenza.

Non si tratta di cambiare il mondo, ma di cambiare noi stessi: dobbiamo allenarci ogni giorno a distinguere i fatti dalle opinioni, le notizie dai condizionamenti. Scuoterci dall'inerzia della passività, ascoltare attivamente, ricominciando a pensare da donne e uomini liberi. Abbandonare l'odio e la paura per fare spazio all'amore e al perdono. E, soprattutto, dobbiamo ritornare a conoscere noi stessi, riappropriandoci della capacità di sentire, quella capacità innata di indagare con il cuore la profondità insondabile dentro di noi, la parte che ci connette all'anima del mondo. "Conosci il tuo demone, realizzalo bene. Fallo secondo misura, in un moto espansivo e costruttivo per l'intero universo. In questo modo, nel tempo della tua vita, realizzerai te stesso. E avrai lavorato per il bene del mondo intero. Questo è il cammino ed è la meta. Questo è il sentiero della Gioia."

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2020
Print ISBN
9788804722656
eBook ISBN
9788835705093
Capitolo 1

Parole, immagini e percezione

Per sintonizzarci sulla frequenza della gioia, per portarla nella nostra vita, dobbiamo prima prendere coscienza di quanto i confini del nostro mondo siano dettati dalla percezione e di come essa sia, come già detto, influenzata dalle immagini e dalle parole.
Il primo ostacolo che incontriamo su questo sentiero è la rappresentazione del mondo che ci viene fornita dai mass media. Un esempio lampante: abbiamo ben incisa nella mente l’immagine di Nerone che gode nel veder massacrare cristiani, gladiatori e belve nel Colosseo. Quest’immagine potente, più volte cavalcata dal cinema, accende il sadismo degli spettatori. Basterebbe però sfogliare un saggio di storia per scoprire che quello che ci viene descritto come uno degli imperatori romani più malvagi e folli non amasse per nulla questi spettacoli ma, soprattutto, per renderci conto che il Colosseo fu costruito anni dopo la sua morte. A volerne la realizzazione fu infatti il morigerato Vespasiano e a inaugurarlo fu il suo successore Tito, “amore e delizia del genere umano”.
Questo esempio chiama in gioco una nozione particolare, quella di “percezione”, ovvero il modo in cui la nostra coscienza interpreta il mondo esteriore. Di che cosa di tratta esattamente? Facciamolo dire a una delle più grandi agenzie di PR americane, la Burson-Marsteller: “Le percezioni rispecchiano la realtà… colorano ciò che vediamo… ciò in cui crediamo… il modo in cui agiamo”.1 Non c’è nulla di sconvolgente, si potrebbe pensare. La percezione è un atto libero e personale che caratterizza ogni individuo nella sua singolarità, rispecchiando la sua esperienza di vita. Ma, invece, è proprio qui che tutto si complica, perché tra coloro che hanno compreso a fondo questo meccanismo c’è chi ha deciso di sfruttarlo per orientare il pensiero e i comportamenti delle persone, facendo leva su uno dei sentimenti più potenti e radicati dell’essere umano: la paura. Lo scopo? Rispondiamo con le parole di colui che viene considerato il padre delle relazioni pubbliche: Edward L. Bernays. L’obiettivo è: “Controllare e ordinare le masse secondo la nostra volontà senza che queste se ne rendano nemmeno conto”.2 La prima volta che ho letto questa frase, ho pensato che saltasse fuori dai diari di Goebbels, il ministro della Propaganda nazista. Herr Doktor, come veniva chiamato dallo stesso Hitler. Un uomo estremamente colto, con un dottorato in letteratura, che assunse il dominio di ogni aspetto dell’informazione, dalla stampa al cinema, dalla radio al teatro fino allo svolgimento degli eventi sportivi, diventando il deus ex machina della cultura del Terzo Reich. Ogni suo sforzo era volto a rafforzare la popolarità di Hitler, organizzare un forte consenso nei confronti della politica del Reich e dell’arianizzazione del popolo tedesco, attraverso la continua ripetizione di informazioni rigidamente controllate dal vertice. Quello su cui faceva affidamento era la convinzione che ciò che viene raccontato finisce prima o poi con il diventare reale. Una bugia ripetuta all’infinito diventa realtà. Questa intima certezza gli veniva da un concetto del tutto fluido della verità, che ai suoi occhi doveva apparire come un contenitore vuoto da riempire.
Conosciamo tutti l’esito della Seconda guerra mondiale e spesso ci chiediamo com’è potuto accadere, in che modo le masse si siano fatte condizionare a tal punto, in Germania come in Italia, in Giappone come nella Russia di Stalin. Ma sarebbe un errore liquidare questa domanda relegandola al passato. Poniamocela oggi, nel nostro mondo, nella nostra vita.
Proviamo a fare qualche esempio di questi condizionamenti, non per spaventarci, ma per essere più consapevoli e iniziare il cammino di conquista della gioia. Perché se comprendiamo i meccanismi che reggono il sistema, sarà più difficile esserne condizionati.
È risaputo che gli USA detengono il macabro primato di morti causate da armi da fuoco. Il massacro della Columbine High School, nel quale due studenti armati hanno ucciso dodici compagni e un insegnante per poi togliersi la vita nel 1999, è ancora nei nostri occhi. Per farci un’idea della violenza che attraversa il paese a stelle e strisce, nel famigerato anno delle Torri Gemelle sono state freddate con armi da fuoco più di 11.127 persone, contro 165 in Canada, 381 in Germania, 244 in Francia e 65 in Australia. Purtroppo ancora attuali, queste cifre sono estrapolate dal documentario del 2002 Bowling a Columbine, nel quale Michael Moore cerca di far luce con drammatica ironia sulle cause che spingono gli americani a spararsi con tanta nonchalance.
La prima e più intuitiva ipotesi sulla causa di questa follia sociale rimanda alle armi. Gli americani sparano perché sono armati fino ai denti e perché chiunque, e dico proprio chiunque, ha facile accesso a fucili e pistole.
Bowling a Columbine, che valse al regista il premio Oscar come miglior documentario nel 2003, inizia con Moore che entra alla North Country Bank per aprire un conto e ne esce imbracciando un fucile. La banca, infatti, per invogliare le persone ad aprire un conto corrente, non ha trovato nulla di più efficace che regalare un fucile a scelta tra un vero e proprio arsenale custodito regolarmente nel suo caveau. Ma i caveau delle banche non sono pensati proprio per evitare che qualcuno armato possa entrarci? Negli USA, no. Sembrerebbe di no. Tuttavia, nonostante le evidenze, questa risposta non ha convinto il regista e gli è stato sufficiente recarsi nel vicino Canada per capire il perché. Questo paese, abitato da cacciatori e pescatori, detiene un arsenale degno di un esercito. Su 37 milioni di abitanti, il Canada conta 7 milioni di armi dichiarate e, nonostante questo, le persone vivono tranquille. Hanno così tanta fiducia nel prossimo da non avvertire nemmeno la necessità di chiudere la porta a chiave di notte. “Se chiudessimo le porte a chiave non ci sentiremmo sicuri, ma prigionieri” dicono. Negli Stati Uniti, invece, dove circolano mediamente trecento milioni di armi, nel solo 2014 queste hanno causato più di cento vittime per ogni milione di abitanti. Per riassumere: nel paese a stelle e strisce non si dorme con le porte aperte.
Scartata la teoria delle armi, Moore ricerca la causa della follia omicida che attraversa gli USA nella storia cruenta che ha dato i natali all’America. Ma per quanto ragionevole, soprattutto se si guarda alla vicenda americana dal punto di vista degli indiani e degli schiavi, anche questa ipotesi è presto crollata: la storia ci insegna che non esiste paese al mondo senza un passato funestato da guerre e violenze. Quindi, conclude il regista, ci si dovrebbe sparare in Germania e in Italia come in America.
Abbandonate le teorie dalle quali si era mosso progettando il documentario, Moore guarda dunque la questione da un’altra prospettiva. L’aberrazione sociale secondo la quale per sentirsi cittadini responsabili è necessario possedere un’arma e possibilmente utilizzarla coinvolge la percezione di cui parlavamo poco fa: gli americani sparano perché vivono in una condizione di perenne terrore. La causa prima e ultima è da ricercarsi nella paura, che genera un’endemica necessità difensiva. «Bisogna difendersi e difendere chi si ama» gli risponde un intervistato. “Ma difendersi da cosa?” verrebbe da chiedersi. La risposta questa volta è semplice: da tutto. Gli americani hanno la percezione di vivere in un mondo estremamente ostile e pericoloso. Le insidie alla loro vita si nascondono ovunque, perfino nelle noccioline! Uno studio ha infatti dimostrato che negli USA ci sono più persone morte per essersi strozzate mangiando noccioline che per atti di terrorismo. Eppure fanno la guerra al terrorismo, non alle noccioline!
La situazione in Europa non è sostanzialmente diversa ed è sufficiente fermarsi a guardare per un attimo il mondo nel quale viviamo, le parole e le immagini che invadono il nostro quotidiano, per rendercene conto. Se da un lato i telegiornali sembrano passare di tragedia in tragedia, i libri, i film, le serie televisive sono sempre pronti a ricordarci la pericolosità del mondo che ci circonda, dal quale sentiamo il bisogno pressante di proteggerci. Malattie dai sintomi più fantasiosi e terrificanti di quelle dei racconti di Stephen King, sfide epiche che rivaleggiano con quelle di Guerre stellari, un susseguirsi di situazioni drammatiche che assumono i contorni di apocalissi, climatiche e non, devastanti e definitive. Tutto questo dipinge un panorama ben poco rassicurante, nel quale l’informazione nel suo insieme diventa uno strumento che genera paura.
Le immagini e le parole non sono la realtà, però mediano la percezione che abbiamo di essa. La realtà esiste ma spesso è ben diversa da come la immaginiamo, e questo perché vivere in un continuo stato di terrore ci rende ciechi e facilmente manipolabili. Cediamo con maggiore facilità agli istinti più bassi. Giudichiamo. Criminalizziamo. Odiamo. Siamo meno disposti ad ascoltare. Riflettiamo di meno. E spariamo di più.
L’idea di utilizzare la paura come strumento di controllo sociale, come detto, non è nuova. Anzi. Torniamo per un attimo nell’America che dopo aver vissuto gli orrori della guerra civile si era liberata dall’infamia della schiavitù. Pensiamo a questa realtà non in chiave sociale ma come a un fenomeno economico. Il paese aveva intrapreso la scalata all’economia mondiale grazie alla manodopera gratuita derivante dagli schiavi, ma ora non era più disponibile. Certo, c’erano gli immigrati a fornire manodopera a basso costo, ma non era sufficiente. “Come possiamo porre rimedio a questa situazione in grado di affossare la nostra economia?” devono essersi domandati i grandi affaristi e i proprietari terrieri. La risposta era là esattamente dove era sorto il problema. Dopo essersi affrancate dalle catene, quattro milioni di persone di colore si erano trovate improvvisamente allo sbando, senza una casa, senza un lavoro, senza sapere come gestire l’indipendenza conquistata a caro prezzo. La libertà mostrava l’altra faccia della medaglia. Libertà, una parola per cui si sono combattute guerre e fatte rivoluzioni, ma pensateci: cos’era la libertà per una persona che era stata schiava per tutta la vita? Cosa poteva rappresentare la libertà per un uomo o una donna nati da una famiglia di schiavi, da generazioni di schiavi? Erano diventati liberi, certo, ma liberi di fare cosa? Senza una casa, senza un soldo. Una persona di colore in un paese razzista. Che cosa potevano fare se non cominciare a vagabondare cercando fortuna?
La storia non manca di ironia e così proprio una legge che era stata pensata per garantire la libertà si rivelò un perfetto strumento in grado di privare le persone di questo diritto fondamentale. Si tratta del XIII emendamento, dove si enuncia che non è possibile tenere una persona in schiavitù “except as a punishment for crime”. Su questa semplice parola si è fatto leva: “eccetto” che come punizione per un crimine. Poche sillabe che hanno creato una falla nel sistema in grado di rendere nuovamente legale una pratica aberrante: la schiavitù. Grazie a questa astuzia i neri liberati furono accusati di vagabondaggio, arrestati e nuovamente resi schiavi, non più dell’élite produttiva questa volta, ma del sistema. In questo modo, ciò che era stato fatto uscire dalla porta era rientrato dalla finestra e l’America aveva nuovamente a disposizione manodopera gratuita. Non era però sufficiente. Perché per rendere più digeribile la nuova condizione sociale, che contraddiceva l’ideale per il quale molti giovani si erano sacrificati durante la guerra di secessione, era necessario ottenere la benedizione dell’opinione pubblica. Era indispensabile che gli afroamericani fossero percepiti come un pericolo per la società bianca, che in questo modo avrebbe non solo compreso ma anche approvato i metodi brutali messi in atto nei confronti degli ex schiavi.
Se è stato un libro a portare sotto le luci dei riflettori le condizioni inumane in cui versavano milioni di schiavi in America, sollevando un’indignazione che avrebbe contribuito allo scoppio della guerra civile americana, sarebbe stato un film a creare lo stereotipo del nero pericoloso, stupratore, cannibale. Il libro di cui sto parlando è il celeberrimo romanzo abolizionista La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe, pubblicato nel 1852. Il film, pietra miliare della storia della cinematografia, è invece Nascita di una nazione diretto da David Wark Griffith. Tratto dal romanzo del pastore battista Thomas Dixon, apologia assoluta del Ku Klux Klan, è costato circa 100.000 dollari e ne ha incassati più di quindici milioni, creando le condizioni per la nascita di Hollywood e il suo predominio sul cinema americano e mondiale. Immenso per la sua potente narrazione, per una forza espressiva viscerale, per l’attenzione riservata alla psicologia dei personaggi, il tutto presentato con un nuovo approccio alle tecniche cinematografiche utilizzate ancora oggi (tra cui il montaggio alternato), questa pellicola di portata storica è universalmente riconosciuta come la prima opera inequivocabile del cinema narrativo. Un film muto, in bianco e nero, in grado di calamitare l’attenzione dello spettatore creando una perfetta simbiosi tra il dramma collettivo e quello individuale. Fu proiettato in anteprima l’8 febbraio 1915 a Los Angeles e il pubblico di 2500 persone pagò un biglietto di due dollari: il più caro di sempre, corrispondente a trentasei dollari attuali.
Grandioso affresco dell’America della seconda metà dell’Ottocento, Nascita di una nazione racconta la vicenda di due famiglie amiche, una sudista e una nordista, che si trovano inevitabilmente su fronti opposti allo scoppio della guerra civile. Non voglio inoltrarmi nella trama complessa del film, quanto piuttosto sottolineare gli effetti che sortì a livello sociale. Cominciamo dicendo che la pellicola venne inizialmente proibita per il suo razzismo tutt’altro che velato in Europa, dove le truppe di colore combattevano nei ranghi degli eserciti alleati nel corso della Prima guerra mondiale. In America l’opinione pubblica si divise, portando allo scoppio di vere e proprie rivolte in diverse città. A Chicago, Denver, Pittsburgh, Saint Louis, Minneapolis e in Ohio se ne vietò la proiezione, sostenendo che incoraggiasse la violenza contro i neri. Già, perché tutta la pellicola è attraversata dalla volontà di disumanizzare gli ex schiavi e di presentarli nella forma più degradante, toccando l’apice drammatico nella sequenza in cui una giovane bianca si getta da una rupe per sfuggire al terribile violentatore. Ovviamente di colore. La disumanizzazione e la criminalizzazione dei neri a cui assistiamo ancora oggi erano iniziate e a far scattare la scintilla era stato un film… un film: immagini e parole. L’ondata di esaltato terrore che ne seguì portò alla morte di migliaia di afroamericani, uccisi dalla percezione che fossero pericolosi. Massacrati perché era stata creata un’immagine dei neri come degli esseri più simili a bestie fameliche che a persone. In questo modo, ciò che era stato fino ad allora inaccettabile, l’arresto per vagabondaggio e la nuova forma di schiavitù, divenne non solo accettabile ma auspicabile, uno strumento per proteggere la civiltà. Non solo. L’immagine sbiadita del Ku Klux Klan venne rinvigorita da nuova linfa vitale, che la rivitalizzò in una forma romantica, luminosa, eroica. Il simbolo della croce che brucia, una trovata scenica di Griffith, venne ripreso poi nella realtà dal KKK. Una finzione tanto potente da determinare la realtà. Una realtà che portò milioni di persone di colore a migrare dal Sud verso le coste per fuggire all’ondata di violenza scaturita da un film. Il buon vecchio zio Tom aveva mostrato il suo vero volto, quello di un allupato e irrefrenabile predatore dal quale si sentiva l’impellente necessità di difendersi. A qualunque costo. Per fortuna c’erano i nuovi cavalieri crociati, limpidi nei loro abiti bianchi, a salvare il popolo. Che poi si coprissero il volto con cappucci era solamente questione di umiltà!
Negli anni successivi, la vocazione segregazionista americana ha gradualmente ceduto il passo alla diffidenza nei confronti di immigrati, comunisti, anarchici, sindacalisti, ma l’idea ormai radicata della pericolosità della popolazione afroamericana ha continuato a vagare come un’ombra pestilenziale nel paese. Lungi dal volerla stemperare, per creare un clima sociale distensivo e fiducioso, i politici americani hanno cavalcato questa idea ai fini elettorali. Sono le parole di Lia Wother, stratega della campagna presidenziale di Reagan, a svelarne l’evoluzione nella comunicazione, e gli effetti. Non sapendo di essere registrato, spiegò ai suoi collaboratori: «Avete iniziato nel 1954 dicendo: negro! negro! negro! Dal 1968 non si può più dire negro, ti si ritorce contro. Quindi avete detto altre cose, come “spostamenti forzati”, “diritti di Stato” e tante altre parole. Ora dovete essere ancora più astratti. Parlare di tagli alle tasse, e che tutto quello di cui parlate ha una motivazione economica. E il risultato sarà che i neri staranno peggio dei bianchi».3 Il risultato? Negli Stati Uniti d’America vive oggigiorno il 5 per cento della popolazione mondiale e il 25 per cento dei detenuti dell’intero pianeta. La probabilità di finire in carcere per i bianchi è di 1 su 17 mentre per i neri è di 1 su 3. Questi dati non ci parlano semplicemente di criminalità e di prigioni, ma sono il riflesso di un sistema più ampio, che coinvolge direttamente la nostra percezione della vita umana, del suo diritto alla libertà e alla felicità. Quello che si può intravedere nel riproporsi sempre uguale e in maniera ciclica di questo schema è l’identificazione di un nemico, il dilagare di odio e paura con la conseguente risposta difensiva di chiusura e violenza, in un circolo vizioso che innesta un crescendo di diffidenza reciproca e ostilità.
Ci avviciniamo al presente. Nel 2015 la celebre testata “The Guardian” ha attivato The Counted, un contatore che tiene il conto delle persone che vengono uccise negli Stati Uniti per mano delle forze dell’ordine. Questo conteggio macabro si è prefissato lo scopo di accendere i riflettori su una strage silenziosa, di cui l’informazione il più delle volte non si fa portavoce. I dati raccolti segnalano una proporzione inquietante: i cittadini neri uccisi sono più del doppio di quelli bianchi e ispanici. Ma in cima alla lista svettano i nativi americani. Mentre il 2019 volge al termine e il mio albero di Natale si colora di luci festanti, sul sito del “Guardian” il numero delle persone uccise sale a 1093. Per ogni milione di abitanti, 10,13 sono nativi, 6,66 afroamericani, 3,23 ispanici e latini, 2,9 bianchi, 1,17 tra asiatici e persone provenienti dalle isole del Pacifico.
Diamo un volto a uno di questi numeri. Siamo nel 2012, quando il poliziotto George Zimmerman fredda in strada un afroamericano diciassettenne. Si chiama Trayvon Martin e ha dato al poliziotto armato la percezione di essere minacciato perché è nero e indossa una felpa con il cappuccio. Il poliziotto ha agito muovendosi nel perimetro della Stand-your-ground law, la legge di difesa a oltranza che permette di uccidere anche nel caso in cui ci sia solamente il sospetto di minaccia “senza prima fare un passo indietro e avvertire l’assalitore”. La sequenza è stata filmata e le immagini hanno fatto il giro del mondo, sconvolgendo l’opinione pubblica che, parafrasando De André, dopo essersi indignata e costernata, getta la spugna mantenendo intatta la sua dignità. Gettando la spugna davanti a una questione tanto annosa, la giuria della Seminole County Courthouse ha scagionato il poliziotto ventiseienne ispanico perché aveva percepito un “ragionevole timore”.
Un ragionevole timore è anche quello che deve aver provato il controverso “Palla di Neve” Steven quando ha visto avvicinarsi a Candyland, la villa del suo padrone, l’irriverente cacciatore di taglie di origine tedesca dottor King Schultz in compagnia di Django, uno schiavo nero che ha prima comprato e poi liberato perché lo aiuti nella caccia ai fratelli Brittle. Sto parlando del capolavoro di Quentin Tarantino, Django Unchained. Vi ricordate come il servo nero Palla di Neve accoglie Django? Gli chiede stupefatto chi sia il negro a cavallo. Già. “Che cosa diavolo ci fa un nero a cavallo in un moderno spaghetti western?” mi sono chiesto anch’io. Siamo nello stesso periodo storico di Nascita di una nazione. Siamo in Texas, poco prima ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Il sentiero della Gioia
  4. Introduzione
  5. Prima storia. Il mito della caverna
  6. 1. Parole, immagini e percezione
  7. Seconda storia. L’isola alla fine del mondo
  8. 2. L’invenzione della Terra
  9. Terza storia. I giorni di non compleanno
  10. 3. Padroni del tempo
  11. Quarta storia. Spiga di grano
  12. 4. Anima mundi
  13. Quinta storia. Il fienile è bruciato
  14. 5. L’arte delle preziose cicatrici
  15. Sesta storia. L’indicibile forza
  16. 6. I mistici della fisica
  17. Settima storia. Nascondiamola nel loro cuore
  18. 7. Il sentiero della Gioia
  19. Note
  20. Ringraziamenti
  21. Copyright